Stampa
25/05/08
24/07/08

Le Note dell'Amore

by buffyspike

Subject: AU (tutti umani.)
Warnings:no.
Rating:NC17.
Genere: Romance.
Lunghezza: 15 capitoli (27347 parole)
Summary: Cosa succederà quando la vita di una giovane giornalista di città verrà stravolta dall'arrivo di uno dei pianisti più noti al mondo? Solo un articolo, un caffè ed un pianoforte, direbbero alcuni... Ma è sempre più complesso di così...

Disclaimer: Non possiedo niente, ecc ecc ecc.


Capitoli: 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15

Capitolo 1

Ciao a tutti!
Mi presento…
Mi chiamo Buffy Summers. Snella, agile, bassa, occhi verdi ed immancabili capelli biondi. Insomma, la tipica ragazza americana. Solo con meno fortuna, meno soldi, e bollette più alte.
Vivo a Torrance da sei anni, da quando cioè “mio padre” ha pensato premurosamente di abbandonare la sua famiglia per fuggire in Spagna con quell’oca della sua segretaria nella valigia: Cordelia Chase…
Penso che ogni neurone rimasto nel corpo di quella donna sia concentrato esclusivamente nelle imperiali natiche e nel seno a balconcino (più che balconcino lo chiamerei terrazza con vista).
Ad ogni modo, non posso certo dire di non essermi ambientata! Diciamo che, finora, le uniche vere amicizie che ho intrapreso sono con Willow e Xander.
Lei, spiritosa e timidissima, con un futuro brillante nell’informatica, attira chiunque con quegli occhi celesti… o verdi (non ho mai capito di che colore fossero).
Lui, gentile e altruista nonché storico giornalaio cittadino, è sempre capace con uno spiccato senso dell’umorismo di strapparti un sorriso o due anche nelle giornate di pioggia (che personalmente odio). L’unica pecca: è uno sfigato. E questo purtroppo danneggia la sua, già disastrata, condizione amorosa.
Certo, in quanto ad amore io non sono qualificata per dare giudizi...
Insomma, ho avuto due ragazzi ed entrambi hanno lasciato la città, letteralmente volatilizzati.
Riley: carino, muscoloso, il tipico giovane che ogni madre vorrebbe accanto alla propria figlia. Peccato per la piccola storia dell’ego sproporzionato….
Parker: ok, premetto che potrei non essere obbiettiva, considerato che mi prende ancora tanto. Vediamo…ehm…lui è uno…STRONZO! Di quelli che incontri una volta nella vita e che te la rovinano per l’eternità, lasciano dentro di te una cicatrice grande quanto il Gran Canyon. Avevo menzionato che non sarei stata obiettiva?
Che altro dire di me… Sono una giornalista, tristemente destinata a scrivere per il “grandioso” quotidiano locale, ed intrappolata per sempre nell’orribile mondo del lavoro.
Ed eccomi qua, nella mia gonna nera di pelle, che mi aderisce alle gambe mostrando senza pietà i chili che ho preso nelle ultime due settimane, passo spedito, tanto quanto concesso dei tacchi a spillo, giacca nera che fascia il mio busto, ad accentuare il seno che non ho, capelli biondi tirati su in una fiscale coda di cavallo. In pratica, pronta alla guerra.
TOC TOC.
Ho letto da qualche parte che bussare è cortesia. Ma se l’ufficio del tuo capo è invaso da due amanti che non la smettono di darci dentro tutto il giorno... lo chiamerei “segnale di interruzione”.
Voilà, ecco che Doyle, nell’immancabile camicia hawaiana e pantaloni color cachi, spalanca la porta con addosso l'espressione più seccata che abbia mai visto.
Di certo non si può definire un uomo di classe, il fatto che scopi con le sue amichette segretarie ogni santissimo giorno è un indizio in più.
Mi appresto ad entrare e con mia “enorme sorpresa” (da notare il sarcasmo) ci trovo Halfreck che frettolosamente cerca di sistemarsi alla meglio, quel tanto che basta per definire una segretaria…segretaria. Probabilmente la mia espressione consapevole e il mio sopracciglio alzato non facilitano la situazione…
Scappa fuori della stanza come se fosse stata morsa da un ragno, perdendo anche quel pizzico di contegno che si suppone debba avere…

Ma concentriamoci un secondo sui miei problemi…

- Ehi Doyle, ho saputo che mi hai assegnato il reparto progetti speciali e, mmh, volevo parlartene.

Certo, il mio imbarazzo lascia trasparire un tantino il fatto chi io ODI i servizi speciali!

- Bene. Che abbiamo da discutere?

Ho sempre sospettato che fosse un tantino tonto. Ma guardarlo sedersi sulla sua sedia girevole e cercare di tenere in bilico sul naso una matita colorata è la definitiva conferma. Senza contare le scarpe elegantissime che mette in mostra orgoglioso spaparanzandosi sulla scrivania e che abbina senza alcun criterio terrestre a quell’orribile completo.

- Doyle, tu sai quanto io detesti i servizi speciali... Quindi pensavo che potrei fare cambio con Alyson, occupandomi della sezione economia. Che ne dici?

Ok…se mi accontenta e si lascia intenerire dell’espressione speranzosa che riveste il mio volto, giuro che mi rimangio tutto!

- Vediamo, lasciami pensare. Ehm… NO

Ed ecco che ancora una volta il nanetto con il potere mi contrasta. A proposito… perchè gli uomini potenti sono tutti bassi?

- Andiamo Doyle! Per te che differenza fa? E poi ricordi l’ultima volta che mi sono occupata di quella rubrica? Stavo per rimetterci una gamba a furia di scappare da Simba! E il mio tacco di certo non è stato più fortunato…

A già, quell’episodio potrei annoverarlo tra le peggiori figure di una vita. Il mio volto viene attraversato da dolore al solo ricordo.
Ero ad uno spettacolo teatrale, la mia prima volta in carica di giornalista, intrappolata in una recensione che non volevo fare e costretta a vedere “Il re leone”. Peccato che la recitazione era cento volte più penosa di quanto previsto, e le parti cantate erano... mettiamola così: avrei voluto avere le cuffie. Ovviamente ci si aspetta che una giornalista sia obbiettiva, ma evidentemente il protagonista non era dello stesso avviso. Due chilometri di corsa, al riparo da un leone con voce e gambe umane che continuava ad urlarmi dietro fino alla salvezza della mia confortevole casa!
Ora mi capite?

La sua fragorosa risata mi riporta alla triste realtà.
Cercando di calmarsi e riacquistare il “contegno” e la “compostezza” che lo contraddistingue (di nuovo sarcasmo), mi guarda ancora rosso come un gambero e con un sorrisino in volto esclama…

- Ti do la possibilità di scegliere il soggetto che vuoi. Arte, storia, cinema, teatro… ma non c’è modo di convincermi.

Sconfitta, come un relitto, lo fulmino con lo sguardo. Se avessi avuto il potere di legarlo ed appenderlo al lampadario con le stelline, vi assicuro che lo avrei fatto volentieri. Sfortunatamente, mi devo limitare a girare i tacchi e tagliare la corda. Uffi, maledetto maschilismo! Non lo voglio neanche guardare in facci.! Mi volto e mi appresto ad uscire, quando... mi richiama.

- Ah, Summers! Hai due settimane.

Ora vorrei proprio defenestrarlo. Non lo degno di un sorriso e, depressa e sconfitta, mi preparo all’inevitabile destino.

Capitolo 2

- Allora io ero lì che lo guardavo, no? E lui si gira e… mi sorride!! Un sorriso fresco e gentile, con quei denti perfetti che sembrano quelli della pubblicità. Poi però mi sono girata ancora stordita e, ehm, ho travolto la signora Finley e le ho fatto rovesciare tutte le buste con la frutta…- mi confessa Willow, bordeaux in volto e con gli occhi di chi ha appena ucciso qualcuno.

Eccomi qui, stesa comodamente sul letto della mia migliore amica, abbracciata alla bellissima signorina Edith dai lunghi boccoli dorati. E mentre le accarezzo i capelli e le sistemo l’abitino ottocentesco scomposto, sento il racconto di Willow, non riuscendo ad evitare di volta in volta di sorridere per la sua immancabile goffaggine.
Misura la stanza a grandi passi, senza sosta, strofinandosi le mani ed enfatizzando sempre più la bellezza del suo nuovo non-ragazzo: Daniel Osborne.
Dopo tutto non è così male, benché lo abbia visto poche volte e da lontano. Carino, capelli rossi e profondi occhi azzurri. L’unico difetto è la statura. Ma a chi vuoi che interessi l’altezza quando l’individuo in questione è chitarrista della più famosa band del paese!

- A proposito. Lo sai che quella donna compra ancora quelle disgustose tavolette di cioccolato all’amarena? Pensavo che avesse smesso dopo tutta quella faccenda del vomito di Xander.

Scoppiamo tutte e due a ridere come due bambine al ricordo di quel giorno. Ero qui da poco e quell’orribile vecchietta spacciava le sue rivoltanti stecche di cioccolato senza pietà per tutti coloro che avevano la sfortuna di addentarle. Ma Xander è sempre stato famoso per il suo stomaco ultra-resistente, allora ne accettò un pezzo e lo morsicò con la stessa espressione di chi sta gustando una prelibatezza mai sentita prima. Espressione che nel giro di, ehm, cinque secondi variò nella smorfia di disgusto che precedette la peggiore ondata di vomito mai vista nella storia del nostro pianeta. Peccato solo per il tailleur nuovo della Finley.

- Sai…- continua tutta eccitata mentre si accoccola finalmente sul lettone accanto a me con le gambe incrociate e la concentrazione di un monaco buddista! – Certe volte sogno che mi afferra e con passione mi da un bacio... sulla bocca! -

Ok, chi di voi ora non l’adorerebbe? Povera Willow, così nuova all’insensata esistenza maschile…

- Se vuoi Oz, vai e diglielo-

Pessima idea! Ho paura che stia per impalettarmi! Ora mi uccide…1..2...

- No no. No, no, no, no, no, no, no, NO!

- Ok, ok! Come vuoi tu…- la tattica difensiva funziona sempre, soprattutto quando sollevi le mani in segno di resa -Ma non puoi restare qui senza fare niente! Almeno cerca di parlarci e...-

I miei occhi catturano un’immagine. Un giornale aperto su una pagina a caso è pigramente abbandonato e ricoperto di orecchiette sulla scrivania. Un uomo…bruno, occhi chiari, da quel che riesco a scorgere...
Attira la mia attenzione grazie alla sua detestabile aria altezzosa impressa sulla sottile pagina quattordici. Mi alzo e, come un automa, mi avvicino mentre l’immagine diviene più nitida. Mentre scorgo dietro all’angelo dai capelli cortissimi e occhi azzurri un pianoforte, un pensiero si fa lentamente strada nella mia testolina: l’articolo!
Leggo il titolo “Il grande Shelby sbarca anche in America”.

- Bello, eh?-

Willow mi scuote dai miei pensieri e mi volto per osservare la sua faccia contratta in un sospettoso sorrisetto sornione.

- Ma se fino ad ora eri tutta un 'Oz, Oz e anche, ops, Oz!'

- Si è vero, però…devi ammettere che è eccitante!

Ok, dopo aver sentito questa frase posso morire avendo davvero visto e sentito di tutto!
Willow che dice che un uomo è “eccitante”?

-Willow!- penso che i miei occhi spalancati e il sospiro di esasperazione rendano meglio - Comunque…chi è questo stallone da quattro soldi?-

Certe volte le reazioni di Willow mi fanno paura. Per esempio odio quando comincia a urlare come una matta nei momenti in cui è tremendamente arrabbiata perché le fregano il posto in prima fila in classe, oppure quando ti guarda come se avessi appena bestemmiato. Ecco! Questa è una di quelle…

- Stallone da quattro soldi?- ora le usciranno gli occhi da fuori e mi inseguirà come posseduta per tutto il quartiere

- Quello è William Shelby! Ti dice niente un pianista che ha suonato almeno dieci volte alla scala? O all’Operà di Parigi? –

Ehm, Operà? Scala? Parigi? Quando penso a Parigi l’unica cosa che riesco a vedere è l’enorme negozio Cartier dalle insegne dorate e scintillanti che si erge fiero lungo i vasti Camps-Elysee….

Certo, immaginarmi con un lungo abito firmato Versace, salire la scalinata imponente che porta al teatro ha un certo fascino! Magari in un’altra vita, quando avrò più soldi e sposerò un miliardario fottutamente ricco e bello che mi porgerà il braccio e mi accompagnerà fiero lungo quegli enormi androni….

In questa, mi devo accontentare di percorrere gli angusti corridoi di un vecchio teatro che mette orgogliosamente in mostra all’ingresso il manifesto del grande artista. Bah, personalmente? Mai sentito…

Capitolo 3

Ho sempre odiato i teatri. Quando ero a Los Angeles con mamma e papà, ricordo di averci fatto gli incubi peggiori. Una volta ho persino sognato che un essere orribile che assomigliava ad una primordiale scimmia mi inseguiva per tutto il tetro edificio e riuscivo a sentirmi salva solo quando raggiungevo l’enorme tendone rosso del palco. Mi accucciavo lì e aspettavo che papà mi venisse a salvare. Ore ed ore... ma evidentemente mio padre aveva di meglio da fare e comincio a sospettare che il mio subconscio sapesse già del suo tradimento nei nostri confronti.
E poi all’improvviso... Boom! Mi svegliavo di soprassalto e prendevo ad urlare come un’ossessa, fino a quando mia madre non accorreva spaventata e mi accarezzava i capelli. Ah, quanti ricordi!

Tutti venuti a galla in un istante, lo stesso istante nel quale avevo attraversato quella orribile porta bianca. La ragazza della reception è stata odiosa. La solita tettona bionda che muove il sedere talmente tanto che alla fine si staccherà. Beh, almeno mi ha detto dove posso trovare questo grande maestro di musica. A quanto pare sta facendo una specie di tour per tutta l’America, fermandosi una settimana in ciascun punto! Voglio dire, wow... Ne ha di tempo da perdere.
Ma io sfortunatamente no! Quindi una veloce, indolore intervista non fa mai male. Chissà che alla fine Doyle non ne sia soddisfatto. Una cosa è sicura: se non lo è, penso che comincerò a valutare il discorso del lampadario.

Certo che più cammino per questi corridoi, e meno mi piacciono. La culona ha detto “terza porta a destra”. Prima… seconda… eccola!
Pronta? Ma si! Sollevo la mano e busso cortesemente. Con questo silenzio ho paura che se faccio anche il minimo rumore, persino i muri si girano a guardarmi storto.

I miei pensieri costruttivi vengono interrotti dal rumore della maniglia che gira e il mio sguardo vola immediatamente in quello di un giovane ragazzo dai capelli color carota e gli occhi azzurri. Devo dire che colpisce molto, soprattutto per l’abbigliamento trasandato. Probabilmente sarà l’assistente…

- Ciao! Piacere, Andrew! Che vuoi?

