

Subject:
AU
(tutti umani)
Warnings for: Violenza
(per poco).
Rating:
NC17
leggera
Genere: Romance, Angst.
Lunghezza:
21
capitoli
Summary:
Buffy è cieca da un incidente di molti anni fa in cui ha perso la madre.
Al suo fianco è sempre rimasto il fedele amico Angel, mentre William,
suo amico di infanzia, si è allontanato da lei molto tempo prima. Ma
ora le cose cambieranno...
Forgive me father, for I have sinned
Capitolo 1
Elisabeth sedeva sugli scalini del porticato davanti della sua casa. Per un
osservatore casuale, poteva sembrare che stesse scrutando tutto ciò
che la circondava, in ogni minimo dettaglio. Ma un osservatore più
attento avrebbe notato il bastone poggiato accanto a lei, a poca distanza,
per poter essere raggiunto con una mano. Quel bastone le teneva compagnia
da quando aveva dodici anni. molte volte si era affidata a lui, molte volte
per la rabbia lo aveva scagliato via, passando poi delle ore per ritrovarlo
usando solo il suo senso del tatto, ma alla fine ora non poteva farne a meno.
Ma ormai per tutti quelli che la conoscevano era cristallino che il suo istinto aveva prevalso su tutta la linea e che ora, seppur cieca, fosse più abile di molti giovanotti della sua età. Aveva 22 anni, era una ragazza sveglia ed intelligente a detta di tutti, gentile e disponibile. Forse la migliore fra le ragazze della sua piccola città. Era stata davvero una disgrazia quella che le era accaduta, suo padre Rupert aveva pianto per settimane. Ma poi iniziarono a ringraziare Dio che fosse viva, e visto lo splendido modo in cui si era ripresa psicologicamente, andarono avanti come se niente fosse.
Suo padre Rupert era insegnante di matematica del liceo. Da molto tempo aveva perso sua madre Joyce, nello stesso incidente in cui lei aveva perso la vista. Rimanevano lei e la sorella, a far compagnia al padre Rupert e ad aiutarlo.
Nonostante
le difficoltà, Elisabeth era una ragazza molto solare, era una gioia
starle accanto, diceva ogni cosa le passasse per la mente, era simpatica in
particolar modo ai bambini del quartiere, un quartiere molto unito. Tutti
si conoscevano, erano come un’unica grande famiglia e ogni festività
o evento speciale veniva celebrato tutti insieme.
Del quartiere facevano parte la famiglia Rosemberg, in cui stavano la sua
timida amica Willow e suo fratello Xander -frivolo e vanitoso all’estremo-,
la famiglia O’Connel, la famiglia Darcy e qualche altra. È complicato
spiegare come fossero diventati così uniti, cosa che in un vicinato
non capita spesso, e nemmeno loro lo saprebbero dire. Ma ne erano molto felici.
Quella
mattina Elisabeth stava seduta sul portico a guardare la gente che passava.
Guardare… in modo tutto suo. Rupert la raggiunse e si sedette accanto
a lei.
“Ciao papà”. Ancora si divertiva a stupire quelli che le
si avvicinavano chiamandoli per nome. Anche se le bastava andare ad intuito,
la gente si spaventava tutte le volte. Del resto la camminata da modella della
sorella minore e il passo pesante di suo padre si potevano distinguere facilmente
anche per chi non fosse abituato ad usare solo quattro sensi.
“Buongiorno, Elisabeth. Che cosa fai qui sul portico?”
“Osservo la gente che passa”.
A Rupert faceva ancora male, nonostante fossero passati dieci anni, sentirla
dire così. Pensava che lei non si fosse ancora rassegnata alla sua
condizione, ma si sbagliava.
“Tesoro mio, non pensi di starti facendo del male in questo modo?”
“In che modo papà?”
“Tu… non puoi vedere la gente che passa”
“Si che posso. Non ricordi? Non vedo come se fosse tutto buio, vedo…
come se ci fosse molta nebbia. Tanta, tantissima nebbia. Ma alcune persone…
trasmettono qualcosa. Come un’ombra colorata”
“Non pensi che sia solo la tua immaginazione a vederla così?”
“Certo. Vuoi sapere qual è il tuo colore?”
“Mi piacerebbe molto”
“Peccato, non te lo dico” si voltò verso di lui, approssimativamente,
e gli fece una linguaccia sorridendo.
Al povero Rupert veniva spontaneo pensare che lei non si fosse del tutto rassegnata
alla sua condizione di cecità, ma la verità è che era
lui a non essersene mai abituato anche in così tanto tempo. Era anche
andato da un analista per un po’ di tempo per questo, ne era venuto
fuori che si sentiva responsabile per l’incidente. Ma era felice, perché
stare accanto a lei gli riempiva il cuore di gioia. In quegli anni, dal giorno
dell’incidente, dopo un primo periodo di rifiuto e di assestamento alla
nuova condizione, non l’aveva mai più vista triste. Non si limitava
a mantenere la sua dignità, si rendeva utile più che poteva.
Era sorprendente la voglia di vivere che aveva, e la condivideva con tutti.
“Ti sei offeso?”
“No, no.”
“Come mai hai smesso di pulire la cucina per venire qui?”
“Come sapevi che stavo pulendo la cucina?” Buffy sorrise. Incuriosire
la gente era il suo divertimento preferito.
“Hai l’odore del detersivo per i piatti nelle mani”
“Già… a dire il vero avevo appena finito, non mi sono interrotto.
E poi, tua sorella ha chiamato per dire che deve parlarmi di una cosa molto
importante e sto aspettando che ritorni”
“Già. Forse le si è spezzata un unghia”
“Elisabeth, non era un commento felice”
“Chiedo scusa” disse sempre sorridendo. “Ad ogni modo, vorrà
parlarti del nuovo ragazzo che ha trovato, come ogni settimana”
“Immagino anch’io. Ne cambia sempre più spesso ora che
siamo a tre mesi dal ballo di fine anno della vostra università. E
tu, hai intenzione di andare a quel ballo?”
“Non lo so. Non penso però.” Elisabeth aveva perso un intero
anno scolastico a causa dell’incidente che aveva fatto, e gli anni scolastici
da quel momento in poi li aveva seguiti nella stessa classe della sorella,
un anno più piccola di lei, con un’insegnante di sostegno. Ora
entrambe frequentavano l’università di Sunnydale, ed erano al
secondo anno. Il ché significa che avrebbero potuto partecipare al
ballo di fine anno, non essendo più semplici matricole. Ma Elisabeth
dai ragazzi era sempre stata lontana, per proprio volere, non si fidava di
loro, e non avrebbe mai voluto passare la serata a stare attenta che nessuno
le si strusciasse contro. L’unico contatto che aveva con in ragazzi
era quando le prendevano un braccio per aiutarla a scendere dei gradini, ed
entro breve tempo aveva imparato a farlo da sola per evitare anche quello.
“Eccola
che arriva, questo è il rumore della sua macchina” disse Elisabeth.
La macchina parcheggiò nel vialetto, e la sorella ne uscì di
fretta correndo verso di loro, per quello che le permettevano i tacchi.
“Buongiorno, Harmony”
“Ciao, sorellona! Ciao papà! Entriamo, ti devo parlare!”
sembrava proprio al settimo cielo, a giudicare dal tono di voce. Elisabeth
non li seguì all’interno, tanto era certa che sua sorella avrebbe
tenuto un tono di voce abbastanza alto da farsi sentire anche dai Rosemberg,
a fianco.
All’interno
di casa Giles. Harmony aveva braccato suo padre per assicurarsi la sua attenzione.
“Su, Harm, cos’hai da dirmi che ti porta tutta questa eccitazione?”
“Papà…” disse con il tono solenne, come se stesse
per dirgli che si era fidanzata. “… vorrei chiederti il permesso
di andare al ballo”
“Oh, e quindi suppongo che tu abbia trovato un giovanotto che ti abbia
invitata” disse sorridendo. Non approvava certi comportamenti frivoli
della figlia, ma le voleva bene come era giusto che fosse ed era contento
di vederla così felice.
“Beh… a dire il vero… lui non mi ha invitata. Penso sia
troppo timido, ma sono certa che vuole farlo! Così vorrei facilitargli
le cose, ma prima volevo il tuo permesso!” disse riprendendo a sorridere
come una barbie.
“Scusa se mi intrometto, ma non dovrebbero essere i cavalieri ad invitare
le loro dame?” disse Giles confuso.
“Già, ma lui tiene il suo amore nascosto, voglio dargli l’occasione
di svelarlo!”
“Oh, beh, se sei così certa di ciò che fai, hai la mia
benedizione” disse sempre più confuso.
“Oh, grazie! Ti voglio bene papà!” gli disse abbracciandolo.
“E se posso permettermi, chi sarebbe il ragazzo in questione?”
“William Darcy”
“Ma Harmony, lo conosci da quando hai otto anni, da quando ci siamo
trasferiti qui, e non hai mai mostrato il minimo interesse per lui…”
“Lo so, ma era perché il suo spirito così silenzioso e
riservato mi confondeva, ora mi è tutto chiaro! Io ne sono innamorata!
Lui è diverso dagli altri ragazzi, non è sciocco, non prende
parte a giochi infantili come i ragazzi della sua età, è un
ragazzo serio e buono!”
“Bene… allora, hai la mia benedizione” disse Giles rinunciando
a capire il discorso della figlia, non abituato a sentirgliene fare di questa
profondità.
Mentre Harmony usciva come una furia dalla porta, attraversando quasi di corsa
il viale e dirigendosi verso casa Darcy, con tanta foga da rischiare di sbattere
contro i bambini che giocavano lungo la strada, Rupert ricominciò a
pulire la casa ancora interdetto.
William Darcy era un ragazzo molto particolare. Aveva 25 anni, ed era sempre
vissuto in quel quartiere. La sua natura riservata e taciturna ha fatto si
che non avesse molti amici, ma veniva ugualmente rispettato. Ad una prima
occhiata poteva sembrare un ragazzo ingenuo, forse anche con dei ritardi,
ma quelle poche volte che parlava faceva trasparire la sua intelligenza. Era
un tipo furbo, molto silenzioso. Non era timido, ma nemmeno arrogante. Era
raro vederlo sorridere, ma i suoi occhi blu trasmettevano tutte le emozioni
necessarie, bastava saper guardare.
Andava anche lui all’università di Sunnydale, come ogni altro
ragazzo della sua età.
Stava
lavorando nel proprio garage, aveva lasciato il portone aperto per usufruire
della luce solare e dell’aria pulita, quando entrò Harmony come
una furia costringendolo ad alzare lo sguardo interdetto e sorpreso, aggrottando
le sopracciglia.
Harmony si voltò verso di lui e gli sorrise.
“So che sei molto timido e non parli molto, ma ho visto gli sguardi
che mi lanciavi e così sono venuta qui per semplificarti le cose. Mi
sono innamorata di te, William Darcy, e se anche per te è così
come penso che sia, allora ti invito a dirlo!” Harmony continuò
il suo discorso senza prestare attenzione allo sguardo di William, con le
sopracciglia aggrottate e le labbra chiuse. “Su, non nascondiamolo più,
è una cosa di cui essere felici, che va gridata ai quattro venti! Allora
smetti di nasconderti, e di quello che pensi!”
William, che per tutto il tempo l’aveva osservata come si osserverebbe
un evaso dal manicomio, ancora non aveva detto una parola.
Trenta
minuti dopo, in casa Giles, Harmony era sdraiata sul letto e piangeva a dirotto,
mentre Elisabeth, seduta accanto a lei, cercava di consolarla.
Rupert, dal piano di sotto, continuava a pensare che più provava a
capire le donne e meno ci riusciva.
Capitolo
2
Come ogni pomeriggio verso le cinque, Angel O’Connel venne a suonare
al campanello di casa di Elisabeth. Per Angel, lei era la sua unica amica.
Si conoscevano da quando a nove anni lei si era trasferita, ed erano sempre
stati amici, già da prima dell’incidente. Al contrario di lei,
Angel era pieno di ragazze, ogni femmina di Sunnydale dai 16 ai 26 anni aveva
passato almeno una notte insonne a causa sua, la maggior parte di queste invece
aveva passato notti insonni in sua compagnia. Elisabeth sapeva tutto di loro,
lui le raccontava ogni cosa.
“Oh, buongiorno Angel. Penso che a Elisabeth oggi farà piacere
un po’ della tua compagnia, è da circa un’ora che sta di
sopra a consolare la povera Harmony…”
Harmony… già, Angel era stato anche con lei molto tempo prima.
Ma questo non era necessario che Elisabeth lo venisse a sapere… probabilmente
avrebbe rovinato la loro amicizia.
“Ora vado a chiamarla”
“La ringrazio signor Giles” gli sorrise.
Poco dopo Buffy scese dalle scale.
“Buongiorno, Angel” Elisabeth gli sorrise mentre lui le prendeva
il braccio per aiutarla ascendere dalle scale.
“Caro amico, quanto ancora dovrò dirti che non è necessario?
So farlo da sola”
“Non importa, continuerò a farlo lo stesso. Del resto un amico
è colui su quale puoi appoggiarti. E tu puoi farlo nel vero senso della
parola”
risero entrambi.
“Allora
dimmi, cos’ha la piccola Harm oggi?”
“Sapessi, è triste perché ha aperto il suo cuore ad un
ragazzo che non la voleva, e ora dovrà trovarsi qualcun altro con cui
andare al ballo di fine anno”
“Non potrebbe semplicemente telefonare a uno dei cento con cui è
uscita?”
Elisabeth rise
“Angel O’Connel, non è gentile da dire soprattutto da uno
come te…”
“Ah si? E vediamo, chi è il ragazzo che ha osato rifiutare l’invito
di tua sorella?”
“William Darcy” disse aspettandosi un commento.
“*Quel* William Darcy? William Darcy che abita sei case più in
là? Ma se non lo ha mai considerato…” Angel si ritrovava
ad essere confuso.
“Quando eravamo piccoli non voleva nemmeno giocare con lui…”
“Già, ma ora dice che aveva trovato l’amore…”
Ci
fu un attimo di silenzio, poi entrambi scoppiarono a ridere.
“Oh, Dio, spero non ci abbia sentiti ridere troppo forte!” disse
Angel.
“Secondo comandamento, ricorda, mai nominare il nome del signore invano!”
dimenticava spesso questo di lei: non si poteva dire fosse una religiosa bigotta
o ossessiva, ma teneva al rispetto dei dieci comandamenti, li considerava
regole del buon senso oltre che divine.
“Già, scusami. Ehi, che ne diresti di andare a chiedere a William
come mai ha rifiutato? Del resto, per quanto abbia fatto la scelta più
sensata, non ha mai avuto ragazze per quel che ne so, è un comportamento
insolito” Elisabeth sembrò pensarci su un momento.
“Mmm… d’accordo. A chi arriva prima?” sorrise.
“Si certo, ma non barare, d’accordo?”
“Angel O’Connel, ritira subito quello che hai detto, è
un’accusa ingiusta e… quella non è tua madre?”
Angel
si voltò dietro le sue spalle, e prima di ricordarsi che se anche sua
madre fosse passata lei non avrebbe potuto vederla, Elisabeth aveva già
iniziato a correre.
“Ehi, che avevo detto?” brontolò lui lanciandosi all’inseguimento.
In breve tempo la raggiunse e la superò, fermandosi davanti a casa
di William. Lo vide seduto sui gradini del suo portico, che guardava per terra
fumandosi una sigaretta, e lo raggiunse.
“Ciao William, allora, ho sentito che hai rifiutato l’invito della
bella Harmony, come mai?” disse Angel sorridendo mentre Buffy li raggiungeva.
William
lo guardò senza nessun’apparente espressione, poi Buffy li raggiunse
e si sedette con tranquillità accanto a lui.
“Buongiorno, William” gli disse sorridendo.
William si voltò verso di lei. Poi Angel vide in lontananza la madre
con le sporte della spesa che andava verso casa.
“Oh, scusate ragazzi torno subito!” corse ad aiutare la propria
madre lasciando i due ragazzi da soli.
“Buongiorno
Buffy” disse piano William.
“Già, mi hai sempre chiamata così, come faceva mia madre.”
Disse lei sorridendo e continuando a guardare davanti a lei. O per lo meno
a puntare lo sguardo. Mentre lui guardava lei e poi la strada.
“Non ho mai capito perché lo fai. Ma una cosa di te l’ho
capita, sai?” disse, senza aspettarsi veramente che lui le chiedesse
cosa, tanto non avrebbe detto niente, lo sapeva bene. E in fondo non le dispiaceva.
“Io so perché hai rifiutato mia sorella.” Disse sempre
con lo stesso sorriso tranquillo. “Non vuoi sapere come lo so? Tanto
lo avrei detto lo stesso. Ti ricordi quando ho fatto l’incidente?”
William si voltò verso di lei. A Buffy non servivano gli occhi per
sentirsi il suo sguardo addosso, così procedette.
“Certo che te lo ricordi. Mi ricordo che dal giorno in cui ho ricominciato
ad uscire di casa, tu venivi e mi tenevi sempre la mano, o il braccio, mi
sostenevi e mi conducevi dappertutto. Poi un giorno hai smesso. Così,
improvvisamente. Una volta ero anche inciampata, ero quasi caduta a terra.
L’avevo fatto apposta ovviamente, perché sapevo che mi stavi
vedendo, ma tu non ti sei avvicinato” continuava a parlare sorridendo.
“Da allora non mi hai più nemmeno sfiorata”
“E con questo?” disse lui, nervoso, riprendendo a guardare per
terra.
Elisabeth
non si scompose, era certa che l’avrebbe detto.
“Sai, certe volte ci sono cose che vorremmo fare, ma che non facciamo
per non far vedere agli altri cosa pensiamo. Ma io vedo la tua anima, William.
Vuoi sapere di che colore è? Smettila di chiederlo, tanto non te lo
dico” disse sempre sorridendo, felice.
William fece per parlare ma fu interrotto dal ritorno di Angel.
Capitolo
3
I giorni per Elisabeth scorrevano lieti come sempre. Al mattino seguiva l’università,
le era più facile del liceo perché doveva solo prestare attenzione
alle lezioni, aveva una memoria incredibile, e agli esami un insegnante di
sostegno scriveva le risposte che lei le diceva di scrivere. Apprendere la
interessava molto, era sempre incuriosita dalle cose; ogni evento del mondo
esterno, anche il più banale, era per lei più significativo
che mai.
Il pomeriggio solitamente lo trascorreva nel quartiere. Molto spesso Angel
la veniva a trovare e facevano passeggiate intorno alle case a salutare i
vicini, ma se lui non veniva trovava il modo di riempire il tempo passeggiando
per suo conto, leggendo libri in braille, o andando al parco per ascoltare
i giochi dei bambini. Questi in particolare le mettevano una gioia fuori del
comune, e ogni volta che ne aveva la possibilità andava alla scuola
elementare in cui insegnava la sua amica Willow ad aiutarla con il doposcuola.
La sera le piaceva parlare per ore con suo padre di milioni di cose, lo trovava
pieno di risorse, come se fosse stato capace di parlare per sempre di qualunque
argomento, e talvolta aveva anche più entusiasmo di lui, “Elisabeth,
tu mi fai invecchiare in fretta” le diceva sempre.
Non c’era nulla della sua vita di cui fosse scontenta, non rimpiangeva
nemmeno la vista il più delle volte, perché il mondo è
talmente pieno di bellezza da riempire la mente di una persona anche con gli
altri quattro sensi.
Come
ogni mattina si stava recando alla propria classe con la sorella.
“Lizzie, ho scordato la borsa in macchina!” gridò la sorella
“Harm, tesoro, puoi resistere un’ora senza lo specchietto, credo”
sorrise Elisabeth, abituata ormai al comportamento eccentrico della sorellina
“Scherzi vero? Oggi voglio chiedere a Raley se verrà al ballo
con me, non intendo rischiare di avere del mascara colato quando lo faccio!
Tu… puoi trovare da sola la classe?” chiese con una punta di imbarazzo,
ancora non del tutto abituata alla sua condizione nonostante gli anni passati.
“Non preoccuparti, sorellina, sai bene che conto i passi” la tranquillizzò
lei.
“Perfetto! A dopo!” disse scappando in direzione dell’auto.
Elisabeth non poté fare a meno di sorridere di nuovo, la vitalità
della sorella, per quanto frivola, era ammirabile. Anche se non capiva come
potesse passare così facilmente da un ragazzo all’altro dandogli
così poca importanza.
Sentendo i ragazzi intorno a lei affrettarsi capì che l’inizio
della lezione era imminente e si diresse verso l’aula. ‘uno…due…tre…quattro…’
contava a mente i passi che la separavano dalla curva nel corridoio, e poi
quelli verso la sua aula. Il bastone l’accompagnava, ma le serviva più
che altro per non prendere contro ad altri ragazzi, ormai conosceva la zona.
’dieci…undici…’
“Guarda un po’ chi c’è qui” sentì una
voce tremendamente arrogante dietro di lei, e scelse di ignorarla.
“Ehi ti sto chiamando!” continuava quella voce. Sapeva di chi
era, quello spocchioso Parker, ogni tanto appariva e cercava di farla sentire
a disagio per la sua condizione, ma lei non gli aveva mai dato soddisfazione.
Probabilmente lo aveva solo fatto infuriare di più, ma non le importava.
Continuò a ignorarlo finché lui non l’afferrò per
una spalla per farla voltare, probabilmente sapeva che essere fermati all’improvviso
era orribile per i non vedenti, rischia di fargli perdere l’equilibrio.
Elisabeth riuscì ad aggrapparsi ad un corrimano, sapeva di essere accanto
alle scale, così non cadde.
Ma era tremendamente infuriata. Odiava essere toccata, improvvisamente, soprattutto
da estranei. Soprattutto da ragazzi estranei e invadenti.
“Cos’hai, sei sorda oltre che cieca?” la provocò.
Sentiva distintamente i passi di un altro paio di ragazzi vicini e lenti.
Forse credevano che lei non potesse accorgersi di loro perché non li
vedeva. Magari sarebbero arrivati a toccarle improvvisamente le spalle per
spaventarla, come i bambini dell’asilo.
“Parker, sto andando alla mia classe e temo di essere in ritardo”
disse mantenendo una calma apparente.
“Ah si? E come fai a saperlo se non vedi l’orologio?” disse
sempre più irritante
“Magia” rispose semplicemente lei ripartendo.
Nessuno la fermò. Per oggi se li era tolti di dosso. Come ogni settimana,
quasi, ormai.
Ma la prendeva sportivamente, era come avere intorno una mosca fastidiosa
che ogni tanto va allontanata con la mano.
Quel
pomeriggio era a casa. Harmony aveva una lezione, suo padre era a scuola per
un’assemblea dei docenti. Rimase per qualche minuto, o decina di minuti,
sulla sedia a dondolo del portico davanti casa. Il problema più grande
che aveva per via della sua condizione era la gestione del tempo, perché
spesso si perdeva nel flusso dei propri pensieri ed è difficile dire
con certezza quanto tempo sia passato dopo. In questo momento ad esempio stava
pensando a quanto doveva essere divertente, seduta con i capelli sciolti,
una camicetta bianca a maniche corte e una lunga gonna bianca che le arrivava
alle caviglie, sulla sedia a dondolo doveva sembrare una di quelle vecchiette
a cui piace trascorrere il tempo guardando chi passa per strada. Lei non guardava
chi passava, ascoltava i rumori. Era primavera e c’era quel flebile
vento che permette di sentire lo stormire delle foglie. Poteva udire i bambini
dei Gilmore quattro case a fianco, Willow tornare a casa in bicicletta dopo
il lavoro, William aggiustare qualcosa nel garage… chissà perché
passava tutto quel tempo nel garage. Lo sentiva sempre, giorno dopo giorno,
lui teneva il portone alzato per il caldo, e il rumore la raggiungeva.
Non sapeva più molto di lui da quando aveva smesso di aiutarla. A dire
il vero lui non aveva mai parlato molto, e probabilmente era una delle cose
che la incuriosiva maggiormente. Sapeva che frequentava come tutti l’università
di Sunnydale ma frequentava un’altra facoltà, diversa dalla sua.
Ma non aveva idea di quale, e del resto non lo aveva mai incontrato nei corridoi.
L’avrebbe riconosciuto. Aveva anche sentito che faceva lavori di falegnameria,
o che aggiustava cose, un tuttofare per pagarsi l’università
senza gravare su sua madre Jenny. Ammirabile. Ma in fondo l’unica cosa
che sapeva di lui era che da quando aveva smesso di tenerla lei non aveva
più sopportato di essere toccata. Mai più.
“Buongiorno,
Elisabeth. Immaginavo di trovarti fuori, ormai è primavera inoltrata”
era Angel
“Buongiorno Angel, come mai qui?” gli chiese sorridendo.
“Come? Ormai pensavo che la mia amica non si sorprendesse più
di vedermi arrivare alle cinque” chiese un po’ sorpreso.
“Certamente, ma oggi è martedì. Il martedì tu hai
l’allenamento di football al campus” gli rispose.
Angel frequentava come loro l’università di Sunnydale, anche
se era raro incontrarlo nei corridoi perché la facoltà di Scienze
Motorie era lontana dalla sua.
“Già beh…” iniziò Angel con esitazione nella
voce “per un paio di settimane non parteciperò agli allenamenti”.
Elisabeth aggrottò le sopracciglia “Angel, Angel, Angel…
qualcosa mi dice che non è una tua scelta” lo prese leggermente
in giro lei. Gli allenamenti per Angel erano sempre stati molto importanti,
e lei lo sapeva, cercava di prendere l’argomento con leggerezza perché
non gli pesasse troppo, povero ragazzo.
“Come mai ne sei così convinta, potrei essermi stancato…”
rise lui.
“Tu non sei mai stanco, non ti ho mai visto stanco in vita mia”
si unì lei alla risata.
“D’accordo, d’accordo. Diciamo che… sono stato invitato
ad allontanarmi per un paio di settimane” rispose, incuriosendola apposta.
“Ah si? E a cosa è dovuto questo invito?”
“Una divergenza di opinioni col quaterback. Io pensavo che dovesse smettere
di infastidirti e lui pensava di no” rispose lui.
Buffy assunse un aria stupita “Parker? Parker è il quaterback
della squadra? E tu sei andato a chiedergli di non infastidirmi più?”
non sapeva nemmeno da dove partire a chiedere.
“Elisabeth a volte dimentico quanto lo sport ti interessi poco, nemmeno
da piccola hai mai guardato con interesse delle partite di football…
quindi si, credevo di avertelo già raccontato, Parker è il quaterback
della mia squadra, insopportabile…” fece una smorfia
Elisabeth rise.
“Perché ridi?” le chiese lui stupito.
“Nulla, ora capisco perché ha l’assurda convinzione di
poter fare tutto quello che vuole” rispose lei.
“Esatto, è proprio questo che è insopportabile…
lui e i suoi dannati amici che si porta sempre appresso”.
Già, non aveva bene idea di chi fossero ma sapeva che lo accompagnavano
sempre, i passi.
“Comunque sia, negli spogliatoi fa spesso battute su di te per la vista,
all’inizio ho lasciato perdere ma poi… i nervi hanno ceduto”
spiegò Angel
“Ah si, la ‘divergenza di opinioni’” continuò
a ridere Buffy.
“Si, una divergenza con un occhio nero” rise con lei.
Una
macchina entrò nel vialetto. Suo padre doveva essere tornato a casa.
“Salve padre” lo salutò Buffy.
“Elisabeth, non mi abituerò mai a come riconosci il mio motore
da quello di tua sorella, mi spavento ogni volta” sospirò Rupert
“di cosa parlate di bello, ragazzi?”
“Beh…” iniziò Angel
“Del tempo! La primavera è arrivata, finalmente” rispose
prontamente Elisabeth.
“Oh si, splendido tempo davvero… beh io entro in casa, fate un
fischio se vi serve qualcosa!” disse Rupert prima di entrare.
Angel aspettò di sentir chiudere la porta prima di rivolgere a Elisabeth
la domanda che gli sorgeva spontanea “Liz…” così
la chiamava quando non voleva usare mezzi termini “…come mai non
vuoi che racconti a tuo padre cos’è successo?” le chiese
infine
“Non mi piace che lui si preoccupi per me. Parker è solo uno
spocchioso ragazzo viziato, non vale la pena che si perda tempo a pensarci”
rispose lei.
“Sai cosa mi ha sempre sorpreso di te, Liz?” di nuovo, non aveva
evidentemente voglia di trattenersi.
“Dimmi” chiese lei.
“Avresti tutte le ragioni del mondo di pretendere le attenzioni della
gente, il loro aiuto, i loro favori. Sei una bellissima ragazza e la tua condizione
è reale, al contrario di molta gente che si lamenta di problemi immaginari.
Ma per qualche ragione, sei praticamente l’unica persona al mondo a
non pretendere. Non solo, sei tu a dedicare la tua attenzione a tutti. Mi
chiedo come ci riesci” disse.
Non era frequente che lui parlasse in modo così profondo. Elisabeth
sospettava che lo facesse solo con lei, e probabilmente lo faceva proprio
perché lei non poteva vederlo.
“E’ difficile risponderti, penso di essere nata semplicemente
così. Non mi piace avere l’attenzione, cosa me ne faccio dell’attenzione
della gente? Supponiamo che io sia in una stanza piena di gente, tutti pronti
a sentire cosa dico e a guardare cosa faccio. Un imbarazzo tremendo! E poi
a me piace parlare ma non ho nulla da dire. Mi piace invece ascoltare cosa
dicono le persone, come si muovono, come si comportano. Sono molto più
interessanti di me” rispose candidamente.
“Su questo sbagli, Elisabeth, non conosco persone più interessanti
di te” commentò lui.
“Elisabeth,
puoi rispiegarmi come si lavano gli asciugamani?” urlò suo padre
da dentro casa.
“Dovrei andare” disse lei sorridendo “Papà non ha
mai imparato a fare il bucato, e Harm ultimamente è troppo impegnata
con il ballo per aiutarlo”
“Di fronte a problemi simili sventolo bandiera bianca” rise Angel.
Capitolo 4
Il ballo di fine anno ormai era alle porte. Si sentiva dalle urla di Harmony.
“Lizzie, come farò ad andare al ballo senza un cavaliere? Sarò
la vergogna della facoltà!” piagnucolava.
“Harmony, tesoro, vedrai che troverai il tuo cavaliere, manca ancora
un’intera settimana” tentava di spiegarle Elisabeth
“Una sola settimana?! Oh, ma perché me lo hai ricordato! Non
ce la farò mai!” strillava
“Su Harm, dai provati il vestito, sei sempre di buon umore quando ti
provi il vestito del ballo” eccola la parola magica: vestito.
Harmony
passò le successive due ore a provarsi il vestito spiegandoglielo nei
dettagli perché Buffy potesse dirle che stava d’incanto. Infondo
non aveva un modo migliore di trascorrere quelle due ore, che le venisse in
mente. O forse voleva evitare di pensare di averne uno.
A dire il vero le creò un po’ di imbarazzo stare in quella stanza
a sentir parlare del ballo. Era una ragazza giovane, e ricordava di aver partecipato
a dei balli di quartiere, quando era piccola e aveva la vista. Avrebbe voluto
parteciparvi, ma l’ambiente universitario non era certo come la sua
rassicurante strada in cui tutti, consapevoli della sua situazione, non avrebbero
mai fatto nulla per metterla in imbarazzo.
Però ugualmente le metteva un velo di tristezza il pensiero di passare
la serata a casa mentre Harm, Angel, Willow e… e forse anche William,
sarebbero stati nella palestra del campus a divertirsi.
Uscì dalla camera e scese le scale. Doveva trovare papà. Lui
era sempre disponibile per queste cose.
“Oh,
ciao Elisabeth, pensavo fossi di sopra a consolare tua sorella” scherzò
Rupert dal dondolo sotto il portico davanti casa.
Elisabeth sorrise “Due ore sono state sufficienti, ora sta provando
il vestito” rise lei mentre, avendo riconosciuto da dove veniva la voce,
si sedeva accanto a lui.
“Papà, mi serve un consiglio” iniziò lei.
Rupert chiuse il libro che stava leggendo, lo mise da parte e le prese la
mano, come faceva sempre quando dovevano parlare di qualcosa “Dimmi
tutto quello che vuoi, tesoro, sono qui apposta”
Elisabeth perse un respiro “Vedi, il ballo per cui Harm si sta tanto
entusiasmando…” fece una pausa
“Non sai se andarci anche tu o no” concluse Rupert per lei.
“Esatto” sorrise lei candidamente
Rupert le lasciò momentaneamente la mano, prendendo un respiro mentre
si puliva gli occhiali.
“Tesoro mio” proseguì “Hai ventidue anni, e devi
sfruttarli al meglio delle tue possibilità. Questo significa, che la
cecità non ti dovrebbe impedire di fare quello che ti senti. Se vuoi
partecipare al ballo, sai bene che tua sorella ed Angel ti aiuterebbero ad
ambientarti e non ti lascerebbero mai sola. Avresti la musica, loro ballerebbero
con te. Tutti ti vogliono bene, Elisabeth, hai fatto tanto per tutti noi,
lo sai. Nessuno ti negherà una cosa che ti spetta di diritto”
concluse, sincero.
Elisabeth ci pensò un po’ su, poi rispose “D’accordo,
papà. Penso che ci andrò dopotutto” sorrise.
Rupert le passò una mano sulle spalle e lei si appoggiò alla
sua. “Brava ragazza, sei sempre stata una brava ragazza. E avrai tutte
le soddisfazioni che ti meriti, vedrai”.
Rimasero per lungo tempo sotto il portico, a rilassarsi nell’aria del
tramonto. Lei non poteva vederlo, ma sentiva comunque il sole calarle sulla
pelle, e le piaceva molto.
“Buon
pomeriggio, Elisabeth” le disse Angel.
“Buon pomeriggio a te, sei in ritardo oggi” scherzò lei
“Hai avuto altre discussioni con il quaterback, forse?”
Angel la raggiunse sotto il portico
“Bene, io torno dentro” disse Rupert con fare casuale, alzandosi.
“Di che parlavate tu e tuo padre?” chiese Angel quando Rupert
fu rientrato
“Mi stava convincendo a venire al ballo di fine anno” rispose
candidamente Buffy
Angel si sedette accanto a lei “E verrai alla fine?” chiese
“Si, alla fine penso di si, ci sarà della buona musica e potrei
ballare. Sono brava a farlo” disse
“Certo che lo sei” rispose Angel “Più di quanto si
possa credere da una ragazza che non può fare le prove allo specchio”
aggiunse, tranquillo che le sue parole non l’avrebbero ferita.
“Lo spero, o sarai costretto a difendermi da tutti quelli che mi prenderanno
in giro nei prossimi anni” gli fece una linguaccia.
“Elisabeth” iniziò Angel “Vuoi che ti accompagni
io al ballo?” le chiese timidamente
Buffy fu stupita da quella domanda, Angel non era solito mostrarle compassione
ma del resto aveva una fila di ragazze pronte ad accompagnarlo che lo avrebbero
fatto divertire certamente più di lei. “Angel” iniziò
“penso che Harmony abbia bisogno di un accompagnatore molto più
di me” gli disse “a dire il vero stavo per chiederti se non ti
è di troppo disturbo presentarti con lei, è molto scossa dal
non aver trovato un accompagnatore, tiene molto a questo ballo” concluse,
imbarazzata dalla richiesta.
Angel rimase in silenzio un momento. Poi rispose “Conosco te e lei da
quando siamo piccoli, non c’è problema, ma promettimi che verrai
insieme a noi, e io ti prometto che non ti perderò d’occhio un
solo secondo” le disse sorridendo.
Buffy gli prese la mano per ringraziarlo.
“Vado su a dirglielo, così può smettere di piangere”
le disse lui ridacchiando e alzandosi “Ci vediamo dopo”.
Quando Buffy sentì la porta chiudersi pensò. Forse andare al ballo non era l’idea migliore che avesse avuto, nonostante non le fosse mai dispiaciuto partecipare alle attività di gruppo. Quando davano le feste di quartiere lei poteva quasi respirare l’aria di festa, non le era necessario vederla. Infondo partecipava al ballo perché era curiosa di sentire che atmosfera ci fosse stata, il peggio che poteva capitarle era che l’unica cosa respirabile fosse il fumo e il sudore, e nel tal caso sarebbe tornata a casa, il suo amico Xander guidava un taxi e lei chiamava sempre lui quando aveva bisogno di indipendenza.
Improvvisamente sentì un impulso ad alzarsi. Scese lentamente gli scalini del portico, superò il vialetto e la strada. Sapeva dove stava andando, anche se fino ad un attimo prima il pensiero non le aveva nemmeno sfiorato la mente. 20… 21… 22 passi. I lievi rumori dal garage di William le giunsero presto alle orecchie. Lavorava fino a tardi, lei lo sapeva bene, tante volte lo aveva ascoltato. Superò il suo vialetto e presto arrivò a toccare con il bastone il muro esterno della casa.
William
doveva essersi accorto del lieve rumore causato dal bastone, perché
lei si sentì immediatamente i suoi occhi addosso e capì che
aveva smesso di lavorare.
“Buonasera, William” gli disse
“Buonasera, Buffy” le rispose. Era sempre grata di sentirsi chiamare
in quel modo. Gli sorrise.
“Come prosegue il tuo corso universitario?” chiese lei sorridendo.
William impiegò un momento a rispondere, ma lei sentiva che non le
aveva tolto gli occhi di dosso. Sentiva odore di sudore, doveva aver lavorato
molto. Ma al contrario del solito, quell’odore non la infastidiva per
niente. Sentiva molto caldo a stare lì dentro.
“Bene” le rispose. Era sempre fermo nelle sue risposte, ma non
infastidito.
Buffy sorrise “Ne sono lieta” fece qualche passo in avanti. Con
il bastone toccò un mobile con le gambe, toccandolo si accorse che
era una sedia e vi si sedette. C’era posto accanto a lei, era un vecchio
dondolo, ricordava di averci giocato da piccola quando era appeso davanti
a quella casa. Fece segno a William di sedersi accanto a lei, e lui lo fece
senza dire una parola.
“Papà mi dice che dovrei avere una vita come tutte le ragazze”
iniziò Buffy “nei limiti delle mie possibilità. Così
andrò al ballo di fine anno” raccontò.
William continuava a non rispondere, ma lei sapeva che la stava ascoltando,
come sempre.
“Mi chiedevo se ti troverò lì” riuscì a dire,
e dopo un attimo di pausa “o se ti andasse di accompagnarmici”
confessò.
Non sapeva cosa lui le avrebbe risposto, ma l’impulso che l’aveva
fatta alzare dal suo portico le diceva di provare. Non ballava insieme a William
da quando avevano otto anni, e allora tutto era diverso.
Dopo un minuto lungo, ma che sembrò infinito, William le rispose. “Io…”
iniziò “Penso che dovrò lavorare quella sera” disse
infine.
Buffy non fu realmente delusa, infondo lo immaginava, non poteva aspettarsi
altro. Non sapeva che espressione aveva mostrato, perché il consueto
sorriso non riuscì ovviamente a sostenerlo, ma cercò di mostrare
ugualmente tranquillità, anche se il cuore le sembrava improvvisamente
pesante.
“Sei molto bravo a fare questo” gli disse.
Poi si alzò, prese il bastone, e tornò a casa.
William non aprì bocca. Ma non le staccò gli occhi di dosso
finchè non fu dentro casa. Lei lo sentiva.
Capitolo
5
La sera del ballo era arrivata. Elisabeth se ne rese conto perché per
la prima volta in vita sua Harmony si era svegliata prima di lei, ed era venuta
a chiamarla annunciando “Non sei ancora in piedi? Sono già le
sei! Abbiamo solo tredici ore per essere pronte!”. Non l’avrebbe
mai capita. Mai.
Tuttavia la sera precedente aveva involontariamente origliato a una conversazione
fra Harm e il loro padre, e l’aveva sentita dire distintamente che ciò
che avrebbe reso unica quella serata era poterla condividere con sua sorella
maggiore. Il cuore le si era sciolto così tanto che aveva deciso di
accontentarla in tutto e per tutto.
Raccolse le forse e scese dal letto, voleva raggiungere la cucina e fare colazione.
Quella mattina l’odore di dolce si sentiva dal piano di sopra, Rupert
non sapeva trattenere il proprio orgoglio nell’esserci il giorno in
cui le sue due bambine andavano al ballo, insieme.
“Buongiorno, papà” gli sorrise
“Buongiorno Elisabeth. Vedo che anche tu ti sei svegliata presto”
ironizzò lui mettendole in mano un piatto pieno di toast alla marmellata.
“Già, come resistere a letto…” scherzò lei.
Rupert si sedette a tavola di fronte alla figlia “Tesoro” iniziò
“questa mattina svegliandomi mi sono reso conto che forse avresti potuto
trovare un accompagnatore per il ballo. È un pensiero che inizialmente
non mi aveva toccato, Harmony aveva monopolizzato tutte le mie preoccupazioni
di padre, e tu sembravi non volertene interessare, ma non era necessario che
tu andassi sola” le chiese
Elisabeth fu decisamente sorpresa da quella questione “Non vado propriamente
sola. Voglio dire, Harmony va con Angel, è come se andassimo tra amici”
gli rispose
“Certamente, ma quello che intendo è che avresti potuto andare
con un tuo cavaliere, in modo tradizionale” faticava a trovare le parole
con cui spiegarsi
“Papà, io non vado certo a quel ballo in modo tradizionale. Non
so nemmeno quanto tempo mi tratterrò, e non sarò certo nelle
condizioni di far passare una serata piacevole ad un mio eventuale accompagnatore”
disse un po’ imbarazzata.
“Non intendevo dire di fare come tua sorella e chiedere a tutti i ragazzi
che incontri per la strada” si fermò un momento controllando
che Harmony non fosse in giro e non potesse averlo sentito “ma magari
avresti potuto chiedere a quel tuo amico Xander, o andare con Angel lasciando
che tua sorella trovasse un altro cavaliere, o…” si fermò
un momento “potevi chiedere anche a William”.
Elisabeth rischiò di strozzarsi con il caffè “William?”
chiese nervosa e incredula
“Si, William Darcy, te lo ricordi vero? Eravate inseparabili da piccoli.
Sono certo che gli avrebbe fatto piacere accompagnarti”
‘Penso che dovrò lavorare quella sera’ ricordò le
sue parole. “Come mai lo pensi? William è diventato molto riservato
e non siamo più così inseparabili” rispose lei
“Beh ecco, lo penso perché ho avuto l’impressione che lui
abbia camminato avanti e indietro per il vialetto davanti casa per circa tre
ore ieri, e se ne sia andato quando hai spento la luce della tua camera”
confessò Rupert.
Buffy non disse una parola. Non capiva. La sera precedente era stata tutto
il tempo con la sorella a parlare di come comportarsi al ballo, non era uscita
nel portico come suo solito. Forse se l’avesse fatto…
Rupert interruppe il flusso dei suoi pensieri “Ad ogni modo, divertitevi
questa sera, io ora vado a lavoro” le disse e lasciò la stanza
senza aspettare di essere salutato, non voleva distrarla dai suoi pensieri.
Alle
otto Elisabeth e Harmony erano pronte. Harm aveva insistito per essere lei
a curare il look della sorella, ma Elisabeth molto cautamente aveva rifiutato
non fidandosi e preferendo affidarsi ai gusti più pacati di Willow.
L’amica l’aveva trovata molto pensierosa, ma credendo che la sua
distrazione riguardasse lo svolgimento della serata aveva preferito non insistere.
Quando Angel arrivò a prenderle rimase a bocca aperta. Buffy indossava
un abito molto semplice ma splendido, rosa pallido, morbidamente lungo fino
alle caviglie. I capelli erano superiormente raccolti in una piccola coda,
e nel resto erano mossi. Era leggermente truccata, ma in modo molto fine.
Un incanto.