Bene, la cortesia è al massimo qui. Ma non penso che si sia accorto di quello che mi passa per la testa, visto che continua a tenere in volto quello snervante sorriso ebete. Vorrei morire… Avanti Buffy, fatti coraggio e cerca di apparire professionale.

- Salve, mi chiamo Buffy Summers e lavoro per il “Torrance News”. Sono qui per un’intervista con- oddio…com’è che si chiamava? – ehm, William Shelby.

Grazie Willow per l’appunto sul blocknotes. Come faceva a sapere che me lo sarei scordata? Scuoto la testa per cacciare gli insulsi pensieri che attraversano il mio delicato cervellino e mi concentro su “Facciadaebete”, giusto in tempo per intercettare il suo cenno di assenso. Mi fa accomodare (che sia tornato normale?) e mi dice di attendere un secondo.

Una volta sola, mi guardo attorno curiosa. Però! Devo dire che questo Shelby non si fa mancare niente. Sedie di pelle nera, tavolo di cristallo, con rose rosse e riviste sparse su di esso, abbastanza numerose da durare per un’intera giornata di attesa.
Come stile è molto raffinato, Ma d'altronde si capiva benissimo che è un tipo elegante, sicuramente tanto quanto Don Giovanni.
Apro la borsa e prendo il blocco degli appunti. Devo fare tutto alla perfezione, se mi guadagno una bella intervista posso dire addio per sempre al reparto speciale!

Ed eccolo che arriva.

Sbuca da una porta rossa e per un attimo riesco ad intravedere, grazie ad un fugace fascio di luce, una chitarra ed una batteria. Deve essere il suo studio… Mentre si appresta a raggiungermi, faccio un accurato esame della sua figura. Il tempo necessario per restare di stucco.

Non saprei spiegare perché, ma la mia mente si blocca, mentre i miei occhi mettono a fuoco l’uomo che mi si para davanti.
La fioca luce che traspira dalla finestra, catturata talvolta dalle tende avorio contornate di pizzi e merletti, illumina il volto perfetto di questo straniero. Ogni aspetto di lui risalta anche nel più piccolo dettaglio.
Occhi azzurri, non come il mare come molti si aspetterebbero di sentire, ma come il cielo d’inverno. Quando poche, sparse nuvole impediscono al sole di brillare in tutta la sua luminosità creando una sorta di ombra turchese, lucente come una gemma.
Un naso strano taglia il volto a metà, talvolta osservandolo da un lato appare perfetto, dritto e regolare, ma se solo si scorge da un altro punto, può apparire lievemente inclinato.
Una bocca….diversa. Irregolare e sensuale, e allo stesso tempo fragile, come un fiore, avvezza solo a smorfie e durezza. Solo osservando più attentamente si riescono a scorgere piccole pieghe tutto attorno dal dolce aspetto di un sorriso, forse troppo spesso celato.
Capelli rasati, bruni e virili, che lasciano spazio al viso pulito e lievemente infossato.
Indossa una camicia color porpora, leggermente aperta sul davanti, a mostrare solo una minima parte del petto muscoloso. Pantaloni neri avvolgono le sue forti gambe, cingendole perfettamente, ed il tutto è completato da scarpe italiane abbinate come solo un uomo di gran classe saprebbe fare.

Continuo ad osservarlo, fino a quando un’acuta risata invade le mie orecchie e si fa spazio nella mia mente. Mi desto da questa specie di trance e vedo il suo sguardo interrogativo.
O mio Dio! Che figura, sono rimasta impalata a fissarlo ed ora sicuramente pensa che sono una pazza ninfomane. Certo, magari non avrebbe proprio Tutti i torti…

Sollevo lo sguardo ed incontro il suo, e per un attimo ho paura che mi scavi dentro, che riesca a leggermi la mente, che sia capace di… spogliarmi. Istintivamente rompo il contatto visivo e fisso il blocchetto che riposa sulle mie ginocchia tremanti.

Ok, calmiamoci! Devo solo fargli qualche domanda e poi potrò andarmene.

Faccio un profondo respiro e sorrido, mi alzo in piedi e gli porgo la mano, maledicendomi per la sudorazione che come al solito sceglie sempre il momento giusto. Be, in fondo è normale. Voglio dire, sto per parlare con un famosissimo pianista e…oddio! Dì qualcosa.

- Piacere, mi chiamo Buffy Summers e vengo da---

- So chi è lei. Quello che non capisco è cosa vuole da me.

Lentamente la mia mano si abbassa e ricade sconfitta lungo il mio fianco, dal momento che le sue sono saldamente sepolte nelle tasche del suo pantalone da 10.000 dollari e non hanno intenzione di uscirne. Rimango a bocca aperta, letteralmente. Ma chi si crede di essere? Mi squadra da capo a piedi ed assume quel comportamento altezzoso ed arrogante come me? Ha capito male, il fascinoso dall’accento inglese!

- Fantastico. Visto che sa già chi sono, potremmo saltare i convenevoli –lo sfido con quel sorriso che solo io riesco a sfoderare, quando in realtà vorrei divorarlo vivo. – Sono qui per un’intervista. Pensavo che, visto che si trattiene in città per un po’, avrebbe potuto concedermi una parte del suo tempo-

Che ne dite? Sono professionale? Speriamo bene. Ecco che riprendo a sudare…

Appena termino il mio discorso e lo guardo negli occhi lui mi fissa sorpreso... e scoppia in una fragorosa risata che riecheggia per il piccolo ambiente.

Il mio sguardo interrogativo ed a dir poco allibito lo costringe ad una spiegazione.

- Senta… senza offesa! Ma starò qui una settimana e non ho intenzione di essere importunato da nessun giornale locale per una stupida intervista che potrebbe far aumentare la popolarità del vostro “Topolino”. Se è interessata ad avere un colloquio può mettersi in coda, come d’altronde fanno tutti gli altri fannulloni che credono che io abbia tempo da sprecare con loro. In alternativa, le consiglio la mia esibizione lunedì sera. Sarà molto emozionante.

Sono sconvolta. Un’espressione di delusione si deposita sul mio volto come un velo nero, mentre io vorrei sprofondare. Come si permette? Gliela faccio pagare!

- Mi dispiace, ma ho di meglio da fare che perdere il mio tempo per assistere ad un insulso spettacolino.

Si era voltato ed era già pronto a rintanarsi nel suo piccolo mondo di note ed accordi, quando al suono delle mie parole, si volta e mi sorride.

-Poco male. Non sarò di certo rovinato con 50 dollari in meno.

Lentamente con un cenno del capo, si avvia verso la porta rossa, sbattendomi in faccia quell’amara risposta, e lasciandomi sola in quella stanza. Sola con la mia sconfitta. Sola con la mia rabbia.

Basta così. Non ho intenzione di sottostare ai suoi ordini. Se crede che aspetterò ansiosa una sua intervista o una remota speranza di entrare in contatto con mister ghiaccio si sbaglia di grosso.

A passo più che spedito e deciso mi avvio verso l’uscita, con la risoluta convinzione di non dover più mettere piede in quell’odioso posto. In quei bui corridoi, in quelle stanza poco illuminate, in quell’edificio che già dalla tenera età con potevo sopportare. Con la certezza di non dover più rivedere quell’odiosa segretaria, e quel brutto ragazzo dai capelli color carota. Con la certezza di non dover più incontrare i suoi occhi profondi e penetranti.

Apro la porta e me la chiudo alle spalle, lasciando dietro di me quell’orribile mondo.

Faccio un respiro profondo, e comincio a mettere in moto la mente: Su cosa punto ora? Arte, cinema, moda? Due settimane… ed una scelta difficile. In fondo, sono solo una ragazza!

Pazientemente sul marciapiede attendo che il semaforo di fronte a me illumini il simpatico omino verde.
All’improvviso sento la porta alle mie spalle aprirsi.
Istintivamente mi volto, pronta ad aggredire chiunque provi ad avvicinarmi. Chiunque appartenga a quel posto. Ma non faccio in tempo a fare una mossa che Andrew, il ragazzo con la faccia da ebete, mi sorride ed esclama:

- Complimenti! Hai vinto un’intervista!

-... come?

Capitolo 4

17:24

Uff! Ma è possibile che i vip debbano sempre darti tante arie? Capisco un po’ di ritardo ma… questo!
Eppure Andrew era stato così chiaro: “Se ti interessa presentati al Caffè del Corso alle 17 in punto”
Diciassette in punto un corno. Fa un freddo cane e ho dimenticato la sciarpa a casa. Ora sembro un pinguino a cui scappa la pipì.
Inoltre come se non bastasse oggi ho anche ucciso Halbert, il dolce, paffutello pesciolino rosso che nuotava nella sua boccia trasparente, fino a quando una mia gamba non ha urtato il tavolino che lo sosteneva ed infranto tutti i suoi sogni per un futuro felice e sereno.
Svogliatamente apro la borsetta di jeans e tiro fuori il mio amico specchietto per controllare il mio aspetto, onda evitare figuracce. Eccomi, in tutto il mio orrore.
Sono un disastro. I capelli lasciati liberi sulle spalle che svolazzano dappertutto, ho il naso rosso come un peperone al forno e le labbra secche. Ci manca solo il mascara colato e sono al completo!
Ma io dico…perché i bar mettono sempre questi odiosi tavolini fuori anche d’inverno? Potrebbero accogliere la clientela dentro, ma no! Preferiscono farti congelare per benino, in modo tale che ti resti la forza vitale necessaria per alzarti a fine consumazione e depositare i tuoi soldi-cubetti sul bancone. Odioso capitalismo!
Guardo il mio the bollente abbandonato nell’enorme tazzone che troneggia solitario sul tavolino argentato, accompagnato soltanto da un contenitore per tovaglioli ed un fazzoletto che aderisce perfettamente alla superficie sotto di esso. Il limone che galleggia inerme pare in cerca di conforto, e mi guarda come se fossi l’unica in grado di salvarlo dal liquido bollente. Vorrei accontentarlo, ma oramai non ho più sete…

- Accidenti, te inglese. La credevo più moderna di così, Summers.

Colta di sorpresa, sollevo lo sguardo velocemente, per trovare i suoi occhi azzurri ad accogliermi, assieme alla oramai tipica aria canzonatoria.
Lo osservo. Onestamente ho sempre pensato che ogni uomo di una certa rilevanza dovesse indossare costantemente abiti gessati, camicie ordinatissime e stirate fino alla nausea, smoking….
Ma lui, mi si para davanti in tutta la sua fastidiosa bellezza, avvolgendo il suo corpo in una t-shirt rosso fuoco, coperta in parte da un giubbotto di pelle marroncino, le gambe fasciate in un pratico jeans strappato. Risalgo sul suo volto spigoloso, e ci trovo al suo posto il sopracciglio alzato che avevo scorto anche la prima volta che lo vidi. Solo che ora, è maggiormente visibile quel segno che avevo inteso come una fossetta, ma che alla morente luce solare, pare una profonda cicatrice.
Ripenso allo scontroso e altezzoso uomo che mi aveva accolta solo ieri nel suo mondo e che ora ritorna a rendere la mia vita un inferno. Dio, quanto lo odio!

- Beh, d'altronde cosa si aspettava da una povera ragazza lasciata sola per più di mezz’ora, seduta al misero tavolino di un bar?- replico con aria di sfida.

- Povera ragazza? Su, non si auto-commiseri. La credevo una persona forte.

- Certo che lo son--- mi blocco con la lingua pronta a ribattere ogni amaro suono gutturale che esce da quella bocca, quando capisco che così non si va da nessuna parte. Rassegnata gli rivolgo uno sguardo assassino che avrebbe spaventato anche Hitler. Lui invece si limita a sorridermi beffardo e si accomoda sulla sedia vuota all’altro capo del tavolo.
Con tutta la pazienza che ancora fiduciosa invade il mio esile corpicino, sollevo il blocchetto degli appunti che porto sempre con me, nella speranza di riuscire a cavare sangue da una roccia, anche se la roccia in questione non ne vuole sapere di collaborare. Apro la mia compagna d’avventure biro e rialzo la testa fino a che le sue ipnotiche pozze d’acqua blu si riflettono nel mio iride attento.
Con molta professionalità, mi dico: cominciamo dalle cose banali, sperando di riuscire a racimolare qualcosa di valido, oppure Doyle potrebbe scuoiarmi viva.

- Dunque, a cosa sta lavorando in questo periodo?

Ok, cerchiamo di sbrigarci qui, a casa devo ancora finire di lavare i piatti…Alzo un sopracciglio in attesa di una rapida e coerente risposta, ma tutto quello che riesco ad ottenere è una profonda e sentita risata che fa eco nelle mie orecchie a deridere ancora di più la mia pateticità.

- Ma come? Passiamo già al sodo? Francamente immaginavo qualche sguardo languido e un paio di battiti di ciglia. Insomma, almeno un caffé prima dell’incontro…- sono io o questa è un’allusione pensante al sesso? Certo che basta guardarlo e di sesso ce n’è parecchio anche solo nelle unghie dei piedi.

- Sono qui per una rapida successione di domande, non per un 'incontro' di nessun tipo- ribadisco decisa. Meglio mettere le cose in chiaro con Mr. Fascino, qui…

- Certo, mi sembra giusto.

Finalmente si comincia a ragionare….

- Cameriere!

Penso di non essere in grado di descriver lo sbigottimento completo che domina la mia faccia in questo momento. Vi lascio immaginare…

- Un bourbon ed una vodka tonic

Oddio…

- Ha intenzione di sbronzarsi ora?- domando sbigottita

- Oh, non sia sciocca. Non ho intenzione di berli entrambi.- replica con quella semplicità e ovvietà che farebbe andare in bestia anche Don Gino. - Uno è per me ed uno è per la nostra amorevole signorina “Li Ammazzo Tutti Con Quella Biro Chiedetemi Come”- la sua faccia si contrae in una espressione tra il sensuale ed il divertito, come un ghigno felino. Io “amorevole signorina”?

- Credevo di esser stata chiara riguardo al fatto che non bevo sul lavoro, soprattutto alcolici ad orari assurdi. Comunque, cosa le ha fatto cambiare idea su di me? La determinazione, lo sguardo sapiente, o le audaci risposte?- domando sarcastica.

Lui mi fissa. Non come quanto osservi qualcuno, ma come quando pare che tu lo stia scorgendo dall’interno. Da un’occhiata al mio semplice maglione rosa a collo alto, soffermandosi sul petto nascosto dal cappotto fuxia. Risale e ammira il mio volto semplice, i lineamenti morbidi e gli occhi smeraldo. E per un attimo rabbrividisco…

Infine esclama:
- I capelli…- sul suo volto compare una spontaneità che non avevo mai visto, profondamente nascosta sotto le spoglie del cattivo ragazzo.- Ogni tanto sono dorati e, quando i raggi del sole li colpiscono, le illuminano il viso….

Mi osserva, e vorrei tanto annegare nei suoi occhi profondi e sicuri, quando ad un tratto comincia a sorridere giocosamente e conclude :

- Inoltre….le nascondono le orecchie a sventola.