“Buonasera signore mie” fece un inchino da perfetto gentiluomo
“Ciao Angel! Puntuale come sempre!” squittì Harmony infilandosi
in macchina
Elisabeth invece si avvicinò a lui “Angel, sei certo che per
te la mia presenza non sia un disturbo?” chiese improvvisamente preoccupata
Angel le prese la mano, per farle capire che aveva tutta la sua attenzione
“Stai scherzando? Sarò l’unico uomo accompagnato da due
ragazze” scherzò allentando la tensione.
Elisabeth si rilassò e si lasciò condurre alla macchina, sedendosi
mentre lui raggiungeva il posto di guida.
Mentre chiudeva la portiera ebbe la sensazione di essere osservata. E sapeva
perfettamente da chi. Anche se non sapeva il perché.
La
palestra doveva essere molto affollata, aveva immediatamente avvertito più
caldo entrandoci. Ma la musica era buona, questo la consolava decisamente.
Aveva deciso di lasciare ad Harmony la sua “entrata trionfale”,
aveva sentito fin troppe voci su come ‘non avrebbe mai trovato un tizio
disposto ad accompagnarla’ e non voleva toglierle la sua rivincita,
così in accordo con loro rimase vicina alla porta ad aspettare che
tornassero da lei dopo essersi fatti un po’ vedere. Intanto avrebbe
preso tempo per ambientarsi alla temperatura e al volume delle casse.
Capì immediatamente che quella scelta le avrebbe portato più
sofferenze di quanto immaginava quando sentì la voce di quell’essere
spocchioso di Parker Abrams troppo vicina al suo orecchio.
“Guarda guarda, non pensavo di vederti qui” era una sua impressione
o lui faceva sempre in modo di usare la parola ‘vista’ con lei?
“Sei venuta a farti spintonare nella pista da ballo come nei corridoi
al campus?” non la smetteva proprio.
“Parker, non dovresti essere a ballare con la tua compagna?” commentò
garbatamente.
Sentì la sua esitazione, ma nessuna risposta perché Angel era
già tornato “Abrams, mi sembrava avessimo già chiarito
questo punto” lo intimidì.
“Oh, Angel il cavaliere, idiota. Posso fare quello che voglio e non
sarai certo tu a fermarmi, se non sbaglio l’ultima volta sei stato sospeso
dalle partite per questo” cercò di minacciarlo
Angel non si lasciò intimidire “Ci sono soddisfazioni più
grandi che far parte della squadra”.
Parker doveva aver lasciato perdere, perché qualche attimo dopo Angel
e Harmony avevano preso Elisabeth per mano e la stavano portando in giro per
la sala a mettere qualcosa sotto i denti.
Elisabeth dovette ammettere che stava passando una bella serata. Angel e Harmony l’avevano portata in mezzo alla pista a ballare, e con sua sorpresa si erano unite a loro anche altre compagne di università, stupite di vederla al ballo e desiderose di conoscerla meglio. Elisabeth spesso era così incuriosita dal mondo da non accorgersi che la gente poteva essere sul serio incuriosita da lei senza per questo provare compassione, le fece molto piacere scoprirlo. E poi in questo modo poteva evitare di gravare solamente sull’amico e la sorella.
Dovevano
essere circa le undici, il ballo era ancora agli inizi, verso mezzanotte c’era
il magico momento per le coppie, ed Elisabeth non aveva molta voglia di esserci.
E poi era già stanca. Attese che Angel e Harmony tornassero da lei
per dirgli che andava a casa.
“Lizzie, non ti stai divertendo?” chiese la sorella, seriamente
preoccupata
“Assolutamente! Sul serio, mi sono divertita molto, però non
sono più abituata a stare fuori tanto la sera, sono stanca ora”
disse
“Nessun problema, ti riaccompagno” propose Angel
“No, non preoccuparti, Xander è di turno stasera, sono già
d’accordo con lui” rispose Elisabeth, abbracciando la sorella
“Fate i bravi” scherzò.
Prendendo il bastone, uscì dalla palestra. 1…2…3…4…
iniziò a contare i passi verso l’entrata del campus. Le aveva
fatto bene uscire, si sentiva rilassata. Era anche riuscita a non pensare
al rifiuto ricevuto da William. 20…21…22… improvvisamente
il bastone davanti a lei scontrò contro qualcosa. Dal rumore doveva
essere stoffa. Pantaloni. Gambe di qualcuno.
“Dove corri?” Parker.
Capitolo 6
“Penso che tu stia sulla mia strada per l’uscita” rispose
Elisabeth “Potresti per favore spostarti?”
“Mmm… se non lo faccio? Cosa fai? Mi picchi con il bastone?”
sfottè.
Puzzava di alcool e di fumo, era nauseante e troppo vicino. Elisabeth si spostò
verso sinistra ma non ebbe bisogno di tastare di nuovo per capire che le si
era nuovamente parato davanti.
“Parker, è tardi, vorrei andare a casa” disse cercando
di mantenere la calma. Ma sentiva i passi dei suoi amici alle proprie spalle
e di nessun altra persona che potesse venirle in aiuto.
Per la prima volta dall’incidente si sentiva sul serio in pericolo per
la sua condizione.
“Perché? è ancora presto, potremmo divertirci” le
disse avvicinandosi pericolosamente.
“Sono molto stanca” continuava a tentare lei, ma la voce tremante
la stava tradendo.
Lui sembrò non averla nemmeno sentita “Su dai, mi dispiace per
tutte le volte che ti ho presa in giro. Me lo dai il bacio del perdono?”
le disse.
Quando Elisabeth si sentì il suo fiato vicino al volto, puntò
il bastone sul suo piede con tutta la forza che aveva. Parker lanciò
un grido ritraendosi e lei senza attendere conferme iniziò a correre.
Sentiva le imprecazioni farsi sempre più distanti, ma poi capì
che avevano iniziato a correre anche loro. Cercava di tenere la mente lucida
per capire sempre dove fosse e come arrivare all’uscita ma era difficile
non confondersi in quella situazione. 30… 31… 33… perdeva
il conto dei passi, e il fiato le diventava sempre più corto. Ad un
tratto sentì il corrimano delle scale. Dannazione non doveva essere
lì! Era ancora lontana dall’uscita. I passi pesanti di Parker
e i suoi amici si facevano più vicini, Elisabeth riprese a correre
ma ormai si affidava alla fortuna. Fu costretta a rendersi conto di non sapere
dove fosse, e fu sopraffatta dal panico.
Quegli uomini erano comunque più veloci di lei, e in un minuto le furono
addosso.
“Mi hai fatto male” le disse Parker in tono strafottente afferrandola
per i polsi e costringendola a voltarsi verso di lui “Dio, non sai quanto
sei bella…” ma quel complimento non fece che nausearla. L’odore
di alcool la fece quasi svenire, ma si costrinse a rimanere lucida per poter
approfittare di qualunque via di fuga le si presentasse.
Parker la spinse indietro e si trovò ad avere le spalle contro un muro,
il corpo di lui schiacciato addosso. Non voleva dargli la soddisfazione di
piangere e continuò a dibattersi in silenzio. Ma dentro di se stava
urlando.
Le mani di lui le afferrarono i fianchi e iniziarono a sollevarle la gonna,
una di esse si infilò fra le sue gambe che lei strinse più che
potè, emettendo un piccolo grido di frustrazione che fu evidentemente
interpretato male.
“Si, così piccola grida per me” le diceva mentre le sfiorava
l’orlo delle mutandine. Le lacrime ormai uscivano e lei si odiava per
dargli questa soddisfazione.
Ad un tratto, quel pesante e viscido corpo le fu strappato di dosso e lei
fu libera. Si accasciò a terra stringendo le ginocchia al petto. Sentiva
rumori di lotta, Parker che si lamentava contro un uomo ignoto, lei teneva
gli occhi chiusi come se questo le permettesse di non sentire.
E dopo qualche minuto che le sembrò durare una vita, Parker e i suoi
amici stavano correndo via. In quel corridoio, o atrio, o stanza in cui erano
e che lei non riconosceva, si sentiva solo il respiro del suo salvatore.
Alzò la testa, tese la mano tremante in avanti, come faceva sempre
nei mesi dopo l’incidente quando sconvolta non sapeva più che
fare.
E una mano robusta e sicura afferrò la sua.
William. Il suo colore. Il suo odore.
William era venuto a salvarla e ora sedeva accanto a lei. Non l’abbracciava.
Ma le teneva la mano come se farlo fosse l’unico scopo della sua vita.
E ora Elisabeth stava bene.
William l’aveva salvata.
Dopo
un tempo indefinito lo sentì alzarsi, e senza ancora lasciarle la mano
aiutò lei a fare lo stesso. Con la mano libera Elisabeth si sistemò
la gonna e passò una mano sul viso ad asciugare le lacrime. William
non parlò, e non si mosse. Attese, e poi iniziò a camminare
conducendola con se. Non sapeva dove la stava portando, ma capì quando
sentì la musica. Una musica dolce, doveva essere iniziato il momento
delle coppie. William varcò con lei la porta, la condusse nella pista
da ballo, e cingendole la vita danzò con lei.
Il contatto fra i loro corpi era ridotto al minimo, ma il solo poter sentire
la mano di lui che teneva la sua era inebriante. Per anni aveva atteso quel
contatto, ora se ne rendeva conto.
Danzarono su note fantastiche per un tempo infinito, esistevano solo loro
due, tutto il resto sfumava nel nulla. Fu come tornare bambina e allo stesso
tempo si sentiva cresciuta. Gli aveva chiesto di accompagnarla al ballo, e
lui lo aveva fatto, anche se non nel modo consueto. William. Il suo William.
Non lo avrebbe mai più lasciato andare.
Capitolo
7
Elisabeth si svegliò il mattino dopo con un sorriso splendido sul volto.
Dopo un ballo William l’aveva lasciata andare, lei subito non capì
perché ma un attimo dopo si sentì afferrare il braccio dalla
sorella che strillava domande e capì che lui non voleva dare spiegazioni.
Nemmeno lei in effetti ne diede molte, disse solo di averlo incontrato mentre
usciva. L’episodio Parker lo voleva dimenticare a tutti gli effetti,
non ne aveva parlato a nessuno né l’avrebbe mai fatto. Le era
orribile ricordare quanto si era sentita impotente, quanto si era sentita
mancante. Angel e la sorella l’avevano riportata a casa, nessuno aveva
parlato in macchina, il che era strano. Ma arrivata a casa Harmony le aveva
fatto notare che poteva ‘almeno risistemarsi i capelli dopo la scappatella
con William’, capì allora che non potendo sistemarsi allo specchio
doveva aver fatto l’impressione sbagliata e averli messi in imbarazzo,
ma preferiva un po’ di vergogna al racconto di Parker.
Si alzò dal letto sentendo il sole scaldarle il viso, era leggiera, felice. Tante domande si accavallavano nella sua mente: cosa sarebbe successo ora? Lui avrebbe preso l’iniziativa finalmente? O doveva andare ancora a cercarlo lei? Non lo sapeva, ma ora aveva meno importanza. Era uscito dal guscio anche se solo per un secondo, si era scoperto, aveva ammesso con i suoi gesti che lei gli piaceva. E lei non ne era mai stata tanto certa quanto ora. L’aveva salvata… era il suo eroe.
Scese
verso la cucina con un sorriso stampato da un orecchio all’altro. Rupert
non potè fare a meno di notarlo.
“Pare che ieri sera la festa sia stata di tuo gradimento” le commentò
sorridendo mentre lei correva ad abbracciarlo.
Harmony rispose per lei scherzosamente “E come avrebbe potuto non esserlo,
con William appiccicato sulla pista da ballo…” disse facendo un
occhiolino al padre e bevendo il suo latte.
“Oh, e così il nostro giovanotto alla fine si è fatto
avanti” disse Rupert.
Buffy sorrideva ebete “Beh, in un certo senso” disse staccandosi
dall’abbraccio e tastando il tavolo per prendere una fetta di pane tostato.
“Devo supporre quindi che qualche volta busserà anche alla porta
invece di passare il tempo a girarci davanti” chiese il padre.
Buffy si strozzò con la fetta e iniziò a tossire “Cosa
fa?” chiese incredula. Sapeva che lo aveva fatto la sera prima del ballo,
ma da come ne parlava il padre sembrava una consuetudine!
“O forse no…” si rassegnò lui “Ci speravo,
qualche volta mi inquieta vederlo ogni volta che mi volto verso la finestra”
sospirò.
“Potresti chiedergli di smetterla come regalo di compleanno” scherzò
Harmony.
Il compleanno di papà! Buffy l’aveva dimenticato, era la settimana
successiva! Prese Harm per un braccio e la trascinò fuori dalla cucina.
Rupert sorrise.
“Lizze,
ma che c’è?” le chiese la sorella. Elisabeth aspetto di
essere fuori portata dalle orecchie del padre.
“Il suo compleanno! Sono così stupida, lo avevo dimenticato!
Ti prego dimmi che hai già fatto tu il giro del quartiere!” le
disse. Ormai erano anni che i compleanni della famiglia si festeggiavano insieme
agli amici del quartiere.
Harm focalizzò un momento la sua domanda “Beh, c’era il
ballo…” si giustificò.
Buffy sospirò per la frustrazione. Chiese che ore erano, e quando si
accorse che era ancora presto si affrettò, non le ci voleva niente
a fare il giro lei stessa. Avrebbe chiesto alla signora Rosemberg di preparare
la torta, lei aveva sempre le torte migliori; invece il nipote del signor
Osbourne era un genio con la musica, azzeccava sempre le preferite di tutti;
poi la signora Harris che gestiva un emporio procurava sempre il bere mentre
la signora Darcy il mangiare. Doveva chiedere ad Angel e a Xander di aiutarla
con le decorazioni, ma almeno per quelle c’era tempo.
Alle
5 del pomeriggio aveva quasi terminato il giro. Le ci era voluto così
tanto perché per ogni casa si era fermata a prendere il te o a fare
due chiacchiere, come sempre. Le rimaneva una sola casa, ma prima di trovarcisi
di fronte non si era resa conto di quanto sarebbe stato difficile entrarci:
casa Darcy.
Bussò alla porta principale. La persona che venne ad aprirle restò
in silenzio. William.
Il cuore le battè forte. Sperava sarebbe venuto da lei quel giorno,
ma lei stessa era stata così impegnata che anche se fosse venuto non
l’avrebbe trovata.
“Buongiorno, William” gli disse sorridendogli.
“Buongiorno, Buffy” le rispose. Come le faceva effetto quel nome,
ogni volta…
Lui non fece accenno di spostarsi, se ne sarebbe accorta. E sapeva che continuava
a fissarla. Non sapeva cosa dirgli, il motivo per cui era venuta non riguardava
lui, con lui le cose andavano trattate più delicatamente.
Dopo un momento interminabile chiese “Potrei entrare? Avrei bisogno
di Jenny se è in casa…”
Sentì William farsi indietro, dandole lo spazio per entrare.
Il suo odore era così inebriante che rischiò di inciampare varcando
la soglia, non pensando al gradino che ha ogni casa all’ingresso. Perse
per un momento l’equilibrio, ma sentì improvvisamente la mano
di lui tenere la sua con tanta forza da farle quasi male per impedirle di
cadere.
Recuperando
l’equilibrio, lo sentì chiudere la porta principale.
“Mia madre non è in casa ora” le disse con voce bassa.
Per un momento Elisabeth rimase spiazzata. Poi tentò di mantenere la
sua consueta allegria. “Potrei aspettarla, che dici?” gli chiese.
Poi si voltò dando le spalle alla porta. Dovette rendersi conto che
erano anni ormai che non entrava in quella casa, non ricordava bene com’era
fatta e dove dovesse andare per raggiungere il salotto. William non la stava
certo aiutando, rimaneva fermo immobile e lei si sentiva i suoi occhi addosso.
Ad un tratto si rese conto che le teneva ancora la mano.
Si voltò verso di lui. Voleva chiedergli di aiutarla a trovare la strada,
ma si rese conto che se non l’aveva fatto di sua iniziativa non l’avrebbe
fatto nemmeno sotto richiesta. E poi, si rese conto che non avrebbe lasciato
nemmeno che lei si allontanasse da sola.
Il corridoio era stretto, Elisabeth sentiva l’appendiabiti dietro la
sua schiena, non aveva spazio per muoversi e iniziava a sentire molto caldo.
“Sei d’accordo se l’aspetto qui?” chiese di nuovo,
sperando di sentirlo rispondere qualunque cosa “Potresti aiutarmi a
raggiungere una sedia?” non potè impedirsi di chiedere, le gambe
stavano per cederle dall’emozione, si sentiva come se improvvisamente
le fosse salita la febbre.
Allungò la mano libera per aggrapparsi al suo braccio, ma ciò
che toccò invece era il suo nudo e liscio torace.
Allontanò la mano come se si fosse scottata, per la sorpresa.
Ma quello che la soprese maggiormente fu che lui si avvicinò di più
a lei, che trovandosi contro al muro non potè più arretrare.
Sentiva il suo respiro caldo sul viso, e poi la mano libera di lui che prendeva
quella di lei portandosela sul cuore.
Il battito non era rapido, ma incredibilmente intenso, e lei si sentiva scogliere
al contatto con la sua pelle.
“William…” chiamò con voce tremante.
“Ti prego, Buffy…” le sussurrò passionale. Le aveva
lasciato la mano sul petto per poterle accarezzare una guancia.
Buffy tremava. “Ti prego… cosa?” gli chiese in un sussurro.
“Ti prego… “ ripetè, trasformando la carezza in una
presa ferma fra i suoi capelli “… smetti di parlare”
Un attimo dopo le labbra di lui erano sulle sue. Morbide, dolci e calde. Avrebbe
potuto morire in quel bacio.
Buffy si avventò su di lui, lasciandogli la mano per allacciargli le
braccia intorno al collo.
William intensificò il bacio insinuando la lingua fra le sue labbra,
e le cinse i fianchi con le sue forti braccia. Con una mano le strinse dietro
il collo mentre le loro lingue duellavano, come se ne andasse della loro vita.
Buffy avrebbe voluto che quella sensazione non finisse mai.
Qualche
attimo più tardi sentirono una macchina entrare nel vialetto. Jenny
era tornata.
Separandosi per prendere aria, William appoggiò la fronte alla sua
ansimando, poi la condusse in salotto e le lasciò la mano.
Sentì la porta aprirsi e chiudersi, e qualche attimo dopo Jenny sorpresa.
“Buongiorno Elisabeth, come mai qui?” chiese la donna dolcemente.
Elisabeth tentò di nascondere il proprio disagio “Sono venuta
a chiederti se anche quest’anno puoi dare il tuo contributo per la festa
di compleanno di mio padre…” disse con tono di voce più
simile al normale che le fosse possibile.
Un istante dopo sentì Jenny dire in un’altra direzione “William,
quella maglietta è orribile, dovresti metterla solo quando lavori”
gli criticò scherzosamente. Ecco dov’era andato.
Buffy sorrise fra se, mentre spiegava a Jenny dei preparativi.
Capitolo
8
Ormai tutto era organizzato, l’intero vicinato era al lavoro per i preparativi.
Rupert come ogni anno fingeva di non accorgersi di nulla, e dentro di se sorrideva.
Elisabeth era tornata a casa tardi quel sabato, non era da lei rimanere fuori
tutto il giorno, doveva aver fatto il giro di tutte le case a coinvolgere
tutti quanti. Che figlia adorabile aveva. E forse finalmente aveva trovato
l’uomo per lei, come lui già sospettava da tempo. Quando era
tornata a casa era rossa in viso e gli occhi le brillavano. Non poteva essere
più felice.
Elisabeth era in camera sua ora. Il bacio di William era stato così inaspettato e passionale… non aveva mai provato quelle sensazioni in vita sua. All’inizio aveva avuto un po’ paura, ma non come quando Angel le tendeva gli agguati per gioco, i brividi che la percorrevano erano anche… eccitanti. E poi le sue labbra erano più morbide del suo cuscino preferito, lisce come l’acqua, e la sua bocca era calda come la cera fusa delle candele con cui si divertiva a giocare…
I
suoi pensieri furono interrotti dal suono del campanello. Sentì suo
padre aprire a Angel e corse giù per le scale contenta.
“Buonasera Elisabeth!” le sorrise Angel vedendola così
allegra.
Elisabeth lo trascinò in veranda, il padre sorrise fra se nel vedere
la scena, sua figlia sembrava proprio una scolaretta che racconta della sua
cotta al suo migliore amico.
“Buongiorno Angel! Non è una bellissima giornata?” gli
disse senza trattenere la felicità
Angel era stupito “Ma cos’è successo di così eccitante
da farti saltellare in questo modo?” rise lui
Buffy improvvisamente ebbe paura a raccontargli del bacio. Infondo con William
non aveva neppure parlato, non c’erano state promesse, e se infondo
per lui non fosse stato importante? Meglio non rischiare
“Oh nulla. Oggi ho fatto il giro del vicinato per organizzare il compleanno
di papà, mi aiuterai con le decorazioni, vero?” gli chiese sviando
argomento.
Angel sembrò non farci neppure caso “Certo, verrò qui
armato di Xander come sempre” le disse.
“Bene, perfetto. Sono un po’ preoccupata perché con tutta
la faccenda del ballo ho organizzato un po all’ultimo momento”
spiegò
Angel le rispose con un tono un po’ più serio “Giusto,
ti volevo proprio parlare del ballo…”
Elisabeth ebbe paura per un momento “Cosa volevi chiedermi del ballo?”
chiese cercando di mostrarsi serena.
Angel continuò “Vedi, quella sera quando sei tornata in sala
con William e visibilmente scompigliata, puoi immaginare che idea mi ero fatto…”
disse serio.
Buffy ebbe paura, si sentiva a disagio a parlare di questo con lui, dopotutto
era un ragazzo anche se il tuo migliore amico…
Fortunatamente Angel continuò “… ma poi questa mattina
sono andato ad una sessione extra di allenamento, e pare che qualcuno abbia
pestato pesantemente Parker e alcuni altri giocatori che si porta sempre dietro.
Lui è ancora in ospedale. Nessuno ha visto chi è stato, e Paker
e gli altri non lo conoscevano e non saprebbero descriverlo. Io però
lo so come lo sai tu” terminò.
Elisabeth, per la prima volta forse o una delle poche, non sorrideva. Aprì
la bocca per parlare ma non sapeva bene cosa dire.