E destandomi dell’ipnosi, sbatto gli occhi ripetutamente, mentre la mia testolina elabora le sue parole, e, senza che possa evitarlo, rido di gusto come non facevo da tempo.

E intanto i miei occhi restano incatenati ai suoi…

Capitolo 5

Bianco con il bianco. Nero con, ehm, eccolo! Nero. Fuxia con…oddio, questo con chi lo metto?

Abbasso lo sguardo sul tavolo della cucina, per osservare le mie mani saldamente attorcigliate a qualunque tipo di vestiario, di ogni colore immaginabile in questa galassia. Odio la lavatrice!
La bacinella è ancora arcipiena di capi bagnati e sparsi ovunque, messi a casaccio nel primo contenitore che capita, senza alcun criterio. Sconsolata, mi concentro per evitare di combinare il colossale disastro dell’altra sera e continuo la mia vivisezione accurata di bianchi e colorati.
Ma io dico, perché non possono fabbricare tante lavatrici diverse per ogni tipo di colore, così la gente non si sbaglierebbe. Oppure potrebbero creare qualche sorta di liquido che permetta di mescolare i capi in un unico lavaggio senza che necessariamente avvenga una strage di tonalità.
A pensarci bene, Xander una volta mi ha nominato una polverina, ma, non ricordo mai il nome…

Il suono intermittente del campanello mi distoglie dai miei pensieri e della confusione della mia mente.

Con le mani ancora fradice, uno sbuffo e i capelli scompigliati, vado ad aprire la porta, per trovare sull’uscio un allegro Xander intento a porgermi una rivista spiegazzata.

- Buongiorno Signora, consegna a domicilio!

Certe cose non cambiano mai. Un ragazzo semplice che suona alla tua porta indossando un maglione blue e un paio di bermuda coloratissime! È da anni il mio fornitore privato di giornali freschi di giornata che puntualmente frega di nascosto al suo fornitore.
Certo che ne ha passate di belle! Ricordo ancora la prima volta che decise di essere galante con me offrendomi una stampa nuova di zecca. Alla fine il tutto si è concluso con l’immagine che non dimenticherò per tutta la vita: Xander che porge una rosa ed un giornalino di fumetti alla mia vicina Margaret di circa 70 anni! Prima regola di corteggiamento? Assicurarsi di centrare la porta giusta...

- Xander! Ma dov’eri finito? Non ti si vede più in giro!- lo accolgo con un sorriso dei miei da Guinness

- Chiedilo al mio nuovo collaboratore, che scambia i quotidiani per “Novella 2000”

Mi scosto per farlo entrare e gli faccio cenno di accomodarsi in cucina scuotendo la testa divertita

- Imbranato?
- Filippino
- Povero Xander!

Appoggio la rivista sul tavolo, osservo la copertina colorata e accattivante e rivolgo un’occhiata di intesa al mio amico:

- “Gossip Oggi”? Anche meglio dei cioccolatini!- concludo con un radioso sorriso

- Allora…- mi chiede guardandosi intorno - posso dare una mano in qualunque cosa abbia ridotto i tuoi capelli in quello stato?-

Uffi! Si nota così tanto?

- Lavoro?
- Bucato!

Questa volta tocca a me subire l’espressione compatita.

- A proposito! Hai saputo di Willow ed Oz?

I miei occhi si spalancano per la sorpresa: Willow sta con Oz? Pensavo che sarebbero dovuti passare anni luce prima che una cosa del genere accadesse! Ma ogni mio dubbio viene stroncato sul nascere.

- Non nel senso che pensi tu! Ci ha solo parlato. Diciamo che erano al Bronze e lui le ha pestato un piede accidentalmente sulla pista e lei è diventata prima bordeaux e poi si è limitata a balbettare le scuse che in teoria doveva ricevere, non dare. Alla fine, ne ha ricavato un appuntamento!

- Wow! E lei quando pensava di dirmelo?

- Buff, devi ammettere che sei tutta casa e chiesa in questi giorni

- Lo so! È solo che sto lavorando ad un articolo e mi sta letteralmente distrug---

Il suono improvviso del telefono interrompe le mie parole.
Afferro il primo straccio che trovo e mi tampono le mani, intanto alla ricerca del cordless.
Ogni volta devo fare i salti mortali, e sono sicura che prima o poi farò una di quelle cadute da candid camera…
Decisa, premo il tasto verde per rispondere, ed all’istante la mia faccia diviene pietra.

- Casa Summers?

Oddio, non può essere! Non qui.

- Chi parla?- la mia voce è incredula, forse conoscendo già la risposta

- Sono William Shelby. Ciao Buffy…- dice con una naturalezza inaudita, come se fosse normale che un tizio visto solo due volte scarse chiami a casa mia alle dieci e trenta del mattino

- Ciao…ehm…salve. C’è qualche problema?- Abbiamo già deciso di darci del tu? Quando è successo? Io dov’ero?

La sua risata risuona nell’apparecchio e mi sento come se lo stessi guardando in quest’attimo preciso. Tutte le piccole pieghe che si formano attorno alla sua bocca quando si contrae in uno splendido quanto raro sorriso.

- Immagino che non ti aspettassi la telefonata. Ma ti comunico che la questione non riguarda affatto problemi irrisolti. Solo consigli e compagnia.

Posso sentire la sua voce sensuale attraversarmi la spina dorsale, e cerco di darmi (con scarso successo) un contegno, lanciando uno sguardo a Xander che intanto tiene la testa china a leggere il suo meraviglioso giornale spaparanzato comodamente sul divano del mio salotto.

- Che intendi dire?

- Mi serve un consiglio di moda, accompagnato da uno splendido gelato. E naturalmente ti concedo di portare la tua arma segreta.

- Arma segreta?

- Il formidabile blocchetto per gli appunti.

Sono come bloccata, senza parole… È un appuntamento? No, no! Mi ha detto di portare il materiale per l’intervista…Avanti Buffy! Di qualcosa, rispondi.

- Allora facciamo stasera alle 7? Vuole farmi l’onore della sua compagnia, Milady?

Certo, se me lo chiede così!

-Ehm, D’accordo! Pronta alla guerra.- decido di puntare sull’allegria. Meglio quella che non il rossore totale….ora che ci penso, perché dico e penso sempre questa frase?

Con un gesto rapido riattacco il ricevitore, ancora troppo scioccata per connettere e comprendere anche il più piccolo gesto. Fuoco cattivo, albero buono, giusto?
Xander solleva lo sguardo su di me e curioso mi chiede:

- Chi era?

La mia mente non razionalizza. Sono emozionata, quando in realtà non ho ragione di esserlo.
Perché dall’odio profondo e il costante disprezzo siamo passati ad una sorta di uscita?
Certo, in fondo non c’è molta differenza vero? È solo un gelato e un consiglio sulla moda… e poi … ma che sarà mai questo consiglio?

- William Shelby- replico con noncuranza

Un pensiero rapido mi attraversa….che mi devo mettere?!
Senza alcuna esitazione mi fiondo su per le scale, lasciando uno Xander attonito al piano di sotto

- Aspetta... non stiamo parlando di quel William Shelby, giusto? Buffy? Giusto?


Capitolo 6

Cos’abbiamo noi donne che non va?
Voglio dire, mi contemplo davanti al maxi-specchio che risiede in camera mia lungo l’anta dell’armadio bianco da circa un’ora. Senza aver ancora deciso cosa mettere.
Certo, la situazione è alquanto critica, considerando che la mia pelle ha lo stesso colorito di uno zombie, e i miei capelli sembrano appena usciti da un microonde.
Sono le 6 e 18 in punto. E questo significa che tra circa 40 minuti dovrò essere bella e pronta!
Ora il dilemma è: gonna o pantalone?
Certo, la gonna è femminile e sensuale, ma io non voglio sembrare *troppo* femminile e sensuale!
D’altra parte il pantalone è mascolino, forse addirittura troppo casto, come per dire “ho le sbarre al posto delle mutande, vi sfido ad entrare”.
Dunque: come vi sembrano un semplice e comodo jeans e una maglietta?
Bene… allora, procediamo.
Fase numero uno: doccia e vestito.
Frugo nell’armadio come annuserebbe un cane affamato in cerca di cibo da settimane. Jeans, maglietta aderente panna e scaldacuore grigio perla. Dopo essere uscita da un fresco e rilassante getto di acqua calda, mi cospargo il corpo di creme e cremine di cui Willow mi riempie fino al naso. Perfetto, ora so di vaniglia...
Fase numero due: Sala trucco. Un pizzico di fondotinta, accompagnata da un leggero tocco di cipria; ombretto chiarissimo, lucidalabbra e, per completare il tutto, una piccola dose di mascara. Semplice e fresca.
Fase numero tre: Acconciatura. Dopo una riflessione di circa venti minuti opto per un morbido chignon, con qualche ciuffo in libertà.

Con un’ansia spropositata, mi dirigo verso il traditore. Scorgendo la mia immagine riflessa, devo dire che ho fatto proprio un bel lavoro. Brava Buffy!Tacchetti e soprabito, e via.
Ma…cosa indosserà lui?

Devo aver perso la salivazione da un bel po’, o non saprei spiegarmi la gola secca! Senza contare le mani sudate…
Certo, diciamocelo: chi non avrebbe la stessa reazione vedendo un uomo del genere dirigersi verso di te, con addosso un jeans, una camicia azzurra e dei pettorali da urlo? Un uomo talmente bello e semplice da oscurare del tutto ogni presenza maschile nel raggio di, ehm, tutta la terra?
Sono in pieno centro, intenta a guardare l’orologio da soliti quindici minuti, quando distrattamente sollevo lo sguardo e incontro il suo sorriso.
Più lo guardo e più ho bisogno di reggermi. E poi, ehi! Quando ha cominciato a fare così caldo?

- Buongiorno, signora. Vedo che l’eleganza l’ha lasciata sul comodino questa sera.

- E' pomeriggio. E poi riguardo a quella, non si guarda mai allo specchio vero?

Sorrido vittoriosa, e so di aver fatto “strike”. Lui mi squadra rapidamente da capo a piedi, e poi, con un sorrisetto di rassegnazione sputa il suo rospo grande quanto una casa.

- Devo ammetterlo. Sei la prima donna che riesca a tenermi testa.

- Come dice quel proverbio, “chi la fa, l’aspetti”

Adoro quando mi rivolge questo sguardo di ammirazione, con anche un pizzico di lussuria per completare... oddio quel sopracciglio!

- Ora anche saggia?

Scoppio in una fragorosa risata, ascoltando e realizzando la pateticità della sua affermazione, vedendolo intanto dirigersi verso un negozio di vasi e fiori...

Dopo un bel po’ di tempo passato a punzecchiarci e di tanto in tanto a rivolgerci sguardi furtivi, ho finalmente scoperto il mio ruolo in questa uscita pazzesca. Dovendo esibirsi a teatro, oltre che a dover preparare i brani e i deliziosi coretti, vuole occuparsi personalmente anche di composizioni floreali, luci di scena, tendaggi…
Insomma, è necessario che esprima una preferenza o perlomeno un’idea generale del tutto.
Ovviamente, essendo un uomo, che farebbe senza una donna?
Dunque, in fondo non è così difficile, sono una specie di Cicerone della faccenda! Solo più bassa, magra, bionda.
Le ore trascorrono stupendamente, mentre voliamo da un negozio all’altro come due bambini, uscendone ogni volta accompagnati da numerose bustine colorate.

I passanti si girano ad ammirare di volta in volta la giovane e bellissima coppia che spensierata, si tiene per mano, quasi per caso, tra sorrisi e passeggiate…

Una cosa è strana di certo. Non ho quasi mai toccato il mio blocchetto.
Lo scopo della giornata era quello di utilizzarlo, di scriverci stupide note riguardo la vita di un uomo che imparo a conoscere sempre di più. Eppure per qualche ragione, mi sono sentita come spinta a lasciare il lavoro rinchiuso nella mia borsetta nera di pelle. Poco importa dell’articolo, di Doyle che mi spaccherà la testa, dei miei amici che sto trascurando. Per un paio di ore, voglio essere solo Buffy. Certo… Buffy, con un accompagnatore da urlo!

--------------------------------

- E poi? E poi?

Guardo Willow, seduta all’altro capo del piccolo tavolino del Bronze, intenta a stritolare un indifeso bicchierino di plastica, con in volto un’espressione sognante degna di Biancaneve.
Con un sospiro di rassegnazione, le lancio un’occhiataccia…

- E poi basta. Ho preso il primo taxi libero e… via! Zoom! Come il vento.

- Intendevo, cosa è successo dopo con lui!- ho paura che da un momento all’altro sputi fuoco o veleno per la frustrazione.

- Niente di niente. Ha detto che mi ringraziava tanto, ma che aveva un impegno urgente da sbrigare.

Eccola che decade. L’espressione sognante scompare, per lasciare posto a quell’antipaticona della delusione. Le sopracciglia di aggrottano, il musetto si protende, ed ecco che Willow quasi scoppia a piangere. Una volta ricordo che le si formarono i lacrimosi per il cono di gelato che Xander le aveva fatto spiaccicare a terra. Oh no, i lacrimosi non erano per il gelato, ma per l’ambiente. Cito “irreversibilmente inquinato dalla tua enorme stupidità”

- Ok, piantala di disperarti per la presunta relazione che non ho. Siamo solo usciti un paio di volte e questo di certo non cambierà la sua vita. E poi, ricordi? Io ho un lavoro da sbrigare.

- Si, si....scommetto che quando parla gli guardi la bocca.

Oddio. La sto perdendo. La vicinanza di Oz la fa diventare sempre più lussuriosa.

- Sai, a volte mi preoccupi. E poi, non c’era solo Oz nel tuo cuore?

Adoro il suo faccino offeso, e la sua dolcissima alzata di spalle in segno di ovvietà.

- Lui è un caso a parte!

- Certo, miss Non-Potevo-Inventare-Scusa-Più-Scema. Vado a prendere da bere. Torno subito…

Mi volto con ancora il sorriso sul volto, quando il mio sguardo viene catturato da qualcosa.
Una figura perfetta e bellissima danza al centro della pista, illuminata dai fari multicolore.
Il corpo sinuoso e scolpito nel marmo che intanto si struscia contro tre donnicciole, alte, magre, appena uscite da un servizio fotografico per supermodelle.
E io mi pietrifico. Perché solo allora la mia mente realizza il volto del loro meraviglioso accompagnatore. Colui che avevo cominciato ad apprezzare, di cui improvvisamente sentivo la mancanza, colui che talvolta occupava i miei pensieri, che sicuramente avrebbe soggiornato nei miei sogni e nelle mie fantasie più remote.
Solo quando realizzo quell’immagine, mi incammino come un automa verso l’uscita. Improvvisamente incurante di aver lasciato sola Willow, di aver attirato l’attenzione su di me, di risultare patetica agli occhi dei passanti sotto l’aria gelida.
Perché, fondamentalmente, una donna ferita è incurante di tutto ciò che la circonda.