“Non preoccuparti, non intendo certo dirlo. Quello che vorrei sapere
però è cos’è successo per indurre un essere tanto
calmo come William ad aggredire e mandare in ospedale tre uomini” aggiunse,
più dolcemente.
Buffy era tesa, e sentiva gli occhi inumidirsi. Abbassò lo sguardo
“Parker… sai com’è fatto. Mi ha bloccato l’uscita,
e… per fortuna William è arrivato in tempo…” tentò
di terminare senza più trattenere le lacrime.
Angel corse ad abbracciarla per consolarla, l’aveva vista piangere solo
per essersi fatta male prima d’ora. Nessuno si era mai permesso di far
piangere quella creatura adorabile.
Dopo
alcuni minuti Elisabeth si fermò. Con la mente tornò al suo
eroe, al primo uomo che l’aveva baciata. Se quello che diceva suo padre
era vero lui girava spesso intorno a casa. Forse anche ora la stava osservando.
Non c’era nulla di male in un abbraccio con uno suo amico, ma improvvisamente
si sentì a disagio, non voleva che la vedesse abbracciata ad un altro
uomo, non voleva ci fosse il minimo rischio che pensasse male di lei.
Lentamente si staccò dall’abbraccio, e si congedò dall’amico
dicendo che doveva aiutare suo padre con la cena. Rientrò in casa e
corse in camera. Ogni volta che pensava a William le tornava in mente quel
bacio… decise per calmarsi di fare una doccia.
Quella
notte non poteva prendere sonno. Aveva sperato che venisse da lei, era rimasta
tutta la sera in veranda rientrando molto più tardi del solito ma non
aveva avvertito la sua presenza, non aveva visto il suo colore. Lui non poteva
sfuggirle, se ci fosse stato se ne sarebbe accorta. Non c’era, e dopo
un lungo momento di rassegnazione era rientrata. Rigirandosi nel letto aveva
iniziato a pensare che forse quel pomeriggio si era fatto prendere dalla foga
del momento, e poi magari se n’era pentito. Ma se per lei aveva mandato
sul serio all’ospedale tre persone allora… no, forse era semplicemente
una bravissima persona che aiutava una ragazza in difficoltà. Forse
non doveva illudersi, forse…
Era inutile rimanere a rimuginare. Se non poteva dormire si sarebbe alzata.
Scese
indossando una sottile vestaglia sulla camicia da notte. Era estate ormai,
faceva caldo.
Entrò in cucina per bere un bicchiere d’acqua, ma si sentiva
profondamente irrequieta. William… che mistero era per lei.
Ad un tratto sentì qualcosa. Voltandosi verso la finestra le sembrò
di intravedere una foschia. La sua foschia. Il suo colore.
Si
precipitò fuori, facendo più attenzione possibile a non svegliare
nessuno. Arrivata alla veranda cercò di concentrarsi ma non sentiva
un solo rumore oltre quello delle foglie, nessun odore oltre quello dei fiori…
iniziava ad avere quasi paura. Tese la mano in avanti. Sapeva che lui c’era,
doveva esserci, quello era il suo colore, lei non poteva essersi sbagliata.
Rimase immobile, con il braccio teso e la mano leggermente tremante, in attesa.
E un lunghissimo istante più tardi, la sua mano fu saldamente afferrata
da quella del suo William.
Il cuore le si sciolse, e chiuse gli occhi, sporgendosi verso di lui per abbracciarlo.
Lo trovò irrigidito al contatto, e come sempre silenzioso. Le parve
quasi freddo, finchè non si accorse che la mano teneva ancora fermamente
la sua. Come se fosse l’unica cosa importante al mondo. Tenergli la
mano.
“William…” sussurrò, pregando nel cuore di sentirlo
parlare.
“Buongiorno Buffy” le rispose lui un lungo momento dopo.
Buffy sorrise alla sua frase impostata “Non è giorno. È
notte. È notte inoltrata…” rise lievemente.
Rimase abbracciata a lui senza spostarsi, non l’avrebbe fatto per niente
al mondo. “La notte è pericoloso per una ragazza andare in giro…”
sussurrò lui.
“Ma io non sono in giro. Io sono con te. Ti ho visto dalla finestra”
disse, e dopo un momento aggiunse “No, non te lo dico il tuo colore,
smetti di chiederlo” scherzò.
Lo sentì avere un leggero fremito, che probabilmente era uno spontaneo
sorriso.
“William…?” attese, ma non lo sentì fiatare “Perché
giri davanti a casa mia a quest’ora di notte” gli chiese, continuando
a tenere la testa sul suo torace.
William non le rispose. Ma lo sentì annusarle i capelli. Quanto era
dolce… lo immaginava che non le avrebbe risposto. Ma così aveva
la conferma di quello che voleva: lui teneva a lei.
Se
non poteva avere le sue parole, voleva i suoi gesti. Alzò la testa
verso la sua, con una mano sfiorò i suoi zigomi, le sue guance, il
suo naso, le sue labbra… arrivata a destinazione si alzò sulle
punte dei piedi e toccò di nuovo le sue labbra con le proprie. Da parte
di lui non vi fu alcuna protesta, ed entro un attimo le cingeva la vita con
le braccia. Buffy spinse le mani fra i suoi capelli, mentre imitando i gesti
di lui nel pomeriggio insinuava la lingua fra le sue labbra. Era anche più
incantevole di quando lo aveva fatto la prima volta! Ora non c’era paura,
solo desiderio di esplorare quella parte di lui, che lui le stava concedendo
al posto delle parole. E di parole non c’era davvero bisogno, erano
in grado di intendersi mille volte meglio di chiunque altro. Non c’era
bisogno né di parole, né di sguardi…
Poi William si staccò da lei. Buffy su sul punto di protestare, ma
la mano era ancora al suo posto, nella sua. E dopo un breve momento si sentì
condurre da lui, dove non lo sapeva e non le importava, lo avrebbe seguito
in capo al mondo.
Attraversarono la strada, poi lui proseguì oltre le case in una zona
in cui lei non ricordava di essere mai stata. In qualche minuto sentì
di non essere più sul cemento, ma su erba e foglie. Dovevano essere
entrati in quel piccolo boschetto vicino al quartiere. Ora ricordava di esservi
entrata qualche volta… con lui, prima dell’incidente…
William si fermò, e immediatamente attaccò le labbra di Buffy
con una passione ancora più primitiva e selvaggia di quel pomeriggio,
a cui lei ricambiò con tutta la sua volontà. Sentì le
mani di lui scostarle la vestaglia e accarezzarle i fianchi attraverso la
leggerissima stoffa della camicia da notte estiva. Nessuno l’aveva mai
toccata in quel modo, dovette trattenersi per non gemere di eccitazione.
Non riuscendo a coordinare i gesti, non fece che imitarlo abbracciandolo e
accarezzandogli la schiena.
Questo era più che sufficiente per entrambi.
Per ora.
In mezzo al bosco c’erano solo loro. Solo loro al mondo. Solo un uomo
che non parlava e una ragazza che non vedeva. Ma vedere e parlare non erano
nulla in confronto alle sensazioni che stavano provando.
Capitolo
9
Elisabeth era intenta nei preparativi del compleanno di suo padre, che sarebbe
stato il giorno seguente. Tuttavia non riusciva a farlo con il giusto spirito.
Da quella notte al bosco, non aveva più visto William. Era passata
quasi una settimana, e ogni sera lei rimaneva fino a tardi sulla veranda sperando
di sentirlo arrivare, ma come se la stesse evitando non lo aveva mai percepito.
Neanche il colore, neanche un suono. La stava palesemente evitando, e lei
non ne capiva il motivo. Che avesse fatto qualcosa di sbagliato? Forse a William
i suoi baci non piacevano come piacevano a lei… ma in tal caso lui avrebbe
dovuto dirglielo invece di lasciarla in attesa.
Per
tenersi occupata e non pensare, passò tutto il giorno a gestire i preparativi
per la festa di suo padre. Le stranezze di William non le avrebbero permesso
di rovinarlo, assolutamente. C’erano tante cose a cui pensare: dolci,
bere, musica, decorazioni e la torta. Non ebbe un solo momento libero fino
a sera. E non voleva in alcun modo uscire in veranda, lui non doveva pensare
che lei non aspettasse altro che una sua mossa. Era stanca di fare sempre
lei la prima. Ora erano affari suoi, se veniva da lei bene, se no… ma
chi voleva prendere in giro. Era solo questione di tempo e sarebbe andata
da lui anche strisciando…
Erano circa lei dieci, suo padre era appena andato a dormire, quando lei si
rese conto che per il timore di incontrarlo uscendo di casa non era ancora
andata nel capanno degli attrezzi a prendere gli addobbi per la casa che doveva
montare il giorno dopo con Angel e Xander.
Sbuffò, e poi pensò che se faceva in fretta e si mostrava indaffarata
lui anche vedendola non avrebbe potuto pensare che era uscita per lui. Poteva
farcela.
Prese un respiro e aprì la porta. Frettolosamente girò intorno
alla casa ed entrò nel piccolo capanno di legno, tese le mani alla
sua sinistra per cercare la panchetta che le serviva a raggiungere l’ultimo
scaffale in dove stavano gli addobbi e andò a sistemarlo. Cercando
di muoversi nel più breve tempo possibile, salì sul panchetto
aiutandosi con gli scaffali e raggiunse quello più alto iniziando a
tastare per cercare quello che le serviva. Ma la fretta e la distrazione le
giocarono un brutto scherzo, e mettendo male il piede scivolò.
Improvvisamente,
due forti braccia le stavano sostenendo i fianchi. Il cuore le batteva forte
per la paura, e riavutasi dal breve shock si lasciò aiutare a scendere
coi piedi a terra.
“Grazie” disse poco convinta.
“Figurati” le rispose lui.
A quel punto non ci vide più. “Figurati…” ripetè
sprezzante “così tu ricompari dal nulla quando ti va, eh?”
chiese
Lo sentì tendersi, e lui le prese la mano. Chiuse gli occhi per paura
di mostrare emozioni che non voleva.
“No William” gli disse.
“No cosa…?” le sussurrò lui dopo un momento.
“No questo. Non puoi comparire quando vuoi, prendermi la mano, baciarmi
e poi sparire.” lo accusò.
Lo sentì sospirare, ma il suo respiro era tremante, come se fosse sul
punto di piangere. Buffy si sciolse, e addolcì immediatamente la voce
abbracciandolo.
“William…” sussurrò “…perché non
mi dici mai quello che pensi? Perché non dici mai nulla?” chiese
Lo sentì semplicemente abbracciarla a sua volta, e con una mano accarezzarle
i capelli.
“William…” continuò lei “… parlami…”
lo supplicò.
Ma non ricevendo risposta, chiuse gli occhi per non far uscire le lacrime.
Lentamente si staccò dal suo abbraccio, e si allontanò. Lui
le tenne la mano fermamente, per non lasciarla andare. Ma lei abbassò
la testa, e lui abbassandola a sua volta allentò la presa. Buffy andò
verso casa senza esitare, ma molto lentamente. Per quanto fosse stupido, ancora
sperava che sarebbe venuto da lei e gli avrebbe detto cosa sentiva.
Non lo fece, e lei salì in camera spegnendo le luci.
Il
mattino dopo avrebbe dovuto essere allegra e scattante, e invece era stressata
e provata dal pianto della notte precedente. Aveva rinunciato a capire quel
ragazzo, come poteva? Parlare era così semplice, e se per lui era più
complicato avrebbe potuto, dovuto, sforzarsi.
Si mise a sedere sul letto. Doveva trovare il modo di rilassarsi o suo padre
se ne sarebbe accorto e non sarebbe stato felice, come meritava. Accendere
lo stereo era la cosa migliore da fare, il suo cd di Sarah MacLachlan era
indicato in certe situazioni. Si sporse e a tentoni trovò il tasto
play.
Mentre la musica si avviava, si alzò per vestirsi. Ma mentre si pettinava
la lunga chioma dorata, si accorse di non conoscere la canzone che riempiva
la stanza…
I
can see how you are beautiful, [Posso vedere quanto sei bella]
can you feel my eyes on you, [tu puoi sentire I miei occhi su di te]
I’m shy and turn my head away [Sono dimido, e volto la testa da un altra
parte]
William…
doveva essere entrato e…Working late in diner Citylight, [Lavori fino
a tardi al Citylite]
I see that you get home alright [Ti guardo arrivare a casa sana]
Make sure that you can’t see me, [Mi assicuro che tu non mi veda]
hoping you will see me [Ma spero che tu ti accorga di me]
‘Oh,
William, mi segui ogni giorno…?’
Sometimes I’m wondering why you look me [A volte mi chiedo perchè
mi guardi]
and you blink your eye [e mi fai un occhiolino]
I see you in Citylight diner serving all those meals [Ti vedo al Citylite
diner lavorare]
and then I see reflections of me in your eye, oh please [e vedo il riflesso
di me nei tuoi occhi, oh ti prego]
Talk to me, show some pity [Parlami, mostra pietà]
You touch me in many, many ways [Mi entri dentro in molti, molti modi]
But I’m shy can’t you see [Ma sono timido, non te ne accorgi?]
Era
così allora… il suo William era così timido da non poterlesi
avvicinare?
Obsessed by you, your looks, well, anyway [Ossessionato da te, dalla tua bellezza,
e in ogni modo]
“I would any day die for you”, [“Morirei ogni giorno per
te”]
I write on paper erased away [Lo scrivo su un foglio, e poi lo cancello]Così
timido da non poter nemmeno scrivere quello che pensa… ma allora lo
pensa, mi ama, sul serio?
I see, can’t have you, can’t leave you, [Lo so, non posso averti,
ma non posso lasciarti]
there ‘cause I must sometimes see you [perchè posso ancora a
volte guardarti]
And I don’t understand how you can keep me in chains [e non capisco
come puoi tenermi legato]
And every waking hour, [Ogni ora di veglia]
I feel you taking power From me and I can’t leave [ti sento prendere
potere da me e non posso lasciare]
Repeating the scenery over again [Che questo scenario si ripeta ancora e ancora]
Così
stavano le cose… William l’amava. Ma chissà per quale motivo,
era convinto di non poterla avere e cercava di starle lontano per l’energia
che lei risucchiava dal suo corpo con un solo sguardo…
Sometimes I’m wondering why you look me [A volte mi chiedo perchè
mi guardi]
and you blink your eye [e mi fai un occhiolino]
I see you in Citylight diner serving all those meals [Ti vedo al Citylite
diner lavorare]
and then I see reflections of me in your eye, oh please [e vedo il riflesso
di me nei tuoi occhi, oh ti prego]
Talk to me, show some pity [Parlami, mostra pietà]
You touch me in many, many ways [Mi entri dentro in molti, molti modi]
But I’m shy can’t you see [Ma sono timido, non te ne accorgi?]Oh,
baby, talk to me, show some pity [Oh, piccola, parlami, mostra pietà]
You touch me in many, many ways [Mi entri dentro in molti, molti modi]
But I’m shy can’t you see [Ma sono timido, non te ne accorgi?]
[N.d.A Shy – Sonata arctica, scaricatevela, le parole sono il massimo ma la canzone è anche meglio]
Buffy spense lo stereo con un tuffo al cuore. Ora aveva capito tutto. Ora aveva capito lui…
****
Gli amici riempivano tutto il giardino, la casa e in parte anche la strada.
Il festeggiamento non avrebbe potuto essere migliore, suo padre sembrava molto
felice dal tono con cui le parlava. Avevano già aperto i suoi regali,
che come immaginava erano tutti quanti libri, e avevano anche mangiato la
torta. Elisabeth per gran parte del tempo aveva raccontato favole ai bambini
dei vicini, ma poi quando era venuto il momento delle danze Harmony l’aveva
tirata con se nella pista abbozzata in giardino.
Inaspettatamente
Buffy lasciò la mano della sorella, dicendo che l’avrebbe raggiunta.
Andò verso le sedie sistemate intorno alla pista, e rimase ferma. Se
qualcuno vedendola avesse pensando che stesse cercando qualcosa con lo sguardo,
avrebbe avuto ragione. Elisabeth cercava un colore molto particolare, l’unico
che riusciva a vedere. E quando lo trovò, andò da lui e gli
tese la mano.
William rimase attonito a guardarla. Lei era lì, davanti a lui, e gli
tendeva la mano per invitarlo a danzare con lei. Dopo un attimo di smarrimento
le prese la mano, e si lasciò condurre verso la pista.
Ma quelli che veramente danzavano non erano i due ragazzi, erano i loro cuori.
Capitolo
10
Era tardi ormai, e la festa era stata un successo. Willow, Xander e altri
si erano trattenuti più tempo a riordinare, ma ormai erano andati anche
loro. Buffy e Rupert erano ancora in giardino.
“Tesoro…” le disse
“Si papà?” si fermò ad ascoltarlo
“Grazie di tutto quanto… sei la figlia migliore che potrei desiderare”
l’abbracciò lui.
Elisabeth era commossa nel cuore, si era sforzata tanto ed evidentemente era
riuscita nel suo intento, alla festa era stato bene. Sciogliendosi dall’abbraccio
fece per andare verso casa, ma lui la fermò di nuovo.
“Tesoro…” iniziò di nuovo
“Si?” chiese un po’ sorpresa
Rupert fece un sospiro “Io ora vado a dormire… ma tu non dovresti”
le diede un bacio sulla fronte, e andò verso casa.
Elisabeth rimase interdetta, non aveva capito cosa intendeva il padre. Finchè
andando verso la porta di casa non percepì William seduto sui gradini
del portico. Sorrise per le premure del padre, e si avvicinò.
Sedendosi accanto a lui, gli appoggiò la testa sulla spalla per la
gioia di vederlò lì seduto e non nascosto da qualche parte intorno.
“Oh, caro William. Come vorrei poter entrare nella tua testa e leggere
tutto quello che vi passa… perché mai sei sempre nel mio portico?
Ci sono molti altri portici…” parlò lei con aria sognante.
Lui era irrigidito, ma lei se lo aspettava. Dopo qualche momento rialzò
la testa. “Sai il posto in cui mi hai condotta? Ho ricordato quando
andavamo a giocare fra quegli alberi. Ho pensato che anche allora eri pieno
di risorse, quando giocavamo a nascondino tu vincevi sempre” ricordò
sorridendo.
William teneva la testa bassa, ma a lei non importava più questo “A
quel tempo eri alto come me, ma ora sei più alto. E poi sei più
forte, se facessimo la lotta come allora non avrei possibilità di vincere”
si fermò un momento per ridere genuinamente, poi riprese “eri
biondo, con gli occhi più azzurri del cielo. Mi dicevi sempre che i
miei erano verdi come le foglie degli alberi, per questo tu saresti diventato
più alto, perché il cielo è più in alto degli
alberi. Ci pensi ancora a queste cose?” gli chiese.
Dopo un momento di attesa, proseguì lei “Io ci penso spesso.
Mi piace ricordare. Non perché a quel tempo vedevo e ora no, solo perché
era tutto meno complicato. Io venivo da te, tu venivi da me. Mi toccavi la
mano, il braccio, lottavamo… tu mi parlavi. Poco, in effetti, ma più
di adesso” sospirò, e poi sorrise di nuovo “danzare mi
piace moltissimo, e io e te siamo molto bravi insieme. Danzerai con me al
nostro matrimonio?” scherzò sorridendo. Ancora niente. “Sai
cosa darei per sentirti parlare? Darei i miei occhi” sospirò
“no, non dico per dire. Non è poco. I miei occhi-“
E accadde l’inimmaginabile.
William la interruppe.
“No…” sussurrò lui.
Il cuore di Elisabeth sussultò. “No cosa?”
“Non è poco. Nei tuoi occhi c’è più di quello
che chiunque possa immaginare. Non dovresti darli per sentirmi parlare. Non
dovresti darli per niente. Perché vuoi sentirmi parlare? Cosa potrei
dirti? Che importanza ha quello che penso? Tutti mi dicono che dovrei farmi
avanti, che dovrei parlarti, ma tu parli per entrambi e che potrebbe cambiare
se ti dico che ti penso dall’istante in cui mi sveglio? Che lavoro di
notte perché è l’unico momento in cui sono certo che sei
al sicuro e in cui posso stare tranquillo? Mi chiedi perché vengo nel
tuo portico? Perché per me la tua incolumità viene prima di
quella degli altri, non c’è notte in cui non vengo a controllare
che tu dorma felice e al sicuro nel tuo letto, è la mia prima preoccupazione.
Stai forse meglio ora che lo sai? Io ricordo ogni dettaglio di quando giocavamo
insieme, e ricordo quando ho smesso di tenerti la mano, nel mio cuore si è
aperta una ferita quel giorno ancora pulsante, starti vicino senza poterti
avere era doloroso come gettarsi nel fuoco e ho pregato di poterti togliere
dalla mia testa ma non ho potuto. E ora che ti ho baciata non potrò
mai più farlo, lo so. E si, Buffy, mia Buffy… danzerò
con te al nostro matrimonio… non pensare di dare i tuoi occhi per così
poco, Buffy. Nei tuoi occhi c’è un intera vita… la mia…”
Buffy
era ammutolita. Per la prima volta in vita sua non sapeva davvero più
che cosa dire. E non ce ne fu bisogno.
William le prese la mano e si alzò in piedi, aiutandola a fare lo stesso.
La condusse, come in breve tempo comprese, nel bosco, le cui foglie erano
gli occhi di Buffy e il cielo quelli di William. Ma quando arrivarono non
si chinò a baciarla, né lo fece lei, troppo intenta a controllare
i battiti del proprio cuore. Lui rimase per un tempo indefinito fermo a guardarla,
lo sentiva. Poi le accarezzò una guancia, scendendo lentamente con
le mani lungo le spalle, i fianchi, fino al bordo inferiore del top estivo
verde che indossava. Insinuò le mani sotto di esso toccandole la pelle
sui fianchi e sulla schiena, facendole provare col solo contatto sensazioni
comparabili solo alle sue labbra. Buffy avrebbe voluto imitarlo, ma era incapace
di controllare il proprio corpo in quell’attimo di idillio incantato.
Ma il suo respiro irregolare incitò William a sollevare i lembi del
top fino a sfilarglielo. Buffy non era mai rimasta nuda davanti a un uomo
in vita sua, e non aveva nemmeno una chiara idea di come poteva apparire il
proprio corpo, questo le provocava un lieve timore ma nessun reale imbarazzo.
Rimase immobile, l’aria della sera le solleticava i capezzoli scoperti,
ma la sensazione più pungente era lo sguardo di William che l’ammirava
incantato.
Alzò una mano con estrema lentezza, sfiorandole con timore un seno
perfetto. Buffy gemette inconsciamente, incitandolo a continuare, e in breve
tempo prese entrambe le sue mani portandosele al petto. Voleva che lui la
toccasse, voleva godere di ogni sensazione lui fosse in grado di regalargli.
E voleva che per lui fosse lo stesso. Lasciò le sue mani per sfilargli
la maglietta, come lui aveva fatto con lei, e decise di guardarlo nel modo
in cui era capace. Con le dita partì dalla faccia, scendendo lentamente
lungo il collo e rallentando ancora per sfiorare ogni centimetro del suo torace,
ogni curva dei suo muscoli. Era liscio e perfetto, lo sentiva respirare irregolarmente
e tendere i muscoli dell’addome, e sorrise per l’eccitazione di
sapere che quelle reazioni erano dovute a lei.
Poi lo lasciò e gli si buttò fra le braccia. Voleva che ogni
centimetro del proprio corpo toccasse ogni centimetro del suo, voleva sentirlo
nel modo più completo, e nemmeno quel contatto le era più sufficiente
ma allora come…
William si separò un istante da lei, scendendo sulle proprie ginocchia
e sfilandole lentamente la lunga gonna di lino bianca, e con essa le sue mutandine.
L’aria fresca la lasciò un momento a disagio, ma come se le avesse
letto nel pensiero la coprì abbracciandola, abbracciandole le gambe
e appoggiando di lato la testa al suo grembo, come un cucciolo sperduto che
si è ritrovato, e come se allo stesso tempo volesse decretare il suo
possesso su di lei. Senza fretta Buffy lo invitò coi propri gesti ad
alzarsi, per abbassarsi a sua volta e fare lo stesso. Anche lei voleva guardarlo,
sentirlo, toccarlo, fondersi con lui. Passò le mani sulle sue forti
gambe, e anche sul suo sedere, era eccitata all’idea di un contatto
così intimo ma per nulla intimorita come neanche lui lo era. Ma quando
arrivò alla zona fra le sue gambe lui gemette fortemente e le bloccò
il polso con la mano. Buffy sorrise, pensando maliziosamente che in futuro
si sarebbe divertita a giocarci. Poi tastando per terra cercò la propria
gonna, ma non per rivestirsi. La stesse per terra e vi si sdraiò sopra,
voltandosi verso di lui.
Dopo un attimo di timore, William fu sopra di lei. La baciò appassionatamente,
toccandole i capelli, il viso, i seni, i fianchi, e lei non fu da meno. Ma
per quanto ormai fossero intimi, come mai avrebbe voluto essere con nessun
altro uomo, Buffy sentiva che qualcosa mancava, che non era sufficiente con
lui, con il suo William, con il suo amore…
E William stava pensando la stessa cosa. Lo sentiva. E ne ebbe la prova quando
lui con una mano le scostò gentilmente le coscie. Sentì sulla
propria femminilità il membro che prima aveva a malapena potuto sfiorare.
Scariche di pura elettricità le viaggiarono per tutto il corpo, e inconsciamente
si spinse contro di lui facendone scivolare la punta dentro di se. William
gemette come se avesse ricevuto uno schiaffo, ma per il sintomo contrario.
Si impossessò della sua bocca baciandola come se non avesse mai fatto
altro, e si spinse ancora un po’ dentro di lei. Buffy sentiva dolore
e fastidio, ma anche quel senso di completezza che stava cercando. Voleva
che lui continuasse, anche se aveva paura che il dolore non fosse finito,
e dal modo in cui lui era diventato rigido capì che probabilmente era
proprio il motivo per cui si era fermato.
“Ti amo” gli disse.
Non lo aveva mai detto ma lo aveva pensato milioni di volte. Ed era arrivato
il momento.
William era ammutolito dall’emozione. La baciò di nuovo ed entrò
completamente in lei. Quando ruppe la sua barriera, Buffy lanciò un
piccolo grido dentro la sua bocca, e lui iniziò ad accarezzarle i capelli
attendendo finchè non si fosse sentita meglio. Ma in una manciata di
secondi Buffy si rese conto che non era mai stata meglio di così in
vita sua. Lo incitò a continuare e stabilirono un ritmo all’unisono
con quello dei loro cuori. Dentro di lei William si sentiva a casa, e lei
ebbe tutte le sensazioni che aveva sempre sognato di provare.
“Io non ho mai fatto altro” le rispose lui mentre il ritmo si
faceva più frenetico.
Gli stimoli le arrivavano fino alla testa, si chiese se per tutte le ragazze
era così o se lei era fortunata ad aver ampliato i sensi dalla mancanza
della vista, ma il pensiero fu brutalmente interrotto quando una scarica più
forte l’attraversò facendola tremare.
Seguendo i suoi spasmi, William venne dentro di lei gemendo. Nessuno dei due
si mosse per un lunghissimo tempo. Gioivano di quel contatto come se il resto
del mondo non esistesse.
Capitolo
11
“William…” sussurrò.
Erano ancora uno dentro l’altra. Non avevano intenzione di staccarsi.
Anche se dopo qualche momento furono costretti a farlo.
Lentamente scivolò via da lei, accasciandosi al suo fianco e stringendola
fra le sue braccia. Quello era il paradiso. Quello era il loro paradiso.
“William…” sussurrò di nuovo
“Shhh…” fece lui.
Buffy rise. La stava zittendo di nuovo. E faceva bene, perché c’erano
tante di quelle cose che voleva dirgli…
“D’accordo…” disse lui
“Come?” chiese lei senza capire
“D’accordo… dimmi… quello che stai pensando…”
acconsentì.
E Buffy rise di nuovo, era come se le leggesse nel pensiero.
“Entrerai in casa ora?” gli diede un piccolo bacio su una guancia
“Mi terrai per mano davanti alla gente?” un altro bacio “Mi
dirai quello che pensi?” un altro “Farai di nuovo l’amore
con me?”
William la fermò prima che lo raggiungesse con un nuovo bacio.
“Io ti dirò sempre quanto ti amo. E farò l’amore
con te ogni giorno per il resto della mia vita” le disse, raggiungendo
la sua bocca per un bacio dolce, carico d’amore.
Quando si staccò da lei aggiunse “Farei di tutto per farti felice.
Se devo tenerti per mano per strada, entrare in casa tua, farti entrare nella
mia, dichiararti il mio amore nella pubblica piazza, imparerò a fare
tutto questo. Tu mi aiuterai, Buffy? Mi aiuterai… a essere come te?”
Buffy sorrise “Solo se anche tu mi insegnerai a essere come te”
Passandogli una mano fra i capelli umidi di sudore per il precedente sforzo,
Buffy attaccò le sue labbra come se ne andasse della propria vita.
Quando lo sentì risponderle con la stessa passione, si mise a cavalcioni
su di lui, accarezzandogli il torace.
“Aiutami William…” gli disse in un sussurro “aiutami
a essere tua di nuovo…” gemette
William non se lo fece ripetere due volte. Prendendo il proprio membro ormai
già indurito, lo guidò verso la sua entrata. Poi prese lei per
i fianchi e la invitò ad abbassarsi. Gemendo per la completezza ritrovata,
Buffy eseguì.
Quando
smisero di fare l’amore si intravedevano le prime luci dell’alba.
Buffy e William si erano rivestiti, e ora sedevano sul terreno morbido, lei
fra le braccia di lui, appoggiata con la schiena al suo torace.
“Descrivimela” chiese Buffy
“Che cosa?” chiese lui
“L’alba. Descrivimela. Voglio vederla con i tuoi occhi”
spiegò
William prese un respiro. “Sopra gli alberi, il cielo è ancora
blu. È ancora il cielo che vegliava su di noi stanotte. Ma più
in basso si schiarisce, diventa azzurro, e poi prende tutte le sfumature del
rosa fino all’orizzonte. Se guardo bene, posso vedere il colore della
tua pelle tinto nel cielo. È meraviglioso”
Buffy chiuse gli occhi per contenere le emozioni “E’ meraviglioso
sentire la tua voce. È meraviglioso guardare il mondo come lo vedi
tu. Non lasciarmi mai William, non lasciarmi ora che ti ho preso”
“Non ne ho nessuna intenzione” le disse, mentre lentamente le
toglieva fili d’erba dai capelli.
Quando
William la riaccompagnò a casa il sole era già alto. Si salutarono
sotto il suo portico con un dolce bacio sulle labbra e la promessa di incontrarsi
di nuovo quella sera.
Elisabeth entrò in casa, e trovò suo padre in cucina con la
colazione pronta.
“Papà!” esclamò sorpresa “non è presto?”
chiese
Rupert sorrise “Beh, un po presto per alzarsi, di sicuro non così
presto per andare a dormire…” le rispose con fare complice.
Elisabeth arrossì “E’… è un bravo ragazzo,
papà…” non sapeva bene cosa dire, non immaginava quel dialogo
così presto.
Rupert le si avvicinò mettendole le mani sulle spalle “Se è
riuscito a conquistare il tuo cuore sono certo che lo sia. E per quanto mi
riguarda, resto solo in attesa di quando da bravo gentiluomo mi verrà
a chiedere la tua mano…” le diede un bacio sulla fronte e si allontanò.
Elisabeth non aveva fame. Corse in camera sua, stremata, abbandonandosi sul letto. Le emozioni di quella notte non l’avrebbero mai più abbandonata, soprattutto con William accanto a lei come compagno.
Capitolo
12
“Buongiorno Elisabeth” le disse Angel arrivando sul portico
“Buongiorno Angel! È da tanto tempo che non ti fai vedere!”
disse lei con un abbozzo di broncio
“Già, una settimana, dal compleanno dio tuo padre. Mi dispiace,
sono stato molto impegnato con gli allenamenti” si scusò lui.
‘Una settimana?’ pensò maliziosamente Elisabeth. ‘Non
mi sono accorta che è passata una settimana…’
Ed era così. Ogni notte il suo William andava da lei, e lei dimenticava il resto del mondo. Il bosco ormai era la loro seconda casa, era il loro luogo d’amore. William continuava a parlare il meno possibile, ma non importava più, perché il suo corpo le dimostrava il suo amore meglio di qualunque altra cosa al mondo.
Ma,
almeno per il momento, queste cose era meglio non dirle a nessuno. Non finchè
non fosse riuscita a far uscire William dal suo guscio per mostrarsi con lei
senza vergogna davanti a tutti, e lei non gli avrebbe messo fretta.
“Già, una settimana intera” commentò Elisabeth casualmente
“E tu che cos’hai fatto per un intera settimana?” le chiese
l’amico.
Elisabeth non gli avrebbe mai mentito, ma dire tutta la verità non
era il caso per ora. “Nulla di particolare, sono rimasta molto tempo
a casa con mio padre”. Questo infondo era vero. Almeno durante il giorno…
“Sai” iniziò Angel “tutti parlano di come al compleanno
di tuo padre sei riuscita a far ballare perfino William Darcy” scherzò.
Elisabeth si sentiva un po’ impaurita, di solito Angel era schietto
con lei, quindi forse non sapeva sul serio nulla di quello che c’era
tra loro, ma se invece l’avesse saputo e volesse solo sentirselo dire
da lei e lei ora gli mentisse spezzerebbe il cuore del suo migliore amico.
Si sarebbe fatta perdonare.
“Sul serio?” disse stupita “Lo dici come se non avesse mai
ballato con nessuna” rise lei
“Infatti è così” commentò Angel
Elisabeth cercò di scacciare il rossore dalle guance. Il suo William
aveva ballato solo con lei…
“Non è stata certo un’impresa. Sai… sono andata a
ringraziarlo per la storia di Parker… e abbiamo parlato un po’
e ora siamo tornati amici” si trattenne dal mordersi il labbro per aver
mentito così spudoratamente.
Si sarebbe fatta perdonare, ma ora aveva troppa paura di spaventare William
se la storia si fosse saputa in giro, farlo chiudere ancora di più.
Fortunatamente Angel sembrò non aver notato nulla. “Già…
non ricordo certo volentieri quella sera. Avrei dovuto esserci io a proteggerti,
mi dispiace moltissimo. È da quando è accaduto che mi chiedo
cosa sarebbe successo se William non ci fosse stato, se ti fosse accaduto
qualcosa non avrei mai potuto perdonarmelo” disse con voce strozzata
per la rabbia e il senso di colpa.
Elisabeth si alzò e andò ad abbracciarlo, voleva rassicurarlo
che non c’era nulla di cui pentirsi, le cose erano andate così
e per fortuna si erano concluse bene. Angel aveva sempre tenuto molto a lei
e si era sempre sentito in dovere di proteggerla, non era il momento di dirgli
che non doveva più preoccuparsi di questo perché ora aveva chi
l’avrebbe protetta, così si limitò a un abbraccio.
*****
Quella
notte, come ormai sapeva bene, aspettava nel portico che William la prendesse
per mano e la portasse nel bosco, il loro bosco. Non dovette aspettare a lungo.
Lui non la salutava nemmeno, non ce n’era bisogno. Lei lo sentiva arrivare
e tendeva la mano, dopo qualche secondo lui la prendeva e la conduceva gentilmente
con se. Facevano sempre la stessa strada, tanto che ormai aveva memorizzato
i passi. Dieci passi per uscire dal vialetto di case, undici per attraversare
la strada, quindici per superare la fila di casa, poi dopo soli sei passi
iniziava a sentire l’aria diventare più fresca e umida, segno
che erano iniziati gli alberi.
Da quel momento non contava più i passi, ma il tempo che il suo William impiegava a liberarla da tutti i vestiti ed entrare dentro di lei.
Col tempo, e con la pratica, aveva perso il suo timore iniziale e spesso si divertiva a stuzzicarlo per sentire le sue reazioni. Aveva iniziato tre giorni prima a sfiorare la zona che le era stata proibita mentre lo aiutava a svestirsi. Subito William la fermava e iniziava a tremare leggermente, poi pian piano aveva iniziato a impiegare sempre più tempo prima di fermarla, lasciandola fare sempre di più. La sera prima era finalmente riuscita ad accarezzare completamente questa parte del suo corpo che non aveva mai potuto vedere in vita sua, studiarne la forma e sorprendersi della dimensione, di cui non si era ben resa conto sentendolo solo dentro di lei. Era una fortuna che lui sapesse come funzionavano certe cose, perché lei non avrebbe mai creduto possibile che una cosa così grande potesse entrare attraverso uno spazio così piccolo. Ma quello che la sorprendeva di più non era tanto la dimensione, quanto le reazioni di lui al suo tocco. Le bastava sfiorarlo perché iniziasse a tremare, e quando lo aveva accarezzato lo aveva sentito gemere e rantolare. Per lei era meraviglioso sentirsi così piena di potere quando ormai aveva da tempo accettato di averne meno degli altri per la sua cecità. La faceva stare bene con se stessa, e ovviamente con lui che le permetteva di farlo. Spesso aveva sentito sua sorella Harm parlare di come, per assicurarsi che i ragazzi non si approfittassero delle ragazze, queste dovessero concedersi solo raramente e per motivi particolari. Lei lo trovava ridicolo, concedersi a lui la faceva sentire più potente di qualunque altra cosa, temeva quasi di essere lei ad approfittarsene.
Quella
notte decise di stuzzicarlo in modo diverso. Arrivati al bosco sapeva che
lui le si sarebbe immediatamente gettato addosso, riempiendola di quei baci
pieni di passione che lei adorava.
Ma questa volta lei lo fermò. William rimase fermò, senza capire,
piuttosto preoccupato. Finchè lei non sorrise e disse “Devi prima
prendermi!” e iniziò a correre.
Un grosso sorriso solcò il viso di William mentre la inseguiva. Buffy
non aveva con se il proprio bastone, con William non lo portava mai, ma si
fidava di lui e sapeva che non era molto veloce, lui stava certamente rallentando
il proprio passo per giocare con lei e se avesse rischiato di farsi male sarebbe
arrivato in tempo per impedirglielo. Era elettrizzante pensare di scappare
e che dietro di lei ci fosse qualcuno che la inseguiva, pronto a prenderla.
Avevano giocato tante volte a questo gioco da bambini, e che ora avesse un
significato totalmente diverso non comprometteva il senso di complicità
e spensieratezza che creavano la gioia del momento.
William riuscì a raggiungerla, la intrappolò nel suo abbraccio
e le baciò il collo. Buffy squittì fingendosi impaurita e si
liberò dal suo abbraccio continuando a correre. Ridevano come fossero
stati di nuovo bambini, come se tutto quel tempo in cui erano stati separati
si fosse annullato.
Buffy
si fermò stremata, pronta ad arrendersi appena l’avesse raggiunta,
e tastando sentì che poteva appoggiarsi a un tronco d’albero
a terra.
Sentiva dietro di se i passi rapidi di William farsi sempre più vicini,
e si voltò verso di lui. Nel farlo però eseguì un passo
quasi impercettibile, e per un momento il cuore le si mozzò in gola.
C’era il vuoto sotto il suo piede. Stava scivolando.
E fu lì che William corse da lei e la prese in tempo, prima che cadesse.
Si sedettero un momento a terra, entrambi ansimanti. William continuava a
tenerle la mano.
Fu lui il primo a parlare “Mi dispiace” disse.
Buffy aggrottò la fronte “Cosa ti dispiace?” chiese
Dopo una pausa, parlò di nuovo “Pensavo lo ricordassi, lì
c’è la fossa in cui giocavamo da piccoli”
Buffy rimase un momento senza capire, poi comprese “E questo è
il tronco in cui salivamo a turno, e chi rimaneva per più tempo era
il più coraggioso?” chiese
“Esatto” William sorrise, lieto che ricordasse quei dettagli “Tu
ci battevi sempre” aggiunse
“Battevo te ed Angel” ricordò Buffy con un sorriso.
Ma con quella frase William si irrigidì. Non disse nulla ma Buffy sentiva
la sua tensione.
“William?” lo chiamò. Lui non rispose. “Per favore,
dimmi cosa pensi” chiese nel tono più gentile possibile.
William sospirò “Angel è sempre rimasto tuo grande amico”
disse
Buffy si stupì di quell’affermazione “Si. Io e lui ci siamo
spesso chiesti per quale motivo tu ti fossi staccato da noi”
Ma non era quello che William intendeva. “Ti ho vista abbracciarlo.
Il cuore mi ha fatto male.”
Buffy
scattò dritta con la schiena come si fosse scottata e si voltò
verso di lui, “Che intendi dire?” chiese stupita.
William abbassò lo sguardo e non rispose. Buffy sentiva ancora la sua
tensione. “Credi forse che io abbracci lui come abbraccio te?”
gli chiese con fermezza.
“No…” sussurrò lui.
“Allora cosa?” insistette
William sospirò “Io… sono stato male, pensando quante volte
avrei potuto abbracciarti e non l’ho fatto. E sono geloso che lui invece
abbia sempre avuto l’occasione” confessò.
Il cuore di Buffy si riempì di tenerezza alle sue parole.
“William…” sussurrò “… io ho intenzione
di recuperare tutti gli abbracci che ho perso” disse, chinandosi a baciarlo.
Due
figure, nell’oscurità della notte, nella tranquillità
di un bosco, nella protezione delle stelle, si amavano come se fossero le
uniche due persone esistenti nella terra.
“Mia Buffy… mia piccola Buffy” ansimava William all’emozione
di essere dentro di lei “Apri gli occhi… voglio guardarti negli
occhi… voglio perdermi… nei tuoi occhi…” le sussurrava
nell’estasi della loro unione.
Capitolo
13
I giorni passavano, non c’era notte in cui lei e William non andassero
nel bosco. A volte passavano il tempo abbracciati, a volte si addormentavano
insieme e si svegliavano all’alba, più spesso facevano l’amore.
Buffy era felice, William era felice. Il tempo avrebbe potuto fermarsi per
loro, non c’era nient’altro che volessero dalla vita.
Ma se Buffy avesse dovuto pensare a qualcosa di più, certamente avrebbe desiderato non dover nascondere il loro amore. Aveva giurato a se stessa di non mettergli fretta, ma non le pareva che lui stesse facendo sforzi per questo. Si fidava di lui, ma non sapeva quanto ancora poteva resistere, aveva voglia di salire su una montagna e urlare al mondo la sua gioia.
Era
notte, stava seduta sul portico. Vide la sua foschia, tese la mano, lui la
prese.
Ma, con suo grande stupore, non stava andando verso il bosco.
“William?”
chiese, senza ricevere risposta. Dove la stava portando?
Capì che avevano attraversato la strada, quando lui aprì lo
sportello di un’auto e l’aiutò a salirvici. Buffy era più
confusa che mai, quando lui si sedette al posto di guida e avviò il
motore.
Dopo forse dieci minuti la macchina rallentò fino a fermarsi, e in
qualche secondo William aprì lo sportello e l’aiutò a
scendere.
“William, dove siamo?” chiese lei di nuovo. In risposta ricevette
un dolce bacio sulle labbra. Poi, senza mai lasciarle la mano, la condusse
con se facendole scendere alcuni scalini e la fermò. Le lasciò
la mano per un momento, e lei lo sentì metterle la mano sulla sua spalla,
chinarsi, prenderle la caviglia e sfilarle la scarpa. Fece lo stesso con l’altra,
e poi le riprese la mano, lasciandola scalza su legno freddo. Appoggiò
le scarpe a terra, le mise la mano libera dietro la schiena conducendola in
avanti. Buffy sentì che il legno non era solo freddo, era anche molto
umido e c’era della polvere. Forse era polvere, erano come piccolissimi
sassolini, ancora più piccoli della ghiaia.
Quando fece il passo decisivo, Buffy sussultò. Non sentì più
il legno ma solo la sabbia. L’aveva portata alla spiaggia.
Non era mai più tornata alla spiaggia dall’incidente, quasi non
ricordava neanche più come fosse. Ma qualunque sensazione le suscitasse
allora, non era comparabile con quello che sentiva adesso.