Capitolo 7

Non saprei dire per quanto tempo ho osservato il soffitto. Quanto tempo ho trascorso a frantumare le mille bolle di sapone che si erano formate in questi giorni nella mia mente. Non saprei neanche con certezza quante volte ha squillato il telefono e quante quell’odioso display blu abbia illuminato il buoi della mia stanza, vibrando e facendo quell’odioso rumore che rimanda vagamente ad una sega elettrica in moto.
So soltanto che sono stanca. Stanca della mia vita, stanca di soffrire, stanca di sperare che uno dei miei tanti sogni si realizzi.
Il mondo mi è crollato addosso per un secondo. Un intero secondo senza la forza di respirare, con la paura di cadere sulle ginocchia, con la paura di mostrare realmente al mondo ciò che provavo.
Cosa provavo? Lo so? Forse è meglio se non mi ponga tale domanda.
Non ora. Non dopo che ho ripensato a quel momento fino a farmi venire la nausea.
Fino a volere vederlo morire, solo per lo stupido dolore allo stomaco che mi ha invaso per quel maledetto secondo.
L’immagine è come impressa a fuoco nella mia mente. Con una scrittura indelebile che speravi di poter cancellare con una semplice gomma, ma che forse, è più profonda. Più scura. Più tagliente.
Non lo amo. Lo so. Non mi sono invaghita. So anche questo.
Allora perché? Perché io sono qui a logorarmi quando lui si diverte strusciandosi con le prime puttane trovate a basso costo? Perché non mi ha visto? Perché non ha capito che era così sbagliato illudermi e correre da una qualunque, così lontana da me, così diversa e superficiale?
Infondo non è colpa sua. Non mi aveva promesso il mondo, non è quello che volevo da lui.
Non mi aveva promesso un futuro insieme. Non è quello che volevo da lui.
Allora cosa volevo? Cosa pretendevo dall’affascinante uomo che avevo incontrato solo tre giorni fa? Rispetto. Una semplice parola con molteplici significati. Non quello che si dona ad un’amante, ad una sorella, ad una moglie , ad un’amica. Il rispetto che poteva e doveva donare solo a me.
Che speravo di poter ottenere solo dopo pochi sorrisi e sguardi colpevoli di desiderio.
Perché in fondo, ho peccato. Di presunzione. La presunzione di poter importare qualcosa.
La presunzione di poter valere qualcosa.
Eppure, non riesco a reprimere la rabbia che ho dentro.
La rabbia che mi scuote, e che impedisce alle lacrime di scendere ad inondarmi il volto.
Deve pagare. Deve capire. Deve desiderare anche solo di avermi vicino, di sentire il mio odore. Di toccare la mia mano come innocentemente aveva fatto poche ore prima.
Non posso permettergli di fuggire senza capire realmente cosa ha perso. Senza comprendere cosa poteva avere se solo la sua stupida mascolinità non esistesse.
E se solo io fossi stata più attenta e più svelta. A catturarlo.
Ho bisogno di punirlo. Di sfogarmi. Di gridare al mondo la mia incontenibile frustrazione. E per una volta di fregarmene della morale, delle buone maniere.
Ho bisogno di dimenticare che sono Buffy Summers per una notte.
Una piccola, stupida, stupenda notte.
Forse è per questo che mi incammino a passo spedito lungo i corridoi del teatro. Del suo teatro. Quello che ha l’odore che odio e che amo. Quello che sa di lui.
Saranno le due. Non so come, ma sono sicura che lo troverò qui. Magari con una delle sue donnacce. No….troppo educato per farlo in uno squallido teatrino di provincia.
Oddio, che sto facendo. Non lo so più. Non mi interessa più. Niente importa stanotte.
Svolto l’angolo ed entro nella stanzetta illuminata dalla luna che filtra attraverso le tende con i merletti di quel giorno. Il maledettissimo giorno in cui per la prima volta ho incontrato i suoi occhi.
Non mi curo minimamente del vaso di rose rosse che tanto avevo ammirato, e dell’eleganza delle sedie di pelle nera che tanto adoravo. È come se niente esistesse. Solo io, e la porta che mi si para dinanzi. Bianca, liscia, sicuramente nuova. E in un attimo tutto ritorna. Lo spiraglio che avevo visto aprirsi, gli strumenti che avevo intravisto. La sua figura giungere verso di me.
Solo che questa volta tutto è diverso. Tutto è cambiato. In soli tre giorni.
L’unica cosa che riesco ad udire, sono le note di una canzone.
Accordi lontani. Ritmo uniforme. E poi una voce.
La sua voce. Quella che stranamente ho odiato e anche un po’ desiderato di ascoltare.
Non avevo mai sentito una sua opera. Ma non ora. Non così. Non quando ho bisogno di lasciarmi tutto alle spalle.
Spalanco la porta, e all’improvviso le note finiscono. Due mani si distaccano dai lieve tasti di un antico pianoforte. Il silenzio assoluto regna.
Mentre i miei occhi sono nei suoi.
E allora lo leggo. Come un libro aperto. Lo sbalordimento e il senso di disorientamento. Quasi, il timore di vedermi.
Oceani e smeraldi che si uniscono.
E allora senza paura, senza pensare, senza capire, mi avvicino velocemente a lui e attacco la mia bocca alla sua.
Il nostro primo bacio. In realtà non ci avevo mai molto pensato. L’avevo sempre immaginato dolce, leggero, un soffio, una carezza.
Ma quando la mia lingua accarezza sensualmente la sua bocca chiedendogli di entrare, quasi imponendoglielo, capisco.
È violento, passionale, incolore. Dettato dalla rabbia. Rabbia e calore profondo.
Ed ecco che all’improvviso inspiegabilmente si stacca da me. Mi fissa negli occhi incredulo, cercando una risposta. Una risposta che non ho. O solo che non voglio dargli.
Allora ti prego! Non pensare! Cancella il mondo, perché io l’ho fatto.
Senza aspettare, mi attacco nuovamente alle sue labbra, aspirandone l’odore. Sperando di trasmettergli il mio. La vaniglia che avevo provato prima di tutto ciò.
Ed è allora che si arrende. Cede alla mia peccaminosa sfida.
Infila la lingua nella mia bocca con violenza. Mi afferra per la vita e mi bacia.
Come non l’ha mai fatto nessuno. Con una passione nascosta sotto la corazza del suo cuore.
Mi bacia esplorandomi, toccandomi, guardandomi, facendo l’amore con me. Come se fossi la sua acqua nel deserto più arido. Lui ha fame. Fame di me.
Senza parole, senza ripensamenti, si scosta per guardarmi negli occhi. E io mi perdo in quell’oceano. In quel mare, in quel cielo stellato, in quel colore così angelico, così come lui.
Sollevo le braccia senza domande. Non ce n’è bisogno.
Lentamente il mio grazioso vestitino bianco a fiori comincia a sollevarsi, e sento le sue mani, scorrere sulla seta del tessuto, accarezzarlo, scostarlo, fino a gettarlo via sul pavimento come un Vecchio, inutile straccio.
Ed eccomi. Nuda. Inerme. Dinanzi ai suoi occhi. Impotente. Senza la corazza che mi avvolge e mi fa da scudo, senza protezioni, senza ripensamenti. Perché oramai, non posso più tornare indietro. Non voglio tornare indietro.
Abbasso gli occhi sul mio corpo, fragile, snello, freddo.
Uno strano calore mi invade. Dalla testa ai piedi. Come se dovessi esplodere.
Non è rabbia. Non è imbarazzo. È desiderio.
Bruciante desiderio. Quello inarrestabile che ti viene dal cuore. Quello che non puoi controllare. Quello che ti premette di essere qui dove sono. Immatura per una volta. Certa di qualcosa come non lo ero da tanto, troppo tempo.
Le sue mani. Si alzano. Lentamente, come se volessero percepire a pieno ogni secondo. Vengono verso il mio seno nudo. Vorrei guardare. Vedere come il mio capezzolo si contrae al solo tocco. Scorgere come le agili dita che fino a poco fa si muovevano su quei tasti mi sfiorano. Mi assaporano. Invece i miei occhi si sollevano. Legati ai suoi. Senza scampo. Senza ragione.
Oceano. Puro. Feroce. Passionale.
E allora lo sento. Il palmo che aderisce perfettamente a me. Che mi regge. Che mi sostiene. Che mi accoglie.
I respiri si fanno affannosi. E siamo così vicini che potrei sfiorarlo ma non ci provo. Non ci riesco.
Non dopo che lui ha sfiorato loro. I miei occhi ancora incatenati ai suoi.
Un lampo di rabbia li attraversa, e lui lo percepisce.
Stringe la prese e prende a massaggiarmi. La mia pelle calda percepisce le sue sottili e gelide dita che come ghiaccio raffreddano i miei istinti. Sfiora il mio capezzolo, lascia scorrere il suo dito sulla superficie e si fa più vicino. Potrei svenire. Potrei annegare in lui. Vorrei annegare in lui.
Continua il suo lento, inesorabile movimento circolatorio, accendendomi come un fiammifero.
Un brivido mi percorre. E pare quasi che sia riuscita a trasmetterglielo. Lo leggo nei suoi occhi. La passione. La pura passione.
Catturata e tremante chiudo gli occhi alla piacevole invasione, al sublime tocco.
Non sento altro che questo. È come se fossi nata per questo.
Persa nelle mie sensazioni non mi accorgo di essere stata sollevata.
Istintivamente, quando la piacevole carezza si interrompe e la terra mi manca sotto i piedi, spalanco gli occhi.
Giusto in tempo per scorgere il suo strumento. Un antico pianoforte scuro. Raffinato. Unico. Come tutto ciò che gli appartiene.
Mi deposita sopra di esso, ed immediatamente percepisco la fredda superficie sotto le mie nude cosce.
Sollevo gli occhi nei suoi e vi scorgo una muta richiesta.
Mi arcuo all’indietro fino a che il mio capo non sfiora l’elegante superficie.
Attendo la sua mossa. E pare un’eternità. Una vita. Un millennio. L’infinito.
La mia mente si annebbia. Solo lui. Lui e le sue meravigliose mani.
Eccole che ora lentamente si posano sulla mia guancia, accarezzandola delicatamente, per poi scendere inarrestabili sul mio collo, nell’incavo dei miei seni, sul mio stomaco, sulla mia piatta pancia. Sulla mia femminilità. Lì si arrestano. Come a volere raggiungere un traguardo. Come a voler compiere una missione. Lasciano la mia pelle calda per dedicarsi all’ultimo pezzo di abbigliamento che ancora mi ricopre. L’elastico si allarga, e percorre le mie lunghe gambe sino alle punte del miei piedi per poi abbandonare il mio ora caldo corpo.
Lui risale. Ricomincia la sua corsa, sino al centro del mio piacere.
E poi in un attimo, senza permesso, oramai abbondantemente concesso, mi penetra.
Un dito. Un unico dito. Con la capacità di regalare così tante emozioni. Sobbalzo. Boccheggio per il piacere. Lo stesso che poche ore fa potevo solo immaginare. Ma che ora è diventato mio.
È come un gioiello. Così piccolo in se per se, ma che racchiude un grande potere. Esattamente questo. Un diamante. Un meraviglioso, costoso diamante che mi esplora da cima a fondo. Catturando la mia essenza, godendo del mio piacere, cibandosi del mio orgasmo imminente. Cibandosi di me. Ma d’altronde, ero venuta per sfamarlo. Per donargli la vita. La mia.
Non riesco a trattenermi. Penso di poterlo vivere. Vivere appieno.

Poi realizzo.
Lo voglio. Ora. Selvaggiamente. Brutalmente. Possessivamente.
Mi sollevo. Mi tiro su a sedere. Le mie gambe tremano, quando esce da me. Incontro il suo sguardo serio e consapevole, troppo consapevole.
Mentre lo fisso mi concentro sulla sua camicia celeste.
Quella con il colore dei suoi magnifici occhi che mi fissano non più interrogativi, ma certi. Certi di ciò che succede. Certi di cosa vogliono. Ma come fai? Io non lo sono! E tu come fai a sapere sempre tutto? Insegnamelo.
Lo libero dell’indumento e finalmente lo vedo.
Tante volte ho sognato ed atteso che mi stringesse, che mi circondasse, che mi ospitasse durante il sonno. Ma non potevo immaginare che fosse così. Lui è scolpito. Nel marmo. Come un dio. Il mio dio. Accarezzo il suo liscio torace e mi chino per assaporare la sua pelle. Ed allora traccio il suo stesso percorso. Collo, stomaco, pancia….ogni istante catturato dalle mie assetate labbra.
Odo un gemito. Un roco, profondo gemito mi invade le orecchie. E il mio corpo è spinto a fare di più…a dirgli di più.
Mi inchiodo nel suo azzurro e scorgo l’esitazione, il terrore della prossima mossa. Perché lui sa. Sa cosa voglio fare.
Raggiungo la zip e lentamente libero la sua durezza.
Enorme. Gonfia. Pulsante. Liscia. Mia.
La accarezzo, la esploro, faccio l’amore con il suo membro, guardandolo negli occhi.
Per vedere la sua invidia. La sua gioia. Il suo godimento. Per vederlo godere di me.
Lo accarezzo per tutta la sua lunghezza, su e giù….su e giù….così lentamente da farlo impazzire, così lentamente da farlo morire.
Mi soffermo sulla già bagnata punta, tracciando cerchi orari e antiorari.
Amo il suo corpo. Il modo in cui si muove. Il modo in cui si sposta. Il modo in cui chiude ora gli occhi e socchiude le labbra carnose mentre ripetuti gemiti sgattaiolano via dal suo essere.
Perché ora nulla importa. Nulla tranne me e lui.
La sua mano mi afferra all’improvviso. Con rabbia. Con violenza. Mi blocca. Mi solleva.
È arrivato. Quel momento. Non so se sono pronta. Non so se posso farlo. Lo voglio. Ma posso?
Senza avere il tempo di riflettere, perché infondo non voglio riflettere troppo neanche io, non voglio avere la possibilità di pentirmi, si posiziona alla mia umida entrata e so che tra poco tutto questo sarà finito.
O cominciato.
Mi guarda negli occhi. Mi trafigge. Disegna il mio essere, mentre la sua mano scorre a cingermi la vita. Per essergli più vicina. Per essergli dentro appieno. Per essere con lui adesso.
La paura mi attraversa per un solo secondo. Un frammento di tempo che svanisce quando….
Mi penetra.
Un unico, potente, deciso colpo. Ed ora è dentro di me. È dentro di me, dove deve essere.
Ora so che questo è il suo posto.
In me. Con me. Per sempre.
La lenta, più antica danza del mondo comincia.
Affanni, sguardi, sospiri, piacere, timore.
Ed ecco che non ho bisogno di sentirne le parole. La sua canzone è dentro di me. Tutto di lui è dentro di me.

Cause it’s you and me and all of the people

Lì. Seduti ad un tavolino a scambiarci battute. Soli. Eppure circondati da una marea di gente

With nothing to do
Nothing to lose

Nulla da perdere. Lo stesso nulla che solo ora sto scoprendo. Apprezzando. Desiderando.