William la incitò a proseguire, camminando con lei sopra la sabbia
morbida e fresca per l’ora tarda, che si modellava sotto il loro cammino.
E poi, dopo alcuni passi, sentì la sabbia diventare più dura
e umida. Era così concentrata sulla sensazione tattile dei granelli
sotto i suoi piedi da non essersi soffermata ad ascoltare il suono dell’oceano,
così saltò leggermente quando la coda di un onda le bagnò
i piedi, gelida, salmastra, meravigliosa.
Buffy lasciò la mano di William e proseguì per pochi passi,
lieta di aver scelto quel giorno una gonna al ginocchio invece di una alla
caviglia, che le permise di immergere i piedi e sentire le onde sulle gambe.
Non riuscì più a trattenere un grosso sorriso, alzò la
testa verso il cielo e strinse le braccia al petto, trattenendo le lacrime
per quelle sensazioni meravigliose. Ed era stato il suo William a permetterle
di provarle.
Voltandosi verso di lui, tese entrambe le braccia, attendendo che la raggiungesse
per stringerlo in un forte abbraccio.
“Grazie” gli sussurrò, mentre una lacrima le scendeva lungo
la guancia arrivando a bagnare il suo torace.
Restarono
seduti sulla spiaggia per un tempo infinito. Ascoltavano il suono delle onde,
godevano delle sensazioni della sabbia e del reciproco abbraccio. Buffy teneva
la schiena appoggiata al torace di William, e la testa sulla sua spalla.
Fu lei, come suo solito, a rompere il silenzio per prima.
“William…” sussurrò
“Si?” rispose lui
“… voglio vederti alla luce del sole” disse, in una silenziosa
preghiera. Alla fine aveva imparato da William, come spesso tante parole fossero
solo una fastidiosa cornice, mentre poche erano sufficienti a spiegare tutto.
E William capì perfettamente quello che diceva, ma non pronto a risponderle,
l’abbracciò più stretta.
****
Il
giorno dopo era il compleanno del piccolo Osbourne, e tutto il quartiere si
era riunito a festeggiare nel giardino della sua casa. Elisabeth aveva aiutato
con i preparativi, e ora intratteneva i bambini più piccoli del vicinato
raccontando loro favole. Non aveva ancora sentito la presenza di William,
e questo la turbava. Lui c’era sempre a quelle feste, come ogni amico
del quartiere, anche se al contrario degli altri stava in disparte.
Quando arrivò il solito momento delle danze di festeggiamento, rimase
seduta su una sedia. Harm e Angel le chiesero di ballare, ma non si sentiva
dell’umore adatto. Perché il suo William non era lì?
D’un
tratto distinse il suo colore. Le parve che venisse proprio verso di lei.
Si chiese cosa stesse facendo, lui che era impaurito a mostrare se e i suoi
sentimenti alle altre persone. Sapeva che non avrebbe dovuto, ma qualcosa
le disse di tendere la mano. E, con suo enorme stupore, lui la prese.
La condusse con se verso la zona da ballo, e cingendole un fianco iniziò
a danzare con lei.
Ora era di nuovo Buffy, ed era al settimo cielo. Ballava con il suo William,
davanti a tutti, per sua scelta, per suo volere.
Sorrise, ed era certa che oltre il timore stesse sorridendo anche lui.
Capitolo
14
Quella stessa notte, le due figure erano abbracciate nel bosco dopo aver fatto
l’amore. William aveva la schiena appoggiata a un albero, e Buffy era
accoccolata contro di lui. Alla festa non le aveva più lasciato andare
la mano. Avevano ballato, era rimasto con lei mentre parlava con i vicini
o mentre intratteneva i piccoli, senza mai dire una parola ma tenendo le dita
intrecciate nelle sue. Buffy sorrideva al pensiero, lui le teneva sempre la
mano come se avesse paura che le accadesse qualcosa, ma alla festa la teneva
come se fosse lui ad aver paura in mezzo alla gente. Eppure era rimasto, con
lei, come lei gli aveva chiesto.
“Buffy…” le disse lui distogliendola dai propri pensieri.
“Si?” rispose alla chiamata.
“Sposiamoci”
Il cuore di Buffy perse un battito. Aveva davvero sentito bene? Quello che lui le stava chiedendo era reale? Voleva davvero dividere con lei il resto della sua vita? Dio, quando lo aveva accennato nella sua prima dichiarazione Buffy aveva pensato fosse un modo di dire. E invece era tutto lì. Era tutto reale. Era tutto suo.
Buffy
si voltò verso di lui, come se lo stesse realmente fissando negli occhi.
“Si, William. Sposiamoci” rispose sorridendogli.
William doveva avere più timore della sua risposta di quanto ne dimostrasse
perché appena ebbe parlato la strinse così forte da farle quasi
male. “Sarai mia per sempre, Buffy?” le chiese
Buffy lo baciò “La sono sempre stata”
***********
Il
pomeriggio seguente, Rupert Giles sentì bussare e andò ad aprire
la porta. Non fu sorpreso di trovare William Darcy davanti a se.
“Salve signore” gli disse abbassando la testa. Era a disagio in
modo più che evidente.
Rupert sorrise “Aspettavo una tua visita, entra” lo invitò.
William
si mosse a piccoli passi verso il soggiorno, seguendo Rupert che si sedette
su una poltrona indicandogli di fare lo stesso. Sedette, e rimase a guardare
le proprie mani intrecciate cercando le parole.
“Non essere timido con me, chiedimi quello per cui sei venuto”
disse Rupert per incoraggiarlo.
William alzò la testa sorpreso, poi capì che Rupert invece non
lo era affatto. Sospirando, aprì la bocca “Signor Giles…
sono venuto qui per chiederle… di poter sposare sua figlia Buffy…”
William
ormai si aspettava una risposta immediata, da quell’uomo evidentemente
così sicuro di se. Invece Rupert rimase immobile, come in contemplazione.
Si chiese come mai, visto che evidentemente sapeva già la domanda,
in teoria avrebbe dovuto preparare la risposta. Quello che William non poteva
sapere, era che si, Rupert era più che lieto di concedergli la mano
di sua figlia, ma un ondata di emozioni che da tempo non sentiva lo aveva
attraversato sentendogli pronunciare il nome di Buffy, nome che la moglie
usava per la sua Elisabeth e che dalla sua morte non aveva più sentito.
In quel momento si rese realmente conto di quanto William tenesse a lei, e
non avrebbe potuto essere più rassicurato e orgoglioso di così.
“Signore, si sente bene?” gli chiese William preoccupato.
Rupert si distolse dai propri pensieri “Uhm… si, si, sto bene”
“Allora… che cosa mi risponde, signore?” chiese William
timoroso.
Rupert sorrise “Rispondo, che ora dovresti chiamarmi Rupert. O papà,
se preferisci” rispose.
William emise un sospirò di sollievo. Era stato accettato.
***********
Elisabeth
rientrò in casa assieme alla sorella, dopo essere state insieme a guardare
gli orari delle lezioni universitarie per l’anno successivo. Harmony
stava squittendo qualcosa nel suo orecchio, quando entrando percepì
la presenza di William nel salotto.
D’istinto si tese, chiedendosi se qualcosa non andasse. Poi comprese
il motivo per cui era venuto, e rimase sulla soglia del soggiorno in attesa.
“Tesoro” iniziò il padre “credo che tu e il tuo fidanzato
dovreste decidere la data delle nozze ormai” le disse lui sorridente.
Elisabeth
rimase ferma un momento, godendo della felicità che la pervase, prima
di correre verso il padre saltandogli al collo per un abbraccio. Rupert indicò
a William di avvicinarsi, prese le mani di entrambi e le unì.
Harmony mantenne il silenzio per una decina di secondi al massimo, prima di
gridare quasi “Cosa? E io non ne sapevo niente? Tu e Darcy? Fantastico!
Corro a dirlo a tutti!!” squittì uscendo di casa e iniziando
a gridare la novità.
I tre all’interno della casa non le prestarono nemmeno attenzione. Qualcosa, che da molto tempo era stato perso per tutti loro, si stava ricostruendo.
************
“Allora
William, Jenny è a casa? Penso che io e lei dovremmo iniziare a parlare
della nuova situazione” sorrise Rupert mettendo una mano sulla spalla
di William.
“Uhm, a dire il vero… lei lo sa già, ora è a casa
di mia nonna a dirle la notizia” disse impacciato.
“Però! La vecchia Drusilla. Sono anni che non la vedo, da quando
eravamo ragazzi. Cosa ne dici se vado direttamente a raggiungerla là?
Sarebbe carino rivedere anche lei” disse Rupert.
“Oh mi sembra una magnifica idea. Di sicuro ne sarà lieta”
sorrise il ragazzo.
“Meraviglioso! Elisabeth, puoi pensare da sola alla cena? Se non ricordo
male la nonna di William abita piuttosto lontano e non penso di tornare in
tempo” chiese alla figlia.
Buffy sorrise “Non c’è nessun problema papà”
Rupert l’abbracciò “Allora io vi saluto ragazzi miei, ci
vediamo presto. E… William? Benvenuto in famiglia” gli disse,
prima di uscire dalla porta.
Rimasti
soli, Buffy e William si strinsero immediatamente in un forte abbraccio.
“Sta succedendo, succede davvero!” disse Buffy incredula.
William le accarezzò i capelli “Si, amore mio, si…”
si spostò per guardarla in viso. Era la cosa più bella che avesse
mai visto.
William si chinò a baciarla, ma Buffy rispose al bacio più appassionatamente.
“William… adoro il nostro bosco ma… cosa ne dici se…
stiamo su un letto questa volta?” chiese lei maliziosa.
William sorrise, le prese la mano e la guidò fuori dalla porta. Buffy
rimase un momento stupita, pensava sarebbero semplicemente saliti nella sua
camera. Poi ricordò che Harmony probabilmente avrebbe finito presto
il giro di notizie e sarebbe tornata a casa, William doveva averci pensato
prima di lei.
La condusse a casa sua, una volta entrati la prese in braccio caricandola
su per le scale fino alla propria camera, dove Buffy si sentì appoggiare
a un materasso morbido. Non dovette attendere per averlo su di lei intento
a togliere i vestiti per amarla, come ogni giorno, per il resto della loro
vita.
************
Rupert
e Jenny sedevano su due poltrone opposte a un tavolino da caffè, nel
soggiorno di nonna Drusilla, diversi minuti più tardi. Mentre quest’ultima
era in cucina intenta a preparare del te, i due cercavano di distogliere gli
occhi dal pavimento, ma la tensione era più forte di quella che pensavano.
Fu Rupert il primo a parlare “Sai… quando… mi hai spiegato
il motivo per cui hai rifiutato la mia proposta… credevo fosse una scusa.
Credevo fosse un modo, per evitare di dirmi che non provavi per me quello
che provavo per te. E’ stata la cosa più brutta che mi sia successa
dopo la morte di Joyce”, prese un sospirò.
Jenny aveva alzato gli occhi per guardarlo, mostravano compassione per il
suo dolore. Ma prima che potesse aprire bocca, lui continuò.
“Ma negli ultimi tempi, quando tuo figlio ha iniziato a camminare sempre
più spesso davanti al nostro portico, e soprattutto oggi quando mi
ha chiesto la mano di Elisabeth… chiamandola Buffy…” sospirò
di nuovo “Ho capito. Ho capito cos’avevi visto, cose che io non
potevo vedere e che certamente si sarebbero rovinate se tu avessi… accettato
di sposarmi. Ti chiedo di perdonarmi se non ti avevo creduta. E voglio che
tu sappia, che ammiro davvero il sacrificio che hai fatto per la felicità
dei nostri figli” concluse.
Ci fu un lungo, ma non pesante, momento di silenzio, prima che Jenny rispondesse. “Ti sono grata di quello che dici. Non sai il dolore che ho provato ogni giorno per non esserti vicina, e ancora di più sapendo che tu non mi potevi capire. Ma ho visto William innamorarsi di Buffy, l’ho visto smettere di tenerle la mano per cercare di negarlo, ho visto lei fingere di cadere perché lui tornasse a tenerla… non ero sicura di quello che facevo, ma il futuro che si prospettava a loro sarebbe stato infinitamente migliore del nostro, e se fossero diventati fratellastri non sarebbe accaduto nulla. Mi dispiace Rupert, sai che non ho mai smesso di amarti” confessò.
Rupert alzò gli occhi, i loro sguardi mandarono dolcezza e conforto per un lungo momento. Poi nonna Drusilla tornò con il vassoio del te. “Allora, parliamo di questa cerimonia!” disse gioisa.
************
Era da poco scesa la sera. William era appena tornato in casa dopo aver accompagnato Buffy nella propria. Avrebbe voluto stare con lei quella sera, ma lei giustamente gli aveva ricordato che doveva parlare con la sorella, così tornò in casa chiudendosi la porta alle spalle.
Fece
in tempo a fare poco più di un passo prima di sentire bussare alla
porta. Voltandosi, l’aprì.
“Buongiorno William”
Capitolo
15
Elisabeth era appena tornata a casa. Avrebbe tanto voluto parlare con la sorella,
ma Harmony era tornata a casa solo un secondo dicendole che avrebbero parlato
il giorno dopo perché ora aveva un appuntamento. Di nuovo. Non le piaceva
molto stare in casa da sola e aveva pensato di tornare da William, ma non
voleva pressarlo e si aspettava che tornasse da lei anche quella notte, così
aveva fatto un giro per il vicinato ma pare che quella sera fossero a casa
solo i vecchi coniugi Snyder, non particolarmente amichevoli.
Sospirò,
pensando a come tenersi occupata senza pensare ogni minuto al suo William
e al loro matrimonio, quando sentì bussare alla porta.
“Ciao… Elisabeth…” la salutò Angel.
Elisabeth notò il suo tono triste “Angel… immagino che
le urla di mia sorella siano arrivate anche a te, giusto?” disse dispiaciuta.
Avrebbe dovuto far tacere la sorella per parlarne di persona almeno con lui.
“Si…” rispose lui.
Elisabeth sospirò “Mi dispiace non avertene parlato io. Ma sai
com’è fatta Harmony, appena saputa la notizia non l’ha
fermata più nessuno. E avrei voluto parlartene fin dall’inizio
ma William è così schivo nei confronti della gente, temevo che
se la notizia si fosse sparsa si sarebbe chiuso in se ancora di più.”
cercò di spiegarsi.
Angel
non le rispose. Lo sentiva solo respirare forte. Molto forte.
Buffy si preoccupò “Angel, cos’hai? Te l’ho detto
mi dispiace sul serio, sai che non avrei mai fatto nulla per mettere a rischio
la nostra amicizia se non ci fosse stata una ragione…” si scusò.
Angel respirò ancora “Tu… tu lo ami?” le chiese
“Si… si, lo amo tantissimo” sorrise. Angel non rispose.
Continuava a respirare in quel modo irregolare, Buffy si preoccupò
sul serio “Angel, ma cos’hai?” gli chiese dolcemente.
“Mi… mi dispiace Elisabeth…” si sforzò di dire.
Elisabeth
non capì. Aggrottando la fronte, tese una mano per prendere la sua
cercando di consolarlo. Ma la mano di lui tremava, ed era coperta di qualcosa,
qualcosa di liquido, qualcosa di ancora caldo.
Una morsa d’acciaio le strinse il cuore, e la mente le si annebbiò
mentre non voleva credere a quello che aveva compreso.
“Angel…” sussurrò.
“Mi… mi dispiace…” ripetè con voce strozzata.
Buffy smise di pensare. Iniziò a correre più veloce che potè,
verso casa di William. Angel non la seguì nemmeno.
**********
La
porta era aperta e Buffy l’attraversò in un istante, “William!”
chiamò.
Per la fretta aveva lasciato il bastone a casa e ora era costretta ad agitare
le braccia davanti a se per non scontrarsi con gli oggetti. Urtò il
mobile dell’ingresso ma ignorò il dolore al fianco come non fosse
accaduto e continuò ad avanzare. “William!” gridò
di nuovo, senza ottenere risposta.
Aveva
quasi raggiunto il soggiorno quando urtò qualcosa con le scarpe. Qualcosa
di morbido. Il cuore le batteva così forte da annebbiarle la mente,
mentre si chinava e toccava il suo William steso a terra. Fu un attimo, poi
la razionalità prese il sopravvento e iniziò a tastare il suo
corpo fino a raggiungere la gola. Il battito c’era. Lui non le rispondeva,
ma era vivo. Iniziò a frugare nelle tasche della gonna per il cellulare.
Dannazione, anche quello era a casa. Il telefono, doveva trovare il telefono.
Si alzò in piedi e si fiondò di nuovo verso l’ingresso,
ma tastando tutto il tavolino non riuscì a trovarlo. Se non era lì
avrebbe perso tempo a tastare tutta la casa prima di trovarlo, perché
non aveva idea di dove potesse essere. Doveva riflettere. Papà era
via, così come la madre di William, Harmony era uscita, i vicini avevano
deciso di cambiare dimensione in quella maledetta serata!
Era sola. Peggio, era con William che dipendeva da lei. E lei per la prima
volta in tutta la vita maledisse la sua cecità.
Ma
ora non aveva tempo per quello. Non aveva tempo per niente. Corse da lui inginocchiandosi
accanto alla sua testa. “William” iniziò a chiamarlo prendendolo
per le spalle e squassandolo. Lo sentì gemere. Era un inizio. “William
ascoltami! Non sforzarti di parlare, ma adesso ti prego, usa tutta la forza
che ti è rimasta perché non sono abbastanza forte per trasportarti
da sola. Quindi aiutami e resta sveglio” ordinò.
Non sapeva nemmeno fino a che punto era ferito, gli avrebbe fatto male se
avesse iniziato a toccarlo. Trovò le sue spalle e cercò di alzarlo.
Era molto più pesante di quello che pensava, ma ora non poteva andare
nel panico. Ma sentiva i suoi muscoli tendersi, segno che l’aveva sentita
e che stava reagendo. Bravo William.
Con non poca fatica riuscì a farlo alzare in piedi e mettesti il suo
braccio intorno alle spalle. Mai come in quel momento fu grata a sua madre
per aver scelto la casa in base alla vicinanza dell’ospedale, era a
due passi e avrebbe potuto farcela. Fece tutto ciò che era in suo potere
per impedirsi di pensare che non aveva idea di come lui stesse in realtà.
Continuò a parlargli per motivarlo, e in breve tempo riuscirono a uscire di casa. Uno… due… tre… i passi per l’ospedale erano i più difficili che avesse mai fatto. La strada era silenziosa, quasi surreale. Era come se il resto del mondo fosse scomparso, e fosse rimasta sola. Diciotto… diciannove… venti… William era pesante, la corporatura di un uomo era troppo per lei che non riusciva neanche a sollevare se stessa per uscire dall’acqua della piscina. “William, amore mio, ci siamo quasi, so che ci siamo quasi”. Trenta… trentuno… trentadue… andare dritto ancora due passi e poi a sinistra, e poi cinquanta passi fino al pronto soccorso, e ce l’avrebbero fatta, il suo William sarebbe stato bene. Quarantasei… quarantasette… quarantotto… pregava di non starsi sbagliando, sarebbe stata la prima volta ma in questo momento poteva succedere di tutto. Cinquantacinque… cinquantasei… cinquantasette… il silenzio intorno a lei la stava uccidendo, le sembrava di non riuscire a mantenere l’equilibrio, doveva essere forte. Settanta… settantuno… settantadue… parlargli diventava più difficile, iniziava a mancarle il fiato. “William… manca poco…” aveva la vista annebbiata dallo sforzo, iniziava a non farcela più. Ottantadue… ottantatre… ottantaquattro… ormai c’erano, sentiva sempre più distintamente rumori di auto, addirittura qualcuno che parlava. William riusciva ancora a tenersi in piedi, barcollava sempre di più, ma ce l’aveva fatta.
“Mi
serve aiuto qui!!” gridò con tutta la voce che le era rimasta.
Fece ancora qualche passo prima di sentire che il peso di William le veniva
tolto di dosso, e qualcuno la stava sostenendo per un braccio. “Signorina,
signorina” una voce gentile la chiamava “Venga con me, venga,
stiamo portando il suo compagno in ospedale” chiunque fosse era una
mano santa, e doveva essersi accorto che era terrorizzata “Non si preoccupi,
ora è in buone mani, su venga…” la incitò.
William era arrivato, e ora si sarebbero presi cura di lui. Era tutto quello
che voleva sapere. Ora, stremata e senza fiato, svenne.
Capitolo
16
“Signorina… signorina…” una voce gentile l’aiutò
a riprendere conoscenza.
Elisabeth si tirò su di scatto, non sapeva nemmeno se aver più
paura di non sapere dov’era, di chi l’avesse chiamata o di non
sapere come stava William.
“Si calmi signorina… si trova nel corridoio del pronto soccorso.
Mi dispiace non averle trovato una sistemazione migliore. Sono il dottor Weber,
ma può chiamarmi Ben” disse il dottore cercando di essere rassicurante.
Elisabeth ansimava “Io…” tentò prima di coprirsi
il viso con le mani cercando di trattenere i nervi dall’esploderle.
Sentì il dottore metterle una mano sulla spalla, aveva così
bisogno di conforto che si rilassò leggermente “Il suo compagno,
il ragazzo che ha portato qui, ora si è stabilizzato. Non ha ancora
ripreso conoscenza, ma per il momento non c’è da preoccuparsi”
le spiegò.
A sentire quelle parole Elisabeth tirò un enorme sospirò di
sollievo. Immediatamente seguito da una serie di singhiozzi mentre si chinava
in avanti ansimando come se non riuscisse a respirare. Il dottore riconobbe
l’attacco d’ansia, e appoggiandole una mano sulla schiena le ripetè
di fare lunghi respiri.
Dopo qualche momento, Elisabeth riuscì a fare un sospiro e mettersi
in piedi.
“Si sente meglio?” chiese il dottore.
“Si… grazie… senta… posso andare da lui?” chiese
Elisabeth.
“Uhm, veramente Elisabeth, sarebbe meglio che prima parlassimo un momento
se non le dispiace” disse il dottore “Potrebbe dirmi cosa sa di
quello che è successo?” le chiese.