And it’s you and me and all of the people
And I don’t know why
I can’t keep my eyes off of you

Non respiro. Mi sento come se non potessi respirare, abbracciata a te. Che mi stringi. Mi proteggi. Mi fai tua. E non riesco più a staccarti gli occhi di dosso.

All of the things that I want to say
Just aren’t coming out right
I’m tripping inwards
You got my head spinning
I don’t know where to go from here

Mi sono persa. Persa in te così tanto. Non so neanche che succederà dopo. Mentre ti sento penso al domani. Che ne farò del mio domani? Potrà essere un nostro domani?

Cause it’s you and me and all of the people

Tutti attorno. Mentre mano nella mano ridevamo come due bambini. Insieme. Spensierati. Solo…noi.

With nothing to do
Nothing to prove

Già…niente da dimostrare. Né a noi, né ad altri. Perché in fondo, non sapevamo cosa stavamo facendo. Ma ora siamo qui, l’uno nell’altra e lo sappiamo.

and it’s you and me and all of the people
and I don’t know why
I can’t keep my eyes off of you

I nostri sospiri. Le nostre carezze. I nostri occhi si incatenano. E siamo esattamente dove vogliamo essere. Ogni spinta. Ogni attimo. Ogni momento trascorso insieme.

What day is it?
And in what month?
This clock never seemed so alive.

Forse questa è l’unica cosa che non so.

Mi guardi. Ti guardo. Mi tocchi. Ti tocco.
Vorrei che questo durasse per sempre.
Vorrei che tu fossi per sempre.
Vorrei essere qui per sempre.
Qui, dove potrei sognare.
Dove potrei amare.
Qui, dove vorrei morire.

Capitolo 8

Detersivo. Sapone. No….non sapone. Zucchero a velo. Anzi no….è….Vaniglia.
Vaniglia.
Mi sento come se mi stesse sommergendo. Invade l’ambiente, ed è così forte che sono costretto ad aprire gli occhi.
A fatica, le palpebre si sollevano, e la prima immagine che scorgo è una superficie scurissima, attraversata talvolta da sprazzi di bianco candore. Il bianco della luna. Sul liscio,spazioso soffitto.
Prendo un profondo respiro e seguo l’odore che mi aveva distolto dal tranquillo sonno.
Mi volto.
La vedo.
Tutto ritorna. Come un vecchio film in bianco e nero con un finale che non ti saresti mai aspettato di vedere.
Noi che facciamo l’amore, lei che crolla su di me. Io che delicatamente la poso sul divano. Poi più nulla. I ricordi si interrompono, fino ad ora. Sino a quando il suo viso appoggia delicatamente accanto al mio.
Ed è bella. Bellissima.
Per la prima volta è davvero bellissima. Addormentata, persa nel mondo fatato dei sogni.
La graziosa forma delle labbra, che sporgono fiere e carnose, piene ed atteggiate in un delizioso broncio, pronto a nascondere agli occhi dei curiosi un raggiante sorriso. Il buffo nasino, piccolo e all’insù, come ogni donna dal carattere forte che si rispetti. Pronta a dominare, ovunque, chiunque. Capelli, dorati fili di cristallo attorcigliati a formare deliziosi boccoli che cadono morbidi sulle spalle. Non ne ho mai visti di così lucenti, di così…soffici. La luna li avvolge, privandone della spettacolare bellezza durante il giorno.
Pelle liscia, rosea, come un fiore che sboccia in tutta la sua grandezza.
E lo sguardo. Quello sguardo. Quello che ti cattura ed avvolge, quello che mi aveva travolto stanotte e lo stesso che tornerà a rapirmi domani, domani l’altro e l’altro ancora.
Lo stesso che ora mi è negato.
Il suo profumo. È come una magia. Lei è una magia, ma non sa di esserlo.
La breve, stupida magia dalla quale mi sono fatto travolge.
Alla quale ho ceduto, per la quale ho pregato il mio corpo di non cedere.
Ed invece sono qui, accanto a questa donna che a malapena conosco e che per caso ha scelto me.
Distolgo lo sguardo dalla sua snella figura e osservo attorno alla ricerca di quello che voglio.
Un foglio ed una penna. Una frase. Una rosa.
Un addio…


---------------------------

La chiave entra nella serratura e fa il maledetto,odioso rumore che speravo di evitare essendo le tre di notte.
Guardo l’orologio
3:54
Cacchio! È tardi…
Silenziosamente la giro nella serratura, apro la porta, entro, la richiudo dietro di me.
Poggio il cellulare spento sul mobile dell’ingresso.
Quello che ho sempre detestato. Avrei voluto toglierlo da anni, se non fosse stato per l’orribile vuoto che resta lì nel mezzo.
Sfilandomi la giacca, l’attacco distrutto all’attaccapanni che si erge guardandomi come con aria di sfida.
Mi avvio verso la cucina nella speranza di sgranocchiare qualcosa. Sono distrutto. È come se tutte le forze mi avessero abbandonato.
Certo, un po’ di marmellata non fa male.

Sollevo lo sguardo e, improvvisamente incontro…il suo.

Stanco, la pelle tirata, nere occhiaie creano due fosse sul suo viso.
Una vestaglia beige le cinge il corpo snello, maggiormente saldata dalla cintura e da un paio di braccia incrociate a mo di appoggio.
Mi guarda, mi fissa, ma in realtà non mi vede neanche.
È da anni che non ci vediamo l’un l’altra, o forse semplicemente preferiamo non farlo.

- Dove sei stato? Sono le quattro-
La sua voce è forzata. Quasi come strozzata, costretta ad uscire. Perché in fondo, so che quelle domande le fanno male, più di quanto non potrà mai ammettere.

Seccato, distolgo lo sguardo. Non ho voglia di discutere. Ho voglia di andare a letto. A riposare. Senza dover pensare alla mia vita. A mia moglie. A lei. Senza dover pensare a lei.

- In giro

Sono vago. Ma d’altronde, a chi interessa? Di certo a lei si…

- In giro dove?

- Dannatamente fuori, Anya. Fuori. Sono stato in giro. Ok?

- Sh! Non gridare o sveglierai i bambini!

Ho urlato. Senza rendermene conto, quasi inconsapevolmente, dalla mia gola è uscito un suono con il sapore dell’odio. Ma il suo non era un rimprovero. Un accordo. Il comune accordo che ci tiene ancora legati. Loro. I bambini. I miei.
Oddio. Rivolgo un veloce sguardo sopra la scalinata.

Silenzio. Dormono.

Come dormiva lei. Come sognava lei. La mia ennesima lei.

Prendo un profondo respiro tentando di calmarmi e mentre mi sfilo le scarpe le lancio uno sguardo di scuse. Si massaggia i capelli scompigliati tenendo gli occhi chiusi. Preferendo ignorarmi.

- Ti aspetto sveglia.

Sveglia, sveglia, sveglia! Ma quale sveglia? Perché dovresti farlo? Eh? Per parlarmi, per abbracciarmi, coccolarmi, fare l’amore con me? Sembra un’altra vita.

E lentamente,quasi trascinando con se gli enormi problemi che invadono le nostre esistenze intrecciate, sale le scale e scompare dietro l’angolo.
L’angolo che ci divide ormai da anni. L’angolo che nessuno dei due vuole abbattere.

La seguo. Chiudo la porta della nostra camera.
Mi infilo sotto le spesse coperte e rivolgo lo sguardo verso la sua figura di spalle, che, raggomitolata nel suo lontanissimo mondo, al bordo del letto sussurra una buonanotte appena accennata.
Non rispondo. Non potrei. Non sono degno neanche di quello.
Non lo sono dei nostri momenti più belli trascorsi insieme. Delle birbonate, delle giornate a mare, dei dolori, dei primi figli, del suo amore.
Non siamo mai stati creati per stare insieme e ce ne siamo accorti dopo tanto, troppo tempo.
Ora, osservando il soffitto esiste solo la giovane giornalista, il suo profumo, la ragazza che mi ha rapito per una notte con l’invana speranza di farmi suo.

Suo come non lo sarò mai.

Perché il mio cuore si è chiuso, e nonostante i suoi sforzi, i suoi occhi, i suoi capelli dorati, la chiave è oramai dispersa chissà dove.

Lì dove neanche io so più…


Capitolo 9

Ci sarà?
No…non c’è.
E se c’è? Che faccio?
Sarà imbarazzante… Non appena aprirò gli occhi lui sarà pronto a giudicarmi con i suoi, a spararmi addosso insulti e osservazioni su quanto io sia una ragazza facile.
Quindi, molto meglio se non c’è.
Certo, se non c’è vuol dire che era troppo disgustato per osservare la scena del risveglio e ha pensato “ Meglio filarsela!”. In effetti anch’io avrei fatto così… o forse sarei rimasta…
Oddio! Mi sento una cretina a stare qui da mezz’ora sveglia senza fare niente, senza avere il coraggio neanche di aprire gli occhi per controllare. Uffi…
Una sbirciatina, ecco! Solo una sbirciatina semplice ed innocua.
Se poi mi fissa, io l’avevo detto.

Ma non mi fissa. Lui non c’è. Se l’è filata.
Apro un occhio, spiando al mio fianco, cercando la figura che si suppone debba dormire tranquilla, abbracciandomi e stringendomi forte, e invece niente.
Rassegnata apro anche l’altro.
Non lo ammetterò mai, ma la pancia mi fa un male cane, come quando devi fare un compito in classe, e nel momento in cui la prof distribuisce i fogli bianchi da compilare, trattieni il respiro sino a che quest’ultimo non sfiora il tuo banco, guadagnandoti un’occhiataccia dalla docente che ti “consiglia” di consegnare in fretta.
Ecco, è così che mi sento. Trattengo il respiro come se qualcosa del genere dovesse succedere da un momento all’altro. Ricordo una volta, da piccola, mentre frequentavo la terza media, mi invaghì di un mio compagno di classe con gli occhi verdi. Mi piaceva perché in lui vedevo gli alberi e le foglie. Ci scambiammo i numerini del cellulare e lui mi disse che mi avrebbe chiamato, un giorno, chissà quando. Non dimenticherò mai lo strano formicolio alle mani, la sensazione quasi di impotenza e il desiderio di sentire squillare quell’assurdo affarino rosa confetto. Mi chiamò e mi invitò alla sua festa di compleanno. Avevo tredici anni, e fu lì che ricevetti il mio primo bacio. Certo, ovviamente, uno stupido, imbarazzante primo bacio, ma pur sempre uno. Avevo l’aria sognante e le guance chiazzate di rosso. Non lo dimenticherò mai.
E forse, in qualche modo, mi ritrovo ad invidiare quei giorni di spensieratezza, dove tutto era più facile, dove con un bacio si era già innamorati per l’eternità.
Ora invece, pare che non basti finire a letto con qualcuno per legatici.
È strano, ma ho sempre immaginato la fiaba dei cornetti caldi, l’abbraccio e il bacio del giorno dopo, ma purtroppo, come tutto ciò che regna nei nostri sogni, molto spesso è destinato a restarci.
Niente saluti, niente di niente. Neanche un-
I miei pensieri vengono bruscamente interrotti quando i miei occhi si posano su un pezzetto di carta, lasciato distrattamente accanto ad una rosa sul pianoforte, quel pianoforte.
Avvolgo attorno al mio corpo il leggero lenzuolo azzurro che mi ricopre per nascondere la mia nudità e, scalza, a piccoli passi, mi incammino verso quel bigliettino.
Ho quasi paura. Perché so che quello che leggerò farà male.
Mi siedo sullo scuro sgabello posto dinanzi lo strumento, lo stesso che solo poche ore fa ha accompagnato la nostra interminabile danza.
Lo stringo tra le esili dita e leggo:
“ Dobbiamo parlare. Ma ci serve ancora più tempo per capire.
P.S. è perfetta se unita al tuo profumo.”
Poso lo sguardo sul meraviglioso fiore che esausto pare riposarsi sulla liscia superficie. Una rosa rossa. Piena. Completamente pronta a lasciar fuoriuscire il suo frutto.
Infondo, mi immaginavo una cosa del genere. Ed in realtà ci speravo.
Mi guardo attorno, esaminando la stanza che,forse per la prima volta, scorgo davvero.
L’alba filtra attraverso la grande finestra aperta sul muro di fronte all’entrata. Due tende beige svolazzano colpite del freddo venticello mattutino. I muri sono caffèlatte, e il soffitto è chiarissimo, talvolta ricoperto di faretti.
Alle mie spalle si erge fiera una batteria, lucida e rosso fuoco, vicina ad una chitarra classica retta da uno stabile appoggio. Il divano, nell’angolo è solitario e bianco candore, e per un momento, mi chiedo come possa essermi svegliata lì.
Non importa. L’unica cosa che voglio davvero fare ora è vestirmi ed uscire da questo posto che profuma di lui. Almeno a casa potrò ragionare meglio sul da farsi.
In fretta recupero il mio abitino e mi rivesto, infilo le scarpe e sono pronta ad uscire, quando…mi volto.
Fisso il fiore che ancora lì, immobile, pare guardarmi.
Lo prendo delicatamente dal gambo e chiudo la porta dietro di me. Chiudo il suo mondo dietro di me.

-------------------------------

- Che faccio?

Ok, premetto che mi sento un’idiota, ma non so che fare! Sono disperata!
Cammino avanti e indietro per il salotto strofinandomi le mani sudate tra di loro come una perfetta cretina. Non riesco a fermarmi, è come se le gambe partissero da sole e non potessi controllarle. Come quando fai innervosire la coca-cola e la scuoti tutta e, per punizione, quella, nervosa com’è, quando la apri ti bagna completamente. Ecco, io sto per esplodere!
Di tanto in tanto lancio occhiate a Willow che con la bocca aperta e gli occhi da fuori mi guarda e mi mette paura.
Oddio, quando fa così la detesto, mi mette un’ansia incredibile. Non si è scandalizzata…no! È solo scioccata! Non resisto più! Sbotto.
- Willow, ti ho chiamato per un consiglio, non per una lezione di “ come-rimanere-a-bocca-aperta-per-mezz’ora”- replico con uno sbuffo.

Deve aver capito che sto per andare lì e strozzarla, visto che si risveglia dalla trance e , magia delle magie, chiude la bocca!

- Ehm…si, scusami! È solo che…..sul pianoforte???

Frustrata, perdo ogni speranza e lascio uscire un respiro di rassegnazione ed amarezza. Ma perché con Oz non sono ancora arrivati al succo? Quando la loro prima volta sarà nel cofano poi mi capiranno--- nel cofano???? Cattiva Buffy…

- Si, e allora? Ero stressata e depressa e…-

- Te lo sei fatto?-

- In parole povere!- ora metto il broncio e si commuove…..1…2…..eccola che cede!

- E vabbene! Cosa vuoi che faccia?

Corro a sedermi accanto a lei e le prendo le mani tra le mie per enfatizzare e per trattenerla da eventuali cazzotti volanti

- Voglio solo un consiglio! Lo chiamo? Vado a casa sua? Lo ignoro? Che faccio?

- Beh…è un bel problema!- le manca il cappello e la pipa e sembra Sherlock Holmes! – io lo chiamerei per chiarire la situazione. E poi….vedi come va a finire! Che ne dici?

Sembra una bambina con questa area sognante e sicura. Peccato che io tutta questa sicurezza, non ce l’abbia affatto!

- In effetti, potrei chiamarlo e parlarci serenamente, oppure non dovrei?

Ecco che riparto con l’insicurezza…

- Boh! Lo chiedi a me? Senti ma…- oddio, le guance diventano rosse e con un sorriso a trentadue denti mi prende le mani tutta eccitata: cattivo segno – Com’è a letto?-

Molto, molto, molto, cattivo! Sono sbalordita.

Meno male che il campanello non si smentisce mai nel suo tempismo impeccabile

- Vado io! – la fulmino con un’occhiata e mi sento Zeus, considerando che se quando torno lo rifà, sono pronta anche a buttarla giù dall’Olimpo, di testa!

Scuotendo il capo sconvolta, mi dirigo verso la porta, giro la maniglia e…..apro.

WILLIAM!


Capitolo 10

Una strada. L’asfalto liscio e argenteo, tracciato talvolta da non più candide strisce intervallate.
Una macchina. Nera, lucente, sicuramente nuova, brilla sotto il sole morente creando riflessi dorati sul paraurti e sui numerosi sportelli. I piccoli sassolini abbandonati sulla via scricchiolano al suo passaggio, disintegrandosi, talvolta infrangendosi contro i possenti pneumatici. Al suo interno un affascinante uomo con una sigaretta in bocca e l’aria ansiosa si limita a fissare dinanzi a se immerso nei suoi pensieri. Corre, incurante del vento, dei passanti, del mondo.
Se solo qualcuno avesse scorto nei suoi occhi cerulei la tensione e la frustrazione che vi risiedevano, tutta quella maestosità di potenza e fuoco sarebbe stata solo l’inizio di un’ira più profonda ed imminente.

Entra nel vialetto di una modesta villetta di città. Spegne il motore e aspira l’ultimo tiro di tabacco. Inspira profondamente l’aria pomeridiana e scende chiudendosi alle spalle lo sportello in attesa di comando. I piccoli mattoni lungo il viale tracciano il loro percorso sino alla semplice porta d’ingresso dell’abitazione. Affina l’udito giusto in tempo, riuscendo a percepire grida furiose e risolini divertiti. È chiaro che la persona che cerca non è sola. Con un lento, ponderato gesto, lascia che il suo palmo chiuso urti la superficie scura dell’uscio. I gridolini terminano. Dei passi. La serratura si apre. Due occhi.

È un attimo. Non avevo realizzato come potesse essere strano rivederla dopo poche ore. Totalmente stupefacente. I capelli biondi sono trattenuti da una semplice coda di cavallo, e qualche ciuffo malandrino sfugge al controllo di questa incorniciandole il viso. Con un semplice top azzurro ed il pantaloncino nero appare raggiante. Ma appena incontro i suoi occhi scorgo la sorpresa di vedermi.
Ricordo ancora il suo volto tranquillo e sognante che mi aveva rapito e mi ritrovo ad eccitarmi ancora al pensiero di possederla. Il fuoco che emana, la decisione e l’energia uniche nel suo genere.
Ok…..meglio parlare prima che le salti addosso! E poi…l’accordo era chiarissimo. Solo lavoro. Niente sesso!

- Ciao Buffy. Tutto ok? Disturbo?

Inebetita. Completamente!
Andiamo Buffy, non fare le solite figure da bambina elementare. Cerca di restare matura e seria e soprattutto trattieni la bava nonostante la sua camicia bianca renda tutto molto più difficile!
Oddio….è persino più bello di come lo ricordassi….
E poi… “disturbo?”
Dico, ma sono domande da fare? Certo che non disturbi, come potresti!
Ecco! Lo sapevo! Sto entrando in escandescenza! Occhi sgranati, bocca aperta, grande desiderio di attaccarmi al suo….ok, Buffy! Qui sconfiniamo nel vietato ai minori. Frena! E soprattutto cerca di parlare…

- ehm…………
- Ehi, Buffy, chi è? – Willow santissima, che mi salva all’ultimo secondo da una…- Xander ha detto che sarebbe arriv--- figura!

Bene, ora Willow sembra un pesce palla immobile come uno stoccafisso davanti alla porta aperta a fissare l’esemplare migliore di macho che ognuno possa desiderare. E io? Beh…io dovrei fare qualcosa!

- Willow, questo è William Shelby. William, questa è la mia amica Willow.- ok…ammetto che non è originale, ma, provate a mettervi nei miei panni.
Considerando che la mia ex- amica del cuore non si muove di un muscolo, mi conviene aprire bocca e porre fine al teatro dei burattini!

- Ehm, Willow, non avevi quella cosa da fare?- comincio a temere che i miei occhi cadano delle orbite se non coglie il messaggio.

Eccola che ritorna sulla terra! Com’era Marte? – Si! Sisisisisi! Giusto! Beh…allora io….vado! Ciao!-

Corre via senza neanche alzare gli occhi dal tappeto e sventolando una mano come ogni bimbo di cinque anni che si rispetti. Inclusi balbettii ovviamente.

All’improvviso appare una buffa ragazzina dai capelli rossi e le guance porpora, che pimpante prima, ebete ora, continua a fissarmi come una ninfomane. Sembra avere la stessa età di passer- ehm…Buffy. Se sapesse la mia, probabilmente mi darebbe del pervertito. Sono andato a letto con questa creaturina indifesa e mi sento uno stupratore. Soddisfatto, ma pur sempre un maniaco. Se solo non mi avesse provocato! Ok…lo avrei fatto io! Lo so…
Devo essermi perso qualcosa perché all’improvviso fugge come una pazza senza sollevare lo sguardo da terra. Donne…
Ritorno a guardare Buffy e solo quando si scosta, entro.
Devo dire che l’ambiente è molto semplice. Non che da una giornalista locale di circa vent’anni mi aspettassi di più, ma….non lo so.
Molto lontana dal mio stile di arredamento, certo! Non comprerai mai un divano del genere, e poi, quel tavolino è così….
Solo quando mi accorgo che mi fissa maledettamente intensa le rivolgo un breve sorriso e parto a raffica con il piano.

- Carina, la tua amica! Sono venuto per l’articolo.

Cosa???? Questo qui viene in casa mia, bussa alla mia porta come se niente fosse, quando la sera prima abbiamo condiviso una notte focosa di passione e tutto ciò che sa dirmi è “ Sono venuto per l’articolo”?? Al diavolo l’articolo! Io ho bisogno di risposte, di domande, di spiegazioni. E tu te ne esci con uno stupido articolo! E poi, “carina la tua amica”?

Mi sa che non è stata una buona idea. Ora vorrà uccidermi. Mi guarda così sorpresa e allibita che non riesco a sostenere lo sguardo. Certo, non è il massimo presentarmi qui e concludere il tutto così, ma….maledizione! che si aspettava da un uomo di quarantaquattro anni?

- Sei qui per l’articolo? Pensavo fossi qui per ---

- Certo! Per cos’altro se non questo?- la interrompo. Non posso lasciarla finire. Non deve avere la possibilità di replicare o pensare minimamente a ciò che mi tormenta da ore.

- Per cos’altro?- fa male. Anche se non provo niente fa male. Vedere che ignora tutto completamente. Che se lo fa scivolare addosso. Non riesco ad impedirmi di sorridere di amarezza.
- Credevo avessimo condiviso qualcosa! Anche se non così importante, rimane pur sempre qualcosa.

- Saltare addosso al primo sconosciuto che capita lo chiami qualcosa?- sai che non è così…che la desideri da morire anche in questo istante. Ma sai che non puoi cedere. Non di nuovo.

- Oh certo! Perché tu invece sei rimasto assolutamente impassibile! Per non parlare delle TUE continue strusciate con delle ragazzine in discoteca...-

- Non significa niente!

- Significa tutto invece! Detta così la fai apparire come se ti avessi costretto o peggio!

- Andiamo! Sappiamo entrambi che non è così!

- Allora perché evitare l’argomento? Non possiamo semplicemente sederci e discuterne da adulti?

- No, non credo sia il caso. Sono venuto qui per evitare e---

- Perché no? – evita il mio sguardo così accuratamente che quando ritorna nei miei occhi ho quasi paura di stare ad osservare.

- Perché ogni volta che ti guardo mi viene voglia di prenderti e farti mia, e questo non dovrà mai accadere! Mai più! Siamo qui per lavorare e non posso permettermi di pensare a te ogni volta che sento il tuo profumo, l’odore dei tuoi capelli, l’incavo del tuo collo. Non posso,chiaro? Sono molto più grande di te e questo non potrà mai………-

Capisco. Come non potrei. È tutta una questione di principio. Leggi e regole. Ma in amor-attrazione non si dovrebbero tralasciare? Sollevo lo sguardo e vedo la sua frustrazione e non posso evitare di comprenderlo. Vorrei allontanarmi, correre, cacciarlo, ma è come se una calamita ci unisse.
Sono senza parole. Mi desidera così tanto? Così brutalmente?

- Giusto. Non puoi. Capisco.- non lo so perché ma è come se fossi delusa. Ma che mi aspettavo? Che mi saltasse addosso?

Abbassa il capo e incurva le labbra in un broncio incredibilmente sexy. Alcuni ciuffi le ricadono sul viso e so che non ci riesco. Non posso farcela.

- Maledizione…..

Con un rapido, passionale gesto, le afferro il volto tra le mani e mi attacco alla sua bocca. In un istante la distanza tra di noi è scomparsa e lo sento perfettamente. Il suo profumo. La sua essenza. Lei.
La sua lingua lotta con la mia, come due titani alle prese con una sfida secolare. Ma qui non c’è un vincitore o un perdente. C’è solo agonia e disperazione. Incontenibile.
Le sue soffici labbra socchiuse si separano dalle mie per qualche secondo, il tempo necessario a riprendere fiato. E la guardo:le sue gote sono dipinte di un roseo intenso. I suoi occhi luccicano, e un debole sorriso la invade. E vorrei….

…..che questo non finisse mai. È meraviglioso sentirsi stretti dalle sue braccia, guardare il suo sorriso, scorgere un pizzico di lussuria nei suoi occhi azzurri e senza fine. Le sue labbra sono talmente invitanti e gustose che le assaporerei ogni giorno. Ogni ora della mia vita.

Senza respiro, impaziente mi attacco a lei e la schiaccio contro il muro con il mio peso. Riesco a sentirla. Come l’altra notte, completamente vulnerabile. Completamente abbandonata nelle mie mani. Le mani vagano sul suo caldo, esile corpo. Esplorano i suoi seni,i suoi fianchi, le sue cosce, ogni cosa.
Mi tocca, dappertutto. Come se non lo facesse da mesi. Anche se in realtà ci siamo separati solo da poche ore. Il suo petto, la sua vita stretta, le sue spalle possenti e modellate.
Oddio……potrei morire in questo momento. Perché non lo ammetterò mai, ma mi è mancato. Profondamente. Come se i miei polmoni necessitassero di aria. Nuova, bellissima aria.
Con una spinta decisa lo faccio staccare da me per farlo aderire alla superficie del muro opposto. Lo schiaccio. Lo voglio.

Mi prende. Mi schiaccia. Mi vuole. Come io voglio lei. La libero dal pantaloncino, dal piccolo top azzurro che tanto mi aveva colpito. E lei getta la mia camicia bianco candore. Anche se di candore non ce n’è poi molto in tutto questo. Con un veloce scatto, allaccia le sue gambe ai miei fianchi.
E rapidamente raggiunge la mia zip.

Eccolo. Lo sento nel mio palmo. Il suo grande, pulsante membro. Senza attendere lo…

…spinge alla sua calda entrata. Non pensa. Non esita. Ed io violentemente la penetro. Con una….

….passione mai sentita prima. Mai assaporata. E in un istante sono invasa da lui. Assaporando…

…tutto di lei. Così stretta, calda, bagnata per me. I nostri gemiti continuano a confondersi senza….

…tregua. Perché tra noi non ce n’è mai stata.

Poi un sobbalzo.
I loro occhi si cercano,si spalancano e le labbra si socchiudono per cercare aria.
Una potente ondata di piacere li invade, catturandoli completamente.
Allacciati l’uno all’altro come se il mondo non esistesse. Insieme per una,due ore.
Uniti per una notte.

Capitolo 11

Certo che il mondo è strano. La sveglia la programmi ad un determinato orario e puntualmente…non suona! I vestiti del giorno dopo ti sono chiari in mente la sera prima e poi ti alzi e zoom! Volati via dalla memoria. Per non parlare del caffé. Ma perché deve sempre fare questo orribile rumore che somiglia tanto al russare di mio zio Jack quando è ubriaco?
Forse è perché si restringe, o forse perché si addensa? Bah!
In ogni caso, io e questi strani affari non siamo mai andati d’accordo. Li ho sempre odiati.
Una volta, avrò avuto nove anni, e mi venne la brillante idea di preparare del caffé per mamma e papà. Ovviamente amaro. Ovviamente disgustoso. Comunque, tutta contenta e concentrata, sollevo la caffettiera e la porto (senza le tazze) nella camera da letto dei miei. Puntualmente, l’ultimo scalino mi frega, e mi rovescio tutto addosso. Urlavo come una pazza posseduta!
Beh, almeno ho imparato una lezione: mai più tentare di salire le scale a saltelli con il caffé in mano! Certo, se avessi avuto un vassoio, forse non sarebbe andata così mal---

- Che accidenti di ora è?-

Okay, ero più che sicura di non aver invitato ubriachi ieri sera! O, giusto! È solo William appena sveglio!

- Buongiorno anche a te! Nervosetti?- adoro quando mi guarda arrabbiato mentre sorrido noncurante della sua frustrazione. – E per la cronaca, sono le sei e quarantadue minuti. Questo significa che entro esattamente….ehm…. due minuti e mezzo devi essere vestito e fuori di qui!- ora mi guarda con quel delizioso sopracciglio alzato, pronto a criticare la mia stupenda lezioncina sull’orologio fai da te. Uffi, che cattivi gli uomini!
Si alza sbuffando e mi viene in contro passandosi una mano tra i capelli.

- Signorsì signora Rottenmaier! A proposito, com’è il tempo a Francoforte?-

Bene! Ora anche Heidi. Grandioso. Sollevo gli occhi al soffitto esasperata. Una linguaccia ben messa lo metterà a posto

- Non scherzo! Devo andare al lavoro, e sono ancora in vestaglia! Quindi prendi un sorso di caffé e rivestiti subito.

Ora mi mette il broncio. Sembra un bambino di cinque anni a cui è stata negata la caramella!
Sconfitto, ritorna vicino il tappeto, che occasionalmente è diventato il nostro letto, e prende a rivestirsi. Mi appoggio allo stipite della porta del soggiorno e lo guardo.
I muscoli delle braccia che si flettono, la vita stretta e modellata, il meraviglioso fondoschiena….
Ok, sono sicura ce se non distolgo lo sguardo ora, ho definitivamente chiuso di osservare il resto del mondo, troppo impegnata a concentrarmi su questa parte di esso. Su questa piccola, rotonda, morbida, soda…..Basta immediatamente Buffy!