Quello
fu il momento. Il momento in cui Elisabeth fu indotta a ripensare a tutto
quanto. Angel era andato da lei… era andato da lei a scusarsi, e lei
aveva iniziato a parlare ininterrottamente come sempre senza prestare attenzione.
Finchè non aveva sentito nelle sue mani il sangue, il sangue di William.
E poi era corsa. Angel dov’era ora? Che doveva fare? Doveva denunciarlo?
E suo padre, e la madre di William…
“Signorina?” la chiamò il dottore.
“Mi chiamo Elisabeth” rispose, recuperando la sua consueta sicurezza.
Doveva farlo, la situazione lo richiedeva. “Il mio fidanzato si chiama
William. Dovrei chiamare mio padre… e sua madre. Può aiutarmi
a raggiungere un telefono?” chiese.
“Certamente. Ma prima che li chiami penso che dovrei dirle come sta
lui…” iniziò.
Un brivido percorse la schiena di Elisabeth. Inconsciamente sperava di avere
accanto suo padre mentre le veniva detto. Ma il dottor Weber aveva ragione,
doveva saperlo prima di chiamarli. “Mi dica”
“Vede, il suo fidanzato ha ricevuto… tre coltellate all’addome.
Fortunatamente non è stata necessaria un operazione, e con una terapia
di antibiotici, venticinque punti e molto riposo si rimargineranno. Lo ha
portato qui in tempo e, per quanto possa significare, l’ammiro molto
per quello che è riuscita a fare.”
Elisabeth
avrebbe voluto ascoltare, ma la sua mente si era fermata al punto in cui diceva
che Angel aveva accoltellato William. Angel. Aveva accoltellato William. Era
una cosa folle. Folle da pensare, folle da dire, come poteva essere successo?
Perché?
“Capisco come può sentirsi, ora se vuole la accompagno al telefono”
il dottore interruppe il flusso dei suoi pensieri.
“Certo” rispose Elisabeth “Certo…”
**********
“Elisabeth!”
la chiamò suo padre, correndo verso di lei e stringendola. “Dio
mio piccola, come ti senti?” le chiese terrorizzato.
“Io sto bene papà. Signora Darcy?” chiamò. La madre
di William le strinse la spalla, ed Elisabeth si voltò verso di lei
abbracciandola. “Mi dispiace molto per quello che è successo”
disse sinceramente.
“Tesoro, non sei tu che te ne devi dispiacere, è chi ha fatto
questo” disse Jenny tranquillizzandola.
Ma non fece che inquietarla maggiormente. Al telefono non se l’era sentita
di dire tutto. E sinceramente non se la sentiva neanche ora. Ma doveva.
“Papà… Signora Darcy…” iniziò, prendendo
un sospirò.
“Tesoro, sono Jenny…” le disse, forse comprendendo la sua
tensione.
Ma Elisabeth sapeva bene quale sarebbe stata la loro reazione alla notizia,
anche se non sarebbe minimamente stata comparabile alla propria. E a quel
punto non sarebbero più stati capaci di tranquillizzare neanche se
stessi.
***********
“Ho
chiamato il distretto, Angel non era a casa sua, lo stanno cercando”
annunciò Rupert tornando dalla telefonata.
Jenny ed Elisabeth erano rimaste sedute in sala d’attesa aspettando
il suo ritorno, o il ritorno del dottore che le autorizzasse ad entrare da
William. Quando Rupert arrivò, si tesero entrambe, tenendosi la mano.
Lui si sedette accanto a loro, togliendosi nervosamente gli occhiali e iniziando
a pulirli. Elisabeth non aveva bisogno di vederlo per capire che lo stava
facendo.
“Sinceramente, non sono nemmeno sicuro di quello che ho fatto. È
così assurdo. Jenny, voglio bene a William come fosse figlio mio lo
sai, ma Angel… se non era come un figlio, era come un nipote…”
disse Rupert a voce bassa.
Jenny sospirò “Credo che come madre dovrei essere più
sicura, ma non riesco a capire… William non frequentava più nessuno
da molto tempo, ma da bambini lui, Angel ed Elisabeth erano così legati…”
si asciugò la lacrima che le scendeva incontrollata da un occhio.
“E’ evidente che Angel deve avere qualche disturbo, Jenny. Il
ragazzo che conosciamo non sarebbe mai stato capace di fare una cosa simile.
Qualcosa deve averlo disturbato al punto da perdere completamente la testa
e…” s’interruppe improvvisamente.
E all’improvviso tutti e tre si svegliarono da quel torpore che si dice
sia dato dallo shock e compresero.
Quella grande amicizia che sembrava esserci sempre stata tra Angel ed Elisabeth,
era evidentemente più che un amicizia per lui.
“Signorina
Elisabeth, signora Darcy… potete entrare a vederlo, ma vi avverto che
non ha ancora ripreso conoscenza.”
L’improvvisa distrazione permise ai tre di non nominare quello che avevano
pensato. Ma purtroppo non smisero di pensarlo.
*************
“Elisabeth,
cara. Ti lasciamo sola con lui un momento con lui mentre sentiamo dal distretto
se hanno novità, poi però dovresti andare a casa a riposare”
le disse Rupert, prima che lui e Jenny uscissero.
Elisabeth rimase sola in quella stanza, seduta su una sedia accanto a William,
mentre gli teneva la mano. Avrebbe voluto parlare. Avrebbe voluto dirgli qualcosa,
anche se dormiva ancora. Diceva dormire, perché la parola coma non
le entrava in testa. Il suo William. Cos’avrebbe fatto se non si fosse
ripreso? Non poteva neanche pensarci.
Doveva uscire.
Era abituata al silenzio di William, ma QUEL silenzio, il silenzio di quando
William non poteva scegliere di stare in silenzio ma ne era costretto, quello,
la uccideva. Doveva uscire.
Uscì.
Passando per la sala d’attesa congedò il padre con un cenno, indicandogli che voleva andare a casa da sola. Non le creò problemi, non c’era certo bisogno di creargliene altri.
Capitolo
17
Uscì dal pronto soccorso stringendosi le braccia al petto, sentiva
freddo pur essendo in piena estate. Passando accanto a un gruppo di persone
le sentì parlare “Non è incredibile? Quella ragazza cieca
si è fatta chissà quanta strada con il suo fidanzato in spalla
per portarlo qui, non so nemmeno se ci riuscirei io…” raccontava
una donna. Ma in quel momento non si sentiva orgogliosa, né soddisfatta,
né contenta.
Percorse i passi che la separavano da casa. Non aveva timore di incontrare
Angel, se la polizia non l’aveva trovato non poteva essere nel quartiere,
sentiva le loro auto e qualcuno di loro parlare alla radio lungo la via. Entrò
in casa, salì le scale e senza nemmeno spogliarsi si infilò
a letto.
Aveva sinceramente sperato di potersi addormentare, che una volta sdraiatasi
nella calma della sua casa la dose di adrenalina che l’aveva sostenuta
se ne andasse lasciandola così stanca da non poter pensare. Infondo
era sveglia da molte ore, sentiva l’alba arrivare.
Invece, appena sdraiata da sola la sua mente si riattivò più
di prima. Angel, il suo amico, il suo sostegno. Non avrebbe mai potuto sospettare
che provasse qualcosa per lei viste tutte le ragazze con cui usciva, e mai
lo avrebbe creduto capace di una cosa simile. Ma come poteva odiarlo? Come
poteva dimenticare gli anni passati insieme per un solo gesto, per quanto
atroce? Poteva solo immaginare il dolore che l’aveva spinto a un atto
così brutale. Si sentiva profondamente dispiaciuta per lui. E nonostante
tutto non aveva idea di come affrontare l’idea che lui finisse in prigione,
chissà per quanti anni, per aver perso la lucidità per un minuto.
Ed era stato solo un minuto, perché subito dopo e con le mani ancora
sporche di sangue era corso da lei, da lei a dirle che gli dispiaceva, e forse
sperando che lei ancora potesse riparare, come alla fine fortunatamente aveva
fatto. E dov’era ora? Si era nascosto o se n’era andato? L’avrebbe
più rivisto? E se lo avesse rivisto lo avrebbe perdonato?
Si
alzò dal letto. Tentare di dormire era inutile. Aveva bisogno di aria,
aveva bisogno di uno spazio aperto. Fuori il sole stava sorgendo, poteva sentire
i passeri del mattino iniziare a cantare.
Aveva ancora i vestiti della notte precedente addosso. Sentiva l’odore
del sangue di William su di se, ma per ora non riusciva a toglierseli. Prese
il telefono, voleva essere pronta a ricevere qualunque notizia dall’ospedale,
poi scese le scale e uscì di casa.
Forse avrebbe dovuto restare sul portico, o ancora meglio svegliare Harmony e raccontarle tutto, anche se non se la sentiva ancora di parlare. Ma i suoi passi la guidarono oltre la sua volontà verso un posto che ormai conosceva come la sua casa. Il bosco.
***********
Pochi passi e il fresco della flora iniziò a riempirle i polmoni. Sentiva l’erba solleticarle i piedi attraverso i sandali, e il lieve vento muoverle i capelli. Strinse le braccia al petto, come per abbracciarsi. Le veniva quasi da sorridere. Quel posto era suo e del suo William, e aveva visto troppi momenti felici per potervi essere triste. Il suo William che l’amava da quando erano piccoli, che in quel posto l’aveva amata, in quel posto le aveva promesso di amarla per sempre. In quel posto le aveva raccontato l’alba, e la foschia del mattino, quando tutto sembra azzurro come il cielo, come doveva essere ora. Lì sentiva che tutto si sarebbe sistemato, che William presto si sarebbe svegliato e sarebbero andati avanti come se non fosse successo nulla, che avrebbero continuato ad amarsi per il resto della loro vita.
E poi qualcuno le toccò la spalla.
Elisabeth
si voltò ti scatto facendo un passo indietro, e perdendo l’equilibrio
finì seduta sul terreno. Così assorta nei suoi pensieri non
aveva avuto la minima percezione che qualcuno si stesse avvicinando.
“Chi è?” disse col panico nella voce.
Sapeva la risposta. Perché chiunque altro l’avrebbe chiamata
prima di toccarla.
“Elisabeth…” le disse Angel, quasi in un sussurro.
Il suo tono di voce era così impaurito che avrebbe voluto abbracciarlo
e dirgli che tutto si sarebbe risolto. Ma non poteva. Perché la sua
sensibilità coi suoni le fece intuire che non era solo paura la sua.
Non era ancora lucido del tutto.
“Angel…” iniziò cercando di essere rassicurante,
ma troppo confusa per alzarsi da terra “… ti stanno cercando…
temo che peggioreresti la tua situazione se scappi… posso accompagnarti
io se vuoi…” tentennò.Lo sentiva camminare nervosamente
avanti e indietro, e non osò alzarsi. Dopo qualche lunghissimo momento
lui parlò, ma la sua voce aveva un intonazione isterica, quasi folle.
“Io…” iniziò “… non so come ho fatto.
Non ci vedevo più. Tu… sei sparita per settimane e poi sento
urlare per strada che ti sposi!” disse continuando a camminare di fronte
a lei.
“Angel…” tentennò lei anche se le tremava la voce
“… mi dispiace. Io avrei voluto parlartene prima ma…”
Lui la interruppe “Perché lui? Perché? Quando hai avuto
l’incidente lui si è allontanato e io sono sempre rimasto! Perché
dal nulla torna e tu ti getti tra le sue braccia? Sarebbe cambiato qualcosa
se ci fossi stato io e non lui a toglierti di dosso Parker?” le chiese,
ma non era certa che stesse parlando con lei o alla propria testa.
“No!” sussurrò Elisabeth, con gli occhi lucidi di lacrime
“No Angel… era da prima… non centra quello… io lo
amo Angel…”
In un attimo si trovò alzata da due forti mani che le tenevano le braccia,
sollevata da terra come fosse una foglia, e gridò terrorizzata mentre
Angel urlava “Io amo te Elisabeth! In tutti questi anni nessuna mi ha
mai fatto sentire bene come quando sono con te! Io non posso lasciare che
lui ti porti via!”
Elisabeth piangeva. La verità era stata svelata, e ora lei era sollevata a un indefinito numero di centimetri da terra, sostenuta da un uomo che aveva quasi ucciso l’amore della sua vita, mentre erano troppo lontani perché qualcuno la sentisse gridare.
Fu
un attimo, e con tutta la forza che aveva diede un calcio al suo aggressore,
al suo amico. Non credeva di avergli fatto davvero male, fu probabilmente
per la sorpresa che la lasciò cadere a terra, e lei fu pronta a tirarsi
in piedi, voltarsi e iniziare a correre. “Elisabeth!!” le gridò
chiamandola, ma lei non si fermò.
Corse più veloce che potè anche se non aveva calcolato la direzione.
Sperava di seminarlo tra gli alberi, o che smettesse di inseguirla. Ma i passi
dietro di lei si facevano sempre più vicini, lui era allenato, molto
più veloce di lei. Una morsa le strinse il cuore, l’ultima volta
che aveva fatto questo era per gioco con il suo William, il suo William che
non c’era perché Angel lo aveva accoltellato, e per quanto ne
sapesse poteva farlo anche con lei. Corse, ed era un miracolo già non
inciampare tra i rami a terra, ma non sapeva dove andare e lui non smetteva
di inseguirla. L’unico rumore nell’aria era il suo respiro affannato
e lo spezzare dei rami dietro di lei al suo passaggio. Vicini, più
vicini, più vicini…
E
poi cadde a terra. Non cadde inciampando, cadde perché lui l’aveva
spinta, perché l’aveva raggiunta. E ora le era addosso. Elisabeh
gridò con tutto il fiato che aveva, ma se avesse potuto vedere la follia
negli occhi di Angel avrebbe saputo che non serviva a nulla. Quello non era
lui, non lo era più, quello era un mostro che aveva preso il controllo
della sua testa.
La girò sulla schiena e si mise a cavalcioni su di lei per tenerla
ferma, bloccandole le braccia con le mani.
“Elisabeth… non scappare… ti prego ho bisogno di te…
non posso stare senza di te…” le disse con voce spezzata, chinando
il viso per appoggiarlo al suo, mentre lei non riusciva a trattenere le lacrime.
“Ti prego Angel… lasciami andare… se dici che mi ami lasciami
andare…” pianse.
“Non posso, non capisci?” le disse alzando il viso per guardarla
“Io non posso lasciare che torni da lui!” gridò. Rimase
un istante solo a guardarla piangere “Ti prego… perdonami per
quello che ti sto facendo… ma non posso vivere se tu non sei con me…”
confessò.
“Angel… io sarei sempre con te… tu sei come un fratello
per me, non me ne sarei mai andata” pianse lei.
La voce di Angel si addolcì, ma c’era ancora qualcosa di maniacale
nel suo tono “Non è un fratello che voglio essere per te…”
disse con voce più bassa, prima di chinarsi a baciarla.
Elisabeth si staccò come se si fosse bruciata “No! No ti prego
non farlo…” implorò capendo le sue intenzioni.
“Non sai per quanto tempo… quanto ho desiderato…”
“No… no… smettila di parlare così…” disse.
Angel le lasciò andare una mano per accarezzarle il viso. Fu quello
il suo errore, ed Elisabeth fu pronta a prendere il primo ramo spesso che
trovò a terra e scagliarglielo contro la testa.
Angel
urlò di dolore tenendosi la testa con le mani, e lei riuscì
a scivolare via da sotto di lui ricominciando a correre.
Ebbe pochi attimi di vantaggio prima che lui riprendesse a inseguirla, e questa
volta se l’avesse presa sarebbe stata finita.
Continuò a correre finché non andò a sbattere contro qualcosa che la colpi all’addome. Era un tronco, un grosso tronco d’albero caduto a terra. Lo tastò. E capì come salvarsi.
Rimase in piedi, immobile accanto ad esso, aspettando che Angel la raggiungesse. E quando lo sentì dietro di lei, si spostò di lato perché la superasse. E poi ci fu il silenzio.
Aveva trovato il tronco in cui lei, Angel e William giocavano da piccoli. Quello davanti alla fossa, la fossa in cui lei stessa era quasi caduta perché non la ricordava. Nemmeno Angel l’aveva ricordata.
Capitolo
18
“Angel!” gridò. Era caduto, era certa che fosse caduto,
quanto era profonda quella fossa? La ricordava enorme, ma era una bambina
e i bambini vedono tutto enorme… “Angel!” gridò di
novo.
“Uhhng… Beth…” sentì gemere.
“Angel! Sei vivo!” gridò isterica. Qualunque cosa potesse
meritare per quello che aveva fatto, non era morire. “Stai fermo, immobile,
io chiamo aiuto!” gli disse. Allontanandosi di qualche passo prese il
cellulare dalla tasca e chiamò i soccorsi.
*************
Poche
decine di minuti dopo, Elisabeth era avvolta in una coperta, con suo padre
che abbracciandola le ripeteva quanto stupido era stato a lasciarla tornare
a casa sola, mentre Angel veniva portato in ospedale dai paramedici scortati
da due poliziotti. Dopo averlo informato dell’arrivo dei soccorsi lo
aveva lasciato solo per tornare alla strada, o in mezzo a quel bosco non li
avrebbero mai trovati. E questo le veniva a favore perché non voleva
essere a portata di voce in quel momento. Qualunque cosa avesse da dirle,
voleva solo poter passare qualche minuto riuscendo a odiarlo.
Mentre veniva caricato sull’ambulanza, lo sentì dirle “Mi
dispiace”. Lo aveva detto a voce talmente bassa che si chiese se l’avesse
sognato. Si sentì fortunata per non essere obbligata a rispondergli
*************
“Lizze!
Sorellina! Dio quanto ero preoccupata, papà mi ha telefonato e mi ha
detto tutto!” l’accolse la sorella abbracciandola stretta.
Rupert sospirò “Elisabeth, se non ti dispiace, io torno all’ospedale.
Ma tu ora devi riposarti, sul serio” le disse, abbracciandola un ultima
volta prima di uscire.
“Tesoro, vieni ti accompagno di sopra” Harmony la prese dolcemente
per un braccio conducendola al piano di sopra.
L’aiutò a svestirsi e ad entrare nella doccia, “Ti farà
sentire meglio” le aveva detto.
Elisabeth non aveva ancora più detto una parola.
Harmony l’aiutò a infilare la vestaglia e le asciugò i
capelli, poi l’accompagnò al letto.
Dopo un tempo infinito, Elisabeth si addormentò tra le braccia di sua
sorella che le accarezzava i capelli, sussurrandole che non doveva più
preoccuparsi.
**************
Angel
si svegliò. Era in ospedale.
Nello stesso attimo in cui si chiese perché era in ospedale, ricordò
esattamente tutto quello che aveva fatto. Quello che aveva fatto a William,
quello che aveva fatto a Elisabeth. Come diavolo era potuto succedere, com’era
arrivato a quello?
Si guardò intorno. Era in una stanza vuota con due poliziotti all’entrata.
Avrebbe solo voluto scusarsi, sarebbe impazzito di nuovo se non avesse potuto
farlo.
Era nervoso da giorni, e quando aveva sentito la notizia di Elisabeth, la
sua Elisabeth, che si sposava… qualcosa dentro la sua testa di era incrinato,
il sangue aveva iniziato a pompargli più forte nelle tempie e in meno
di un secondo si era ritrovato a bussare alla porta di William con il coltello
da cucina di sua madre in mano. In quel momento credeva di non aver visto
il viso spaventato di William mentre affondava il coltello, ma ora era impresso
nella sua mente. E ancora quella domanda, che lo tormentava, come era successo…
Vide
i due poliziotti allontanarsi. Dovevano pensare che stesse ancora dormendo.
Fortunatamente per lui sbagliavano.
Aspettò che fossero abbastanza lontani e scese dal letto.
Tutto il suo corpo era dolente per la caduta, ma solo il polso era rotto quindi
poteva camminare. Uscì dalla porta. Sapeva esattamente cosa fare ora.
Angel
aspettò che Jenny uscisse dalla stanza e si allontanasse prima di entrare.
L’aveva sentita dire al telefono che non si era ancora svegliato. Entrò
nella stanza e si avvicinò al suo letto.
Non seppe quanto tempo realmente era rimasto a fissarlo.
“William… mi dispiace” disse a quella sagoma immobile. “Sei
stato l’amico migliore che ho avuto, e quando te ne sei andato mi è
rimasta solo Elisabeth. È come una sorella per me. E non ho idea di
come ho potuto credere che fosse qualcosa di diverso, ma non finirò
mai di chiedere perdono perché tu ci sia finito in mezzo” confessò.
Con quelle parole, si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla, chiudendo
gli occhi e pregando silenziosamente che il suo errore potesse trovare rimedio.
“…huh…” lo sentì sussurrare. Si stava svegliando.
Curioso no? Apriva gli occhi trovandosi davanti l’uomo che l’aveva
quasi ucciso. E gli occhi li aprì. Puntandoli immediatamente su di
lui, come avesse sempre saputo che era lì.
Angel lo vide iniziare con paura, e passare immediatamente a un misto di dispiacere
e compassione.
“Angel…?” sussurrò.
Angel lo guardò. “Trattala bene, amico” disse, voltandosi
per andarsene.
William lo fissò mentre zoppicando lentamente tornava verso la porta,
e uscendo la chiudeva dietro di se.
Angel
percorse la strada verso la propria stanza. Dopo aver visto William, sapeva
che si sarebbe odiato per tutta la vita.
Ad un tratto una donna gli attraversò la strada, e riconoscendolo si
fermò davanti a lui. Era anni che non la vedeva, ma capì immediatamente
chi fosse dal dolore con cui lo fissava. Era Jenny. E le tremava il mento,
dalla rabbia o dal dolore. Sapeva dov’era stato.
Angel la guardò, chiedendo perdono con gli occhi. “Si è
svegliato…” disse, superandola, e andando direttamente verso i
poliziotti a costituirsi.
Capitolo
19
Elisabeth si svegliò diverse ore più tardi, quando Harmony le
portò un tentativo di colazione fatta in casa.
“Ciao sorellina!” le disse gioiosa “Ho pensato che è
da un po’ che non mangi e non ti fa per niente bene” la raggiunse
con il vassoio.