- Allora, che hai intenzione di fare domani?- Grazie al cielo parla ogni tanto. Oddio, quei pantaloni gli stanno divinamente...

- Ehm….- pensa alla risposta, pensa SOLO alla risposta- il solito! Lavoro, lavoro e ancora lavoro!-

- Che ne dici se lavori prendendo il sole comodamente seduta su una sdraio di una piscina in un hotel fuori città?-

È o non è il meglio? Voglio dire, anche se è settembre e non sarebbe esattamente il tempo adeguato per abbronzarsi, ehi! Chi se ne importa, io dico!
Certo, devi fingermi indignata vero?

- E le tue prove?-

- Oh, al diavolo le prove! Domani voglio una intera giornata insieme. Ci stai?-

Non ci credo! Sto anche facendo finta di pensarci!!??

- Andiamo! Tu prepara solo il blocchetto, e il costume. Al resto penso io.-

- ok….suppongo che possa andare!- ma tu guarda CHE sacrificio! Sei bravissima e molto coraggiosa, complimenti!

- Bene, allora….ehm….io vado.-

È lì che mi guarda, completamente ricoperto dagli abiti che solo poche ore fa gli ho strappato via.
E non so che fare. Dovrei baciarlo? No. Dovrei salutarlo con la mano? Troppo infantile.
Oddio, sto sconfinando nel ridicolo. Bene, abbasso lo sguardo e arrossisco in pace.
E lui che fa? Mi guarda con quei suoi occhi irresistibili, lentamente mi si avvicina e deposita un casto bacio sulle mie labbra come se fosse naturale. Con semplicità. Senza pretese. Solo un bacio.
- Ci vediamo domani.- sussurra a fior di labbra…

Alza il capo, mi guarda appena un paio di secondi e si gira verso la porta, per poi chiuderla alle sue spalle.
Mi ha baciata….
Sento gli angioletti che mi girano intorno cantando la colonna sonora del Titanic.
Sono assolutamente estasiata da quest’uomo, e non ha neanche usato la lingua!

Certo, mi piacerebbe esplorare l’argomento,peccato che io non abbia tempo da perdere! Guardo l’orologio e quasi svengo! Invece di fissare la porta dovrei articolare i miei muscoli!
Salgo al piano di sopra e afferro i primi stracci puliti che mi ritrovo davanti, ignorando abilmente la catasta di schifezze da mettere nell’odiosa lavatrice che sovrastano il mio letto sfatto da ieri. Bene! Che vita meravigliosa!

------------------------------------

“La mia vita fa schifo!” Dovrei sceglierlo come nuovo slogan fisso! Magari se lo metto nell’ufficio in bella mostra, posso racimolare qualche centesimo di elemosina.
Intrappolata. Costretta dietro un’odiosa scrivania, con il bel sole che c’è fuori, intenta a battere tasti sul computer di fronte a me, per cercare di completare quello stupido articolo! Vi sembra giusto che una bella, giovane, avvenente ragazza di ventitre anni debba subire tutto questo? Io dico di no!

- Allora, a che punto è l’articolo?-

Bussare no, eh? Eccolo,Doyle,che fa il suo ingresso da favola con quella camicetta rosa e i calzoncini grigi. Oddio…gli si vedono i calzini bianchi sotto le Prada! Inguardabile.
Rassegnata, con una mano a reggere la testa, e lo sguardo di una alcolizzata, sollevo il capo e ironicamente esclamo:

- Ci sto lavorando!-

- Bene, benissimo!- schiocca le dita, mi fa l’occhiolino, e sbatte la porta. Tipico. E certo, lui si diverte,e io per altre due ore devo stare qui a battere stupidi tasti. Grrr!
Ho deciso: scriverò una lettera di protesta

-----------------------------------

- Ok, non resisto! Che razza di schifo è millefoglie e pistacchio?-

Sono così esasperata da questo ragazzo che non mi degno neanche di rispondergli. Lascio che il mio sospiro ed una bella fulminata con lo sguardo rivendichi il mio cono gelato.

- Una volta l’ho assaggiato e non era così male. Quindi io sono con Buffy!

- Grazie mille Willow!-

Eccoci qui! Tre sfigati con le loro vite pietose e inutili che camminano senza meta nel centro della città, brandendo come arma contro il mondo tre gustosissimi gelatini colorati.
Saranno le nove di sera e nessuno è intenzionato ad andare a casa, quindi, che c’è di meglio di una passeggiata con gli amici dopo il lavoro? Ehm…..un film con George Clooney!
Xander oggi lo vedo triste! Dice che lui e Faith hanno litigato di nuovo. Non che quella ragazza mi sia mai stata tanto a genio, però….
Si conoscono da una vita, e lui le è sempre stato dietro, con scarsi risultati. Fino a quando una sera è diventato il suo giocattolino per una intera notte. Da allora, tira e molla a non finire. Mi sembra quasi di vedere i miei genitori!

Mi volto per osservare la mia amica. Lei invece è super raggiante, e non riesce a non volare a un metro da terra. Lei e Oz hanno preso ad uscire insieme e, per ora, la cosa promette abbastanza bene.
Certo, io non potrei essere più felice. Per la prima volta, la mia situazione amorosa è la meno incasinata di tutte! Non mi capitava da….ehm….sempre. Beh, c’è una prima volta per tutto. E la mia, ho intenzione di godermela alla massima potenza.
Rinfacciando tutto, è ovvio!

- Lo sai, lo credevo più alto. Forse sono i giornali che comprimono le persone come se fossero….sottaceti in scatola! O magari è solo la tv che talvolta, sai, rende tutto più grasso e brutto. Invece lui…è…è…è…- si volta verso Xander per sussurrargli all’orecchio tutta dubbiosa – Com’è che si dice? -

- Figo-

- Giusto, grazie!- finita la conversazione privata e sibilante, eccola che riparte – Figo!- conclude tutta eccitata.

- Chi,William?- l’indifferenza quando ci vuole, ci vuole!

- Conosci qualche altra star e non ce l’ha detto? Mi sento ferito! Ehi, non è per caso Pamela Anderson, vero?-

Uomini e il seno femminile! Ma che cosa ci vedranno poi di così bello in un seno? Tutto tondo e con un coso al centro. Non di certo il massimo dell’erotismo! Certo, meglio del loro cosino allungato!
Esasperata sollevo gli occhi come solo io so fare. Modesta eh?

- Certo che no! William è un gran bell’uomo certo, ma non è proprio come se lo conoscessi chissà come! Con il tempo forse…-

- Giusto, brava! Mai correre troppo! Gli uomini sono così prevedibili che ormai i trucchi li conosciamo a memoria.- saggia Willow alla riscossa con il suo ditino che ammonisce tutto e tutti.

- Ma quali trucchi! Volete che vi sveli un vero segreto sugli uomini?- penso che come risposta, l’occhiata scettica che io e Will ci scambiamo, sia sufficiente! – Gli attributi trionfano su tutto!-

Ecco, ora la mia faccia è totalmente ricoperta di disgusto.

- Altro che attributi! Un po’ di cervello non guasterebbe affatto!- e qui diventa umanamente impossibile per noi donne trattenere una fragorosa risata, osservando il dolcissimo broncio maschile!

D’altronde è sempre stato così: uomini con uomini, donne con donne! Peccato che Xander sia in netta minoranza!


Capitolo 12

Ti prego, ti prego, fa che sia sole! Dai daiii!
I miei occhi vagano sulla vecchia scatola parlante che si trova sul tavolino di fronte a me senza sosta. Precisamente sull’omino che con quell’odiosa bacchetta non fa altro che indicare nuvole e gocce di pioggia presso tutto il territorio americano.
Percepisco il mio piede picchiettare con violenza sul pavimento, il sudore colare dalla fronte madida, le mani congiungersi l’un l’altra in una muta richiesta…

- E su tutta la California, buone notizie per gli appassionati surfisti, poiché nell’intera zona è previsto un sole cocente per la completa durata della giornata.-

Evvai! Sarebbe stato impensabile che una donna della mia età stesse seduta sul divano attendendo di poter fare un bel tuffo, per dover poi scoprire un triste, piovoso destino ad attenderla.
A pensarci bene,ora il tizio delle previsioni mi sta più simpatico, e diciamo che rimangio tutto riguardo due domeniche fa, quando fulmini e tuoni incombevano e volevo strappargli quegli odiosi baffetti!

Mi volto sobbalzando al suono del campanello.

Cosa? È già arrivato? In anticipo? Oddio…è vero che il mondo è costantemente soggetto a mutamenti!

Un ultima sistemata allo specchio nell’ingresso, aggiustata ai ciuffi impazziti, sorrisino e una bella girata alla maniglia e…voilà! Me lo ritrovo davanti in tutto il suo splendore…
Vorrei sbavare, ma non mi sembra il caso!

- Addirittura in anticipo? Di due minuti! Ti rendi conto? Sei riuscito a sorprendermi!- lo apostrofo sfottendolo. Certo, preferirei saltargli subito addosso, ma aspettiamo almeno di essere in macchina!

Eccolo sfoderato! Il ghigno malefico che stamattina sembra quasi umano, o almeno appartenente a questa galassia…

- Sono un uomo pieno di sorprese,amore.- si china per assaggiare il mio sorriso e vorrei svenire…
- Pronta?-

- Solo se mi compri un gelato e un barboncino!- e mi stampo un sorriso soddisfatto che lo fa sorridere…

- Andi--- oddio che è successo? Era tutto rose e fiori e ora è sconvolto, pietrificato! Seguo il suo sguardo e lo vedo depositarsi sulla mia valigia rosa confetto.

- Che ti prende?-

Si volta pronto a ridermi in faccia alla grande!

- Cosa diavolo è quella cosa?-

- Ehm…è un porta oggetti, di larga capienza, contenente vestiti e altra roba. Noi umani la chiamiamo “valigia”, ma se cerchi sul dizionario, sono sicura che sarà più esauriente!

- So maledettamente bene che cosa è! Perché è dietro di te?-

- Che razza di domanda è? Me la porto!-

All’improvviso l’intero continente Americano viene invaso dalla sua risata che farebbe tremare anche i muri!
- Passerotto, a che cosa ti serve un’intera valigia per una giornata al mare?- odio quel sopracciglio!

- Beh, che pensi, ci sono un sacco di…cose utili! Medicine, vestiti, ombrelli…-

- Ombrelli? Ma se fuori c’è un sole che spacca le pietre!- mi deride come una bambina e in effetti…

- Sai…non si può mai sapere! E poi tutto il resto serve comunque, se dovessi decidere di portarmi fuori a cena per esempio, dovrei farmi bella!- e la soddisfazione della vittoria si fa strada dappertutto in me. Uccisa subito dal suo ghigno!

- Oh, non preoccuparti. Non c’è rischio!-

- Cosa? – sono indignata, ecco!

- Coraggio, sali!- mi precede verso la macchina mentre chiudo la porta assicurandola per benino.

Mi tiene aperta la portella e aspetta che salga, per poi fare il giro ed entrare a sua volta.
Non vorrei offenderlo, ma è decisamente la macchina più orribile che abbia mai visto! Certo, da fuori è anche peggio, ma, dentro è…sa di antico!

- De soto del ‘64 . So che stai pensando: “ che razza di carretta si è comprato!”- tenta di imitarmi facendo versacci e storcendo la sua magnifica bocca, ma ovviamente è senza speranze!- è evidente, tesoro, che non ne capisci un tubo di macchine usate!

Offesa gli tengo il broncio, così impara a volermi mettere in imbarazzo. Cattivo che non è altro!
Mi volto e scorgo un lento sorriso formarsi sulle sue labbra.
È bello, spontaneo, quasi….felice.
Sorrido di rimando rassegnata e lo osservo.
Lui e poi….il buio.

--------------------------------

- Buffy! Buffy, siamo arrivati!-

Cosa? Buffy? Io? Stanno chiamando me?
Lentamente apro gli occhi e una violenta luce mi viene incontro, rendendo difficile distinguere le immagini.

- Oh, per la miseria! Buffy, svegliati! Siamo arrivati!-

Arrivati? Dove?
Ah già…il mare, l’ombrello, mi ricordo.
Devo essermi addormentata durante il tragitto. Certo che non bisogna credere a chi si ostina a dire che dormire in macchina è scomodo! A me con tutto quel dondolio sembra di stare in una culla. Un’enorme, stretta, culla su quattro ruote! Ok, sono ancora scombussolata!
- Senti, io comincio ad entrare e prendo la camera. Tu datti una sistemata e raggiungimi ok?-

Lo sento scendere e chiudere lo sportello. Giusto, camera! Camera? Andiamo in un albergo?
E poi, perché mi dovrei dare una sistemata?
Lentamente e ancora indolenzita raggiungo lo specchietto nella mia borsa.
Oddio! Sembro uno zombie! Uno zombie con i capelli scompigliati alla peggio-non-si-può!
Sarà meglio sistemare questo disastro, oppure appena scendo mi arresteranno per disturbo della vista pubblica!

***

Certo, avevo immaginato che fosse bello stare in un albergo a cinque stelle, ma non avevo immaginato che fosse COSì bello!
Santa Madre Teresa di Calcutta, è il paradiso.
Non so come, ma dallo stare mezza coricata sul sedile della sua macchina, mi sono ritrovata ad aprire la porta di un universo che mai avrei immaginato di visitare!
Ora capisco perché Madonna vuole alberghi di lusso a tutti i costi!
Porte forti e resistenti, a prova di invasione; soffitti alti e lavorati; mobili antichi ed appena restaurati; bagni con vasca idromassaggio; televisori rigorosamente a schermo piatto e, ciliegina sulla torta, letti matrimoniali da urlo!
Una volta Xander è stato in uno di questi hotel ultra-confort, ed era così eccitato che, appena tornato a casa, aveva la macchina fotografica piena di parquet e tendine piuttosto che della tour Eiffel!
Vorrei sprofondare in tanta bellezza, annegare nel profumo di lenzuola pulite, danzare su questo---

- Ti piace?- ogni tanto mi domando se gli uomini aprano bocca giusto per evitare di sembrare
completamente idioti, ma non fanno altro che confermarlo…

- Mi piace? No dico, mi piace?- vorrei evitare di spaventarlo con questi urletti di gioia, ma, ehi, provate a trattenervi di fronte ad un balconcino che affaccia sul mare più limpido che abbia mai visto!