“Grazie Harm… in effetti iniziavo ad avere fame” disse Elisabeth
alzandosi a sedere, mentre la sorella le porgeva il vassoio e si sedeva accanto
a lei.
“Allora…” iniziò Harmony “non abbiamo ancora
fatto in tempo a parlare del fatto che ti sposi prima di me!” disse
sorridente, era ovvio che cercava di tirarla su di morale.
Elisabeth abbozzò un sorriso “Già… se non contiamo
che William… è…” tentennò con voce spezzata.
“Oh, ma non pensare a questo! È ovvio che si sveglierà!
E vedrai che in meno di quello che pensi starà bene e vi dimenticherete
di tutto quello che è successo! Avevate già scelto una data?”
squittì lei.
“Uh… no… veramente a me l’aveva chiesto solo la sera
prima…” poi decise di farsi contagiare dall’entusiasmo della
sorella, non poteva che farle bene “Ma a me piacerebbe in primavera”
disse.
La sorella fece un salto battendo le mani “Ah!! In primavera! E voglio
farti da damigella d’onore! E voglio anche aiutarti a scegliere il vestito!
Vuoi farlo in chiesa o chiamiamo il prete qui nel giardino? Sarà una
cerimonia fantastica!” gridò la sorella entusiasta.
Elisabeth per ora non riusciva a pensare neanche alla metà di quelle
cose, ma l’entusiasmo della sorella le fece tornare un po’ di
tranquillità, e fiducia che magari più avanti sarebbe successo
davvero.
Poi
sua sorella le disse una cosa che la sorprese.
“Lizzie… hai mai pensato… di farti operare agli occhi?”
abbozzò timidamente.
Elisabeth spalancò gli occhi “Come?”
“Vedi…” iniziò la sorella “… papà
mi ha chiesto di non parlartene, perché prima non se lo poteva permettere
e gli interventi non erano sicuri. Ma ora hanno fatto non so quali scoperte
in più e io e lui stiamo risparmiando da molto tempo in caso un giorno
l’avessi voluto fare. Ora che stai per sposarti… non pensi che
vorresti… tornare a vedere?”
Elisabeth smise quasi di respirare. Sua sorella aveva certamente le migliori intenzioni del mondo, ma probabilmente non si rendeva conto dell’importanza di quello che stava dicendo. Tornare a vedere… dopo tutti quegli anni. Vedere William, vedere i loro bambini. Se avesse avuto la possibilità di vedere si sarebbe accorta subito delle mani sporche di sangue di Angel, avrebbe trovato il telefono a casa di William…
Per
fortuna in quel momento lo squillo del telefono la distolse dai suoi pensieri.
Raggiunse la tasca ed estrasse il cellulare.
“Pronto?” disse ancora emozionata.
“Elisabeth?” era suo padre “Ci sono novità”
disse, apparentemente sollevato.
“Quali novità? E’ successo qualcosa di grave?” chiese
comunque allarmata.
“Non proprio. Qualche ora fa Angel ha confessato, ha ammesso tutto quello
che ha fatto e l’avvocato d’ufficio che gli è stato assegnato
voleva chiedere momentanea infermità mentale. Però c’è
dell’altro…” disse
“Altro?”
“Si. Quando è stato in ospedale gli hanno fatto alcuni esami,
tra cui quello tossicologico. Pare che Angel facesse uso incontrollato di
steroidi per lo sport, e i medici pensano che siano stati quelli a causare
lo squilibrio ormonale che ha portato alla perdita del controllo per stress”
disse
“Cosa?” gridò Elisabeth “Angel non usa quella roba!
Non l’ha mai fatto!”
“Lo penso anche io, e anche lui nega. C’è un indagine in
corso per vedere se ne faceva uso senza saperlo” spiegò.
“Quindi, Angel potrebbe non essere responsabile di quello che ha fatto?
Potrebbe non finire in galera?” chiese speranzosa. Sarebbe stato come
svegliarsi da un brutto sogno.
“Pare di si. E, tesoro, William si è svegliato” sussurrò
il padre.
Elisabeth spense di colpo il telefono “Harm, ti prego, accompagnami in ospedale, si è svegliato”
***********
Nemmeno
dieci minuti più tardi Elisabeth stava irrompendo nella stanza di William.
Finalmente vedeva di nuovo il suo colore. Non attese nemmeno di capire chi
c’era nella stanza, corse verso il suo letto e lo abbracciò.
Il cuore le batteva così forte che avrebbe potuto squarciarle il petto,
quando lui ricambiò l’abbraccio.
“Vi lascio soli” disse quietamente Jenny posandole una mano sulla
spalla.
Non
appena sentì la porta chiudersi, Buffy allungò una mano verso
il viso di William, accarezzandone ogni centimetro, e si avventò sulle
sue labbra.
“Dio… Buffy…” sussurrò lui, ricambiando il
bacio con tutta la passione di cui era capace.
Sentendolo gemere di dolore, Buffy si spostò “Scusami! Ti ho
fatto male?” chiese allarmata.
William le rispose con calma “E’ tutto a posto, solo, le ferite
fanno male anche ora che hanno messo i punti” sussurrò.
Buffy gli accarezzò i capelli “William… non sai la paura
che avevo…” sussurrò mentre le guance iniziavano a rigarsi
di lacrime “Angel è venuto da me e…”
William la interruppe brutalmente “Cosa? È venuto da te??”
si allarmò.
Buffy cercò di rassicurarlo “Dopo averti fatto questo, è
venuto a casa mia, ma non per farmi del male. Era confuso, non era lucido,
mi ha praticamente detto cos’aveva fatto perché potessi venire
da te” spiegò.
William non sembrò sollevato “Lo hai più visto?”
chiese, pregando non fosse così.
Buffy rimase un momento a riflettere su cos’era meglio dirgli, ma capì
che mentire non era giusto “Si… dopo averti portato qui sono tornata
al bosco, lui penso mi stesse aspettando là… ma prima che potesse
farmi del male l’ho fatto cadere nella fossa” disse
William si era palesemente irrigidito “Ecco perché era qui anche
lui oggi”
“William…” iniziò accarezzandogli il viso “…
Angel non sapeva quello che faceva. Hanno detto che era come drogato, non
era lucido. So che è difficile pensarlo, ma non era davvero responsabile
di quello che stava facendo…” tentò
Lo sentì sospirare “Lo so… me lo hanno già spiegato…
ma Buffy, piccola…” disse con voce strozzata “… non
è questo che mi terrorizza…” singhiozzò.
Buffy
si allarmò. Non lo aveva mai sentito fare così. “Cosa
c’è? Dimmelo” chiese
Prese un grande sospirò “Quello che mi ha fatto… io non
l’ho potuto fermare. Non ci sono riuscito” disse piangendo.
“Hey…” sussurrò lei abbracciandolo stretto, ma attenta
a non fargli male “… ora stai bene, non devi più preoccuparti”
cercò di rassicurarlo.
“Non sono preoccupato, non per me. Se ci fossi stata tu? Se non sono
stato in grado di proteggere me stesso, come potrò proteggere te!”
gridò quasi, scosso dall’emozione.
Buffy
spalancò gli occhi. Non ci aveva nemmeno pensato, e non trovava le
parole. Non sapeva come rassicurarlo.
“William… io mi fido di te… tu non potevi aspettarti quello
che è successo…” cercò di spiegare
“E cosa conta? Non sono pericolose le cose che puoi aspettarti! Io non
posso… non posso pensare che tu ti fidi di me quando nemmeno io posso
fidarmi di me!” pianse.
“Ma William…”
“No…” sussurrò “… no… ti prego
va via…” stava singhiozzando forte “… ti prego…
vai via, dimenticati di me… non sono la persona che ti meriti di avere
vicino…” la sua voce era ovattata, si era coperto il viso con
le mani.
Buffy
rimase in piedi, completamente sconvolta e pietrificata.
“William…” sussurrò con gli occhi lucidi.
“VAI!” urlò, spaventandola.
Aspettò che lei corresse fuori e chiudesse la porta, prima di lasciarsi
veramente andare, e pianse.
Capitolo
20
Rupert vide Elisabeth uscire correndo dall’ospedale, evidentemente sconvolta.
Si alzò pronto a seguirla, ma Jenny lo trattenne per un braccio.
“Lasciala andare Rupert, sono cose che devono sistemare loro due”
disse
“Sai qualcosa che io non so?” chiese lui
“So che lui è molto confuso ora. Gli serve solo un po’
di tempo” rispose, sperando di avere ragione.
*****************
Elisabeth corse fino a casa. Aprì la porta e la richiuse immediatamente dietro di se, appoggiandovisi contro, e piangendo. Scivolò su di essa fino a sedersi a terra, incrociando le braccia sulle ginocchia e nascondendovi il viso. Che sarebbe successo se non fosse riuscita a tranquillizzare William? Lui davvero se ne sarebbe andato da lei? E lei che avrebbe fatto dopo? Le faceva così male il cuore che temeva non sarebbe sopravvissuta a quel dolore.
“Lizzie,
ma che succede??” gridò allarmata la sorella correndo verso di
lei “Sorellina??” disse mentre si sedeva accanto a lei e l’abbracciava.
Elisabeth si aggrappò alla sorella, appoggiando la testa alla sua spalla
“William…” disse tra i singhiozzi
“Cosa? Che è successo a William?” si allarmò Harmony.
“Lui non mi vuole più…” pianse disperata
“Cosa?? Ma è impossibile! Cosa ti ha detto??” gridò
allibita
Elisabeth non riuscì a spiegarsi. Era successo tutto troppo in fretta, nella sua testa le cose si confondevano, tutto era annebbiato. In questo momento era davvero cieca. Così, continuò semplicemente a piangere, stringendosi alla sorella quasi disperatamente.
Non
seppe quanto tempo esattamente fu passato. Capì che aveva smesso di
piangere per sfinimento. E improvvisamente capì anche un’altra
cosa. Una cosa che data l’attuale situazione la terrorizzava, quando
avrebbe dovuto esserne felice.
Ora doveva smettere di piangere. Doveva alzarsi, chiarirsi le idee e sistemare
le cose. William era palesemente confuso, ma lo conosceva abbastanza da sapere
che il motivo della sua confusione era troppo serio per sperare che facesse
semplicemente marcia indietro. Aveva bisogno di parlare con qualcuno, e per
quanto le volesse bene quel qualcuno non era Harmony.
D’un
tratto si alzò in piedi. Capì cosa doveva fare. “Harm,
per favore, potresti accompagnarmi in un posto?” chiese alla sorella.
Harmony si riscosse per lo scatto improvviso “Uhm, si, certo, dove?”
*********************
Circa trenta minuti dopo erano arrivate. Harmony l’aiutò ad entrare, ma arrivata a destinazione Elisabeth fu lasciata sola. Una guardia l’aiutò a trovare la sedia, e il telefono con cui parlare dall’altra parte. Qualche minuto dopo le disse che poteva parlare, la stanza era insonorizzata per questo non aveva sentito arrivare nessuno.
Prese un profondo respiro, “Angel?” chiamò.
Inizialmente
non sentì nulla. Poi ci fu più che altro un sussurro “Buongiorno
Elisabeth…” quello era il suo Angel.
Sospirò sollevata “Buongiorno a te… come ti senti ora?”
chiese lei.
Dall’altra parte arrivo una leggera risata ironica “Non è
assurdo che sia tu a chiederlo a me? Dopo tutto quello che ti ho fatto…”
“Angel, so che non è stata colpa tua, lo ha detto anche il medico,
non potevi controllarti, non sei responsabile!” disse lei, per rassicurarlo.
“Elisabeth… sei sempre stata una ragazza molto dolce, e lo sei
anche adesso, ma la responsabilità è comunque mia. I sentimenti
che provavo non li ho inventati… anche se me ne vergogno molto”
confessò.
Elisabeth prese un respiro, cercando di ignorare le implicazioni di quello
che le stava dicendo “Angel… senza quelle cose che avevi in corpo
non avresti mai fatto del male a William o a me. L’unica cosa di cui
dovresti preoccuparti ora è di come le hai prese” disse sinceramente
“Ah beh, quello è già stato risolto. Hanno scoperto che
è stato Parker, voleva che non passassi i controlli antidoping per
tornare a essere lui il quaterback appena rimesso dalla scazzottata”
fece una smorfia “se tutto va bene non potrà nemmeno finire il
college” spiegò
Elisabeth era allibita “Parker? Mio Dio… ma se sanno già
che è lui perché sei ancora qui?” chiese
“Mi hanno spiegato che devo comunque sostenere il processo, sarà
un giudice a decidere se sono o non sono un pericolo per la società”
Seguì
un momento di silenzio. Quelle erano informazioni facili da dire, era il resto
il problema. Fu Angel a iniziare.
“Beth… perché sei venuta qui?” chiese sinceramente.
Elisabeth sospirò “E’ egoistico da parte mia… ma
avevo bisogno di parlare con qualcuno. William è confuso, dice che
vuole lasciarmi, io non so che fare…” disse trattenendo i singhiozzi.
Angel si allarmò “E’ per me? È a causa mia?”
“No… cioè non proprio. Lui dice che non ha senso stare
insieme se lui non è riuscito a proteggere se stesso, perché
significa che non può proteggere neanche me. Io non so… non so
come fargli capire…” tentennò prima di mettersi una mano
davanti alla bocca, e chiudere gli occhi perché le lacrime non uscissero.
“Elisabeth… tu non hai bisogno di nessuno che ti protegga”
disse Angel sorpreso
“Come?” chiese lei, senza capire cosa intendesse.
“Guardati… guarda quello che hai fatto. Tu sei una giovane donna
piena di vita, non hai mai avuto bisogno di aiuto da parte di nessuno. Ieri
notte sei stata tu a salvargli la vita, tu da sola hai fatto tutto il necessario
per salvarlo. E quando… quando io ho tentato… mio dio… tu
da sola mi hai sconfitto. Prova per un momento a non considerare che fossi
io, ma a guardare dall’esterno. Tu eri lì, sola e indifesa, in
mezzo a un bosco, con un uomo che ti inseguiva, e lo hai mandato all’ospedale.
Non vedere non significa nulla per te, sei più forte di molti altri.
È questo che William deve capire” disse.
Mentre
parlava Elisabeth non era riuscita a trattenere le lacrime. Ascoltò
con attenzione ogni parola, e capì perfettamente tutto quello che intendeva.
E sorrise. Sorrise sinceramente.
“Grazie Angel. Grazie. E non mi importa di quello che dicono, non mi
importa quello che hai fatto, io ti conosco e so che ieri non eri tu. Mi fido
di te, mi fiderò sempre” disse, e dopo un breve saluto uscì.
Tornò dalla sorella, e si fece portare in ospedale.
******************
William
guardava la finestra della sua stanza d’ospedale, completamente senza
emozioni, quando la sua Buffy irruppe nella stanza chiudendo la porta dietro
di se.
William sospirò “Ti prego no, già così è
difficile… già senza averti davanti…” la pregò.
Buffy lo ignorò “Devi ascoltarmi William, e fidarti di quello che dico” iniziò, avvicinandosi a lui e sedendosi sul letto mentre gli prendeva la mano. “Io non ho bisogno di te. Non ho bisogno della tua protezione. Io ti amo, ed è questo il motivo per cui ti voglio per il resto della mia vita. So badare a me stessa perfettamente, e ti ho già dimostrato che posso essere io a prendermi cura di te. Quello su cui ora dovresti riflettere sul serio, è se sei disposto ad accettarlo. Mi hai sempre vista come una ragazza fragile, da difendere, ma non è quello che sono veramente. Devi capire, e dirmi, se mi ami perché vuoi qualcosa da difendere, o se mi ami per quello che sono. Perché io ti amo per quello che sei, e voglio passare con te tutta la vita”
William rimase immobile, fissandola, per un tempo infinito. Buffy lo sapeva, sentiva i suoi occhi su di se. Ma non si sarebbe mossa finchè non avesse avuto una risposta. E dopo un eternità, William rispose.
“Buffy…
Buffy…” sussurrò. E poi si alzò di scatto, prendendole
il viso tra le mani e baciandola quasi con disperazione. “Buffy, sciocca,
è te che amo. Ti amo da una vita, e ti amerò finchè respiro”
le disse contro le labbra, con voce rotta dall’emozione.
“Oh, William, mi hai fatta spaventare a morte” disse lei abbandonandosi
tra le sue braccia.
**********************
“Vedi,
che ti dicevo? Era solo questione di tempo” disse Jenny sorridendo,
mentre assisteva alla scena dalle finestre del corridoio.
“Oh, lo vedo. Dici che quei due ce la fanno ad aspettare la prima notte?”
chiese Rupert ironico.
“Temo che ormai sia andata” rise lei.
Rupert
si unì alla risata, finalmente sollevato.
************************
Qualche decina di minuti più tardi, Buffy si era sdraiata accanto a William, accoccolata a lui nel piccolo letto. Nessuno dei due parlava, erano così stremati dagli avvenimenti che alla prospettiva di potersi finalmente rilassare si erano quasi addormentati.
“William…”
sussurrò Buffy, destandolo dalla dormiveglia.
“Mmmh?”
“Io non voglio operarmi” disse lei a voce bassa
“… di cosa parli?” le chiese, senza capire.
“Harmony mi ha chiesto se voglio operarmi agli occhi, dice che ci sono
nuove tecniche che mi permetterebbero di vedere di nuovo. Ma io non voglio
farlo. A me non importa vedere. Amo la tua voce, amo toccare la tua pelle,
amo sentire le vibrazioni del tuo corpo quando ti tocco, amo la foschia azzurra
che emani, amo percepire quando mi stai guardando o quando sei vicino a me.
Sono cose che non sono disposta a rischiare di perdere” disse Buffy.
“Amore, io amo i tuoi occhi. Mi perderei nei tuoi occhi. Ucciderei chiunque
tenti di cambiarli, anche se è tua sorella”
Si lasciarono andare a una leggera risata, per poi tornare nel confortevole
silenzio.
“Buffy?”
sussurrò lui un momento dopo
“Mmmh?”
“Grazie per avermi detto il mio colore, alla fine” sorrise lui.
Buffy pensò un momento a cosa stesse dicendo, poi rise “Mi è
sfuggito. Volevo mantenere il segreto ancora per un po” sorrise, tornando
ad accoccolarsi contro di lui.
“William?”
sussurrò lei di nuovo qualche minuto più tardi.
“Mmmh?”
“… credo che dentro di me stia nascendo qualcosa” disse.
William spalancò gli occhi, improvvisamente del tutto sveglio, e si
voltò verso di lei “Ne sei sicura?”
“Beh ecco, non ho ancora fatto alcun esame. Ma oggi… l’ho
sentita. La sento ancora. Ne sono certa. Aspetto un figlio, William”
disse sorridendo.
William
rimase pietrificato per un istante, quasi preoccupandola. Poi la strinse con
tutta la forza che riusciva a trasmettere senza farsi male.
“Mia Buffy… mia piccola… come mi rendi felice ogni istante
che passa…” disse riempiendole il viso di baci.
Epilogo
Tornavano a casa, nella loro casa, finalmente sposati. Si erano sempre appartenuti,
ma ora avevano potuto gridare al mondo che sarebbero rimasti insieme per sempre.
Le sensazioni di Buffy sulla creatura che portava in grembo erano state confermate
dalle analisi, lei era certa fosse una bambina e William voleva chiamarla
Dawn, come l’alba che le aveva descritto la mattina della loro prima
volta insieme.
Angel era stato dichiarato non colpevole per momentanea infermità mentale indotta dagli steroidi, ma era costretto a seguire una terapia durante la disintossicazione per essere certi che tutto tornasse alla normalità. Parker era stato arrestato e tutti si auguravano lo stesso verdetto. William, per rinsaldare l’amicizia perduta e dimostrare che comprendeva la situazione senza portare rancore, aveva fatto di Angel suo testimone di nozze.
Rupert e Jenny avevano ricominciato a frequentarsi. Dicevano che fosse per via dei loro figli, ma l’amore tra loro era palpabile e ora non avrebbero più causato danni a renderlo pubblico, dovevano solo convincersene.
E
ora William e Buffy erano lì, davanti al portone della loro casa e
davanti alla loro nuova vita insieme. William la prese in braccio mentre varcava
la porta, e non la rimise a terra finchè non ebbe raggiunto la camera
da letto, facendola ridere per l’improvvisa assoluta mancanza di quella
timidezza che lo aveva sempre caratterizzato.
Adagiandola sul letto rimase a contemplarla, nel suo abito da sposa che Harmony
le aveva scelto, e che la faceva sembrare una creatura tanto perfetta che
il mondo avrebbe dovuto essere grato di averla su di se.
E
fu lei a distoglierlo dalla sua visione, raggiungendolo per un appassionato
bacio ed attirandolo a se perché la raggiungesse sul letto. Fu sufficiente
per destarlo, perché un attimo dopo le aveva già tolto i vestiti,
rotolandosi con lei per averla sopra di se, a contatto con la propria pelle.
Nonostante avessero tolto i punti, non aveva ancora terminato la riabilitazione
e lo stomaco era un punto fragile per lui. Ma grazie a lei, questa momentanea
fragilità non lo spaventava più. Sapeva che lei lo amava comunque.
E glielo confermò di nuovo, spingendolo perché rimanesse sdraiato
mentre lei, a cavalcioni su di lui, lo accarezzava dal viso al torace fino
a scendere per accarezzare il suo membro pulsante in attesa di lei. Con un
fluido movimento scese su di lui, facendolo sussultare per il calore che improvvisamente
lo circondava.
Mentre Buffy iniziava a muoversi lentamente, in modo da farlo uscire e rientrare
in lei, lui le afferrò i fianchi.
“Apri gli occhi Buffy…” supplicò con un sussurro “Fammi vedere… i tuoi occhi…” disse, e lei eseguì.
Le
intense emozioni che li percorrevano e l’amore da cui derivavano furono
troppo da sopportare. William la sentì iniziare a stringersi intorno
a se e a contrarre involontariamente i muscoli mentre veniva.
“Voglio perdermi…” ruggì, prima che il suo seme la
inondasse e lei si accasciasse su di lui, ansimando contro il suo collo.
“… nei tuoi occhi…”
Fine
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