- Avrai speso una fortuna solo per la tendina del bagno!-

- Nah! Giusto la metà di quanto guadagno in un mese!-

- Porca paletta!- ehm..scusate! non riesco proprio ad evitarlo! E infatti ora lui ride come un pazzo…

Sospiro estasiata ignorandolo e con un balzo all’indietro mi fiodo sul meravigliosamente comodo letto color panna…

- Invece di testare il letto, perché non scendiamo a fare colazione?-

Sollevo la testa e riapro gli occhi temporaneamente fantasticanti mettendo su il broncio. Lui mi guarda e con un sorrisetto malizioso esclama:

- So che preferiresti provarlo ora, amore, ma tanto, avremo tutta la giornata per quello!-

Tutta la giornata? Uomini pervertiti! Immediatamente sgrano gli occhi e cerco, assolutamente invano, di nascondere il terribile imbarazzo, rizzandomi in piedi di scatto. Poi, con la grazia di un elefante in una gioielleria, lo fulmino con lo sguardo, gli passo oltre ed esco senza voltarmi.
Solo sesso! Donne nude, capezzoli, vagine: Tutta la stessa pappa per loro! Andrebbero castrati uno ad uno! In fila, come al supermercato!

***

- Mmm che buoni!- seduta ad un tavolino con un cornetto gigante che spunta dalla mia bocca e con crema che esce dappertutto, eppure, anche in una situazione come questa, mi è impossibile evitare di concentrare gli sguardi di tutti su di me….uffi! ma perché la gente è così curiosa delle cose altrui? Certo…forse dipende dal noto fustacchione che mi sta accanto!

- E non hai ancora assaggiato le crepes!- è così sexy mentre assapora la sua brioche alla marmellata. Quella l’ho sempre odiata onestamente. Tutto quel liquido, che poi non è neanche un liquido, denso e compatto di colore arancione stile lampada…bah! Eppure lui sempre a godersela un mondo!
Certo che la goffaggine gli dona. Sembra un bambino che divora contento le caramelle che ha atteso per tutta la giornata, e a quanto pare quel dolce dev’essere piuttosto attraente, visto che non mi guarda da un’ora, troppo intento a dare corda alla sua delizia arancione. Ok…marroncina!

- Allora,sentiamo,come hai deciso di diventare un pianista?- oddio, ma la mia mente è un vulcano attivo senza sosta! Come mi è uscita questa domanda?
Ecco, ora penserà che ero a corto di argomenti, e quindi ho tirato fuori la prima cosa apparentemente intelligente da chiedere. È inutile che sollevi lo sguardo e mi scruti, ti giuro che non centro niente io!

- Mia madre.-

Ok…andiamoci giù pesante con il criptico!
- Tua madre?-

- è stata lei a regalarmi il mio primo pianoforte quando avevo dieci anni. Così, cominciai a suonarlo per gioco, e a lungo andare, divenne un piacere, poi una passione, poi il mio lavoro.-

Wow…mi ha spiegato la sua carriera in…ehm….venti secondi circa!

- Capisco…e tua madre come sapeva che ti sarebbe piaciuto? Voglio dire, come mai ha deciso di regalartelo?-

Silenzio. Solo sguardi. Non avete mai la sensazione di aver fatto la domanda sbagliata nel momento sbagliatissimo? Be…io la sto appena sperimentando. Ho paura di aver detto qualcosa che non va, visto che improvvisamente ha abbassato lo sguardo e non alza la testa da un po’. Non volevo, solo che non capisco! Mi sembrava una domanda perfettamente lecita e logica nella mia testa. Ma forse per lui non lo è? Non so davvero che pensare.
All’improvviso alza la testa e sorridendo esclama:
- Hai finito il cornetto! Che ne dici di andare a riposarci un po’ dopo il viaggetto?-

Si…ho definitivamente fatto qualcosa di sbagliato, visto che ha cambiato argomento, evitando di rispondermi come se niente fosse!

- Ehm…no! Perché a letto?- ma come? Mi porti qui, e poi vuoi andare a letto?

- Credevo fossi stanca!-

Si, certo, la solita scusa per poi--- gli squilla il cellulare…

-Ehm, scusami amore, credevo di averlo spento! Faccio in un attimo…-

Dannazione! Sto cazzo di cellulare la prossima volta lo butto nel cesso prima di uscire di casa!
Meglio allontanarsi prima che faccia domande. Sollevo un secondo lo sguardo e noto il suo volto tranquillo, rivolto all’enorme finestra accanto a lei, è…normale. Ignara.
Scosto la sedia e mi dirigo in fretta abbastanza lontano da impedirle di sentire. Non posso permettermi errori, non posso lasciare che scopra ogni cosa. Ancora un paio di giorni, e poi un bell’aereo mi aspetta per Manhattan. Lì dove non dovrò render conto alla curiosità femminile.

Per l’inferno! Anya! Il display parla chiaro. Che diavolo vuole? Forse “fuori per lavoro” era un po’ troppo vago…

-Ehi, dimmi!-
- Ciao. Senti, scusami se ti disturbo da…qualunque cosa tu stia facendo, ma ho appena visto tua figlia con un ragazzo, mentre…si..ehm…toccavano abbondantemente nella sua camera. Non so da quanto la cosa duri, ma, ho pensato che in qualità di padre, avresti dovuto saperlo. Se ti va di passare…dopo…-
-Certo. Non appena mi…libero, sarò lì. Grazie…per avermi avvertito.-
-Figurati, avrei anche evitato di chiamarti, ma Dawn continua a non volermi ascoltare.- la sua voce spenta, rassegnata, alla nostra vita. Quella che mi ostino a chiamare vita.
-D’accordo. Ci sentiamo. Ciao- riattacco.
Non voglio sentirla. Non con la consapevolezza che lei sa dove sono e con chi. Non posso.
Dawn con un ragazzo, sapevo che questo giorno sarebbe arrivato troppo presto…
Velocemente, ripongo il cellulare in tasca e ritorno da lei. Quell’altra.

- Chi era?-

- Lavoro. Allora, che si fa?-

- Senti, non avevi parlato di…mare?- sono sicura che ora mi luccicano gli occhi!

Mi sorride, ghigna come al solito e via!
Tutti al mare!

***

Onde, uccelli che volano assaporando la leggera brezza, un sole grande e luminoso che si immerge sempre di più nelle acque salate ed immense.
Il tramonto. Il più bello di tutta la mia vita. Mi sento come se fossi in un quadro di Van Gogh, dove tutto è confuso tranne ciò che la tua mente vuole realmente vedere. Quello è limpido, vivo… come i suoi occhi.
Siamo qui da almeno due ore, a ridere, tuffarci, scherzare, scambiarci occhiate furtive.
E io rido. Come una bambina di fronte ad un enorme pacco regalo da scartare. Rido perché per la prima volta mi sento libera. Di volare, di credere in qualcosa che non sia solo film d’amore e amicizie per l’eternità.
Abbiamo fatto l’amore, due volte. Ed è stato meraviglioso. Il mio piccolo costume color corallo è volato sulla spiaggia deserta, mentre le sue mani vagavano sul mio corpo. Mi toccava, mi leccava, mi voleva. E mi ha fatto sua una, due, più volte. E io continuavo a sorridere, sognare, baciarlo, stringerlo forte a me. Scacciando indietro i cattivi pensieri, abbracciando tutto di lui.
Infine, esausti, abbiamo deciso di stare qui. A godere semplicemente l’uno della dolce compagnia dell’altro.

L’acqua sfiora i nostri piedi congiunti. Le caviglie ne sono impregnate. Siamo seduti sul bagnasciuga. Appoggio delicatamente le spalle al suo torace, e la nuca nell’incavo del suo collo, cullandomi nel suo tenero abbraccio.
E solo ora, mi viene in mente che non è mai successo prima. Per la prima volta siamo stretti l’uno all’altro senza la fretta di correre, vestirci, fuggire ognuno nelle proprie inutili vite. No…siamo solo io e lui, fissando il tramonto.
In silenzio….

- Mio padre.-

Mi volto lentamente, sorpresa che abbia deciso di rompere tale pacata calma. Il suo viso è rilassato. Gli occhi blu scintillano riflettendo l’enorme vastità dell’oceano. Ed un sorriso giace tranquillo sulle sue modellate labbra.
Non capisco a che si riferisce. Suo padre?
Lo guardo interrogandomi sui mille perché di quella affermazione, ma senza aprire bocca.
Se vorrà, risponderà lui per me.

- E’ stato grazie a lui che ho imparato a suonare.-

Non mi guarda, sorride e basta.
Mi volto e continuo ad osservare il sole, che con i suoi flebili raggi, illumina la sabbia dorata.
Sento il suo respiro accelerare, e ho paura di ferirlo anche solo respirando a mia volta. Così mi limito ad ascoltarlo, senza fiatare.

- Quando avevo due anni, un incidente stradale si è portato via i suoi occhi. Li aveva verdi, ogni tanto anche marroncini. Ora sono spenti, immobili, senza vita. E così ho passato la mia intera esistenza occupandomi di lui. Cercando di comportarmi da uomo anche quando di un uomo avevo solo il sesso. Mia madre era sempre fuori per lavoro. Troppo occupata per badare a me e a lui.
Sono diventato adulto dall’età di nove anni, imparando a curarmi di lui e dei suoi bisogni.
Quando andavo a scuola, vedevo i miei compagni felici e scherzosi che si aggiravano tra i dannati banchi mostrando al mondo i nuovi dentini appena messi, i muscoli che cominciavano a lasciare tracce quasi impercettibili, i peli in superficie.
Io non avevo nessuno. Nessuno da cui andare a vantare la mia barbetta all’età di sedici anni, nessuno a cui mostrare fieri i muscoli che come collinette cominciavano a comparire.
Nessuno. Solo io e mio padre.
Così mia madre decise di regalarmi la sola cosa che ritenesse utile per unirci. Un pianoforte. Di quegli antichi, in legno, lucidi e puzzolenti.

Pianoforte….lo stesso sul quale abbiamo fatto l’amore? Lo stesso sul quale mi hai fatta tua?

- Sostenne che era l’unico modo per farci comunicare. Sentire invece di vedere. Percepire invece di osservare. Suonare invece di guardarci e parlare. Ecco perché. Ecco perché ha scelto quello.
Ha preso la mia infanzia e l’ha nascosta ad altri, rapendo quel pizzico di spensieratezza che possedevo e chiudendolo in un vecchio armadio che puzza di chiuso. Un armadio capace di tenerlo lontano da occhi indiscreti. Quelli di mio padre. Ignaro di tutto ciò.
Non credo che tu possa capire…-

- Mia madre è morta due anni fa…-

E lo catturo. Il suo sguardo sorpreso, quasi di scuse. Che c’è? Non credevi che fossi così fragile, o forse non mi credevi così capace di reggere ad una situazione simile alla tua? Peggiore della tua?

- Mi dispiace…non ne avevo idea.

Gli sorrido. È tutto apposto. Ora ascoltami ti prego. È passato tanto tempo dall’ultima volta. Troppo.

- No! Cioè…si. Ti capisco. Sono tornata a casa e l’ho trovata morta sul divano. Ed è stato….non ci sono parole. Tutti ti sono intorno e cercano di confortarti, di farti coraggio. La verità è che hai solo te stessa. Non ci sarà nessuno quando griderai, quando sognerai il suo volto la notte, quando dovrai occuparti della casa, delle spese, della tua vita. Sarai completamente sola.
E in un battibaleno mi sono ritrovata catapultata nel mondo degli adulti, senza possibilità di scelta.
Senza alcuna via di fuga. Sai, nella vita arriva sempre il momento di assumersi le proprie responsabilità, ma…talvolta….semplicemente non sei pronta. Io ho dovuto esserlo. Soprattutto dopo la batosta di una separazione…

Mi guarda sorpreso e allibito, e so perfettamente a che cosa sta pensando…

- Si, proprio così! Mio padre mi ha lasciata. Ci aveva lasciate già da molto prima.-

Silenzio. Ancora silenzio. Mi volto e scorgo l’oscurità. Il sole lentamente è andato a dormire, lasciando il mondo intero immerso nelle tenebre. Il mare l’ha inghiottito, e non c’è modo di riportarlo indietro…

- Guarda. Niente più tramonto!- indico il mare per mostrarglielo e lui lentamente si volta, mi guarda e mi accarezza il viso, sfiorandomi le labbra con un lieve bacio, come una dolcissima carezza.

- Andiamo a casa – si alza, sciogliendo l’abbraccio che vi aveva cullato, che ci aveva protetto senza esitare dalle paure di una vita. Lo seguo, afferrando la sua mano e incamminandomi sulla fredda sabbia.

Le nostre impronte sono dappertutto, impresse a fuoco lì.
Paiono indelebili, eterne.
In realtà, basta una possente onda, a spazzarle via per sempre.

***

L’aria fredda mi colpisce il viso e non so perché, ma sento come se dovesse infrangersi.
Mi stringo la vestaglia che lunga e candida ricopre il mio corpo, proteggendolo dal fresco vento autunnale…
La luna regna sovrana, illuminando dappertutto case, negozi, gente che si affretta a rincasare. È l’inverno che arriva. E con se tutto lo stress e i cappotti.
Si è confidato. Non lo credevo possibile, conoscendo la corazza che sembra rivestirlo interamente, eppure…è successo.
Mi volto e lo vedo trafficare con il caminetto.
Sarà meglio entrare.

-Freddo lì fuori?- sorride…di nuovo.

- Giusto un po’!

- Ho pensato di accendere questo maledetto affare, se non fosse così dannatamente difficile!-
Ecco, ora la risata nasce spontanea e isterica! Vederlo piegato e indaffarato è uno spasso assoluto!
Il letto è caldo e accogliente, tuttavia, sarà meglio darsi una piccola rinfrescatina prima di coricarmi, onda evitare figure….

- Torno subito.- si volta per sorridermi, e io, più in fretta che posso, mi chiudo la porta dell’enorme bagno alle spalle.
Oddio, credo che scoppierò! Questa era partita come una semplice giornata insieme al mare, ed è diventata Via col Vento versione duemilaotto!
È tutto troppo intimo, troppo presto! Vorrei sprofondare nella doccia, o nel gabinetto, e non uscire mai più. So già che succederà! Faremo l’amore come al solito e poi, tutti estranei e silenziosi!
Ma non capisco perché deve sempre essere così! Non ci sono mai coccole, carezze, solo freddo, scontato sesso.
Mi guardo allo specchio: ho le guance rosse, gli occhi lucidi. Eppure non sono innamorata. Non ancora. Voglio dire, sarebbe troppo presto!
“Moriresti per lui?” Rispondi seriamente….solo ciò che senti…. “No…”
Si…non sono innamorata. Sono presa. Molto. È normale, voglio dire, basta guardarlo!
Ok…Buffy, calma…
Mi sciacquo il viso e lo tampono con l’asciugamano.
Sei ancora tu.
Solo che ora, siete tu e lui.

Esco dal bagno, e lo scorgo infilato sotto le coperte, il torace liscio e nudo, esposto ai miei occhi,illuminato dalle fiamme del camino, mi attrae come una calamita. Mi sta guardando. Guarda i miei fianchi,la mia vita,il mio seno e risale piano al mio volto. Mi guarda con un misto di passione e dolcezza, reggendosi la testa con una mano.
È bello. Mai stato così bello.
Mi avvicino all’enorme letto color panna e mi sfilo la vestaglia. Ora solo un top e un pantaloncino a coprirmi.
Mi infilo sotto le coperte e istintivamente gli do le spalle, confinandomi all’estremo del letto.
Non ce la faccio a guardarlo, a toccarlo. È come se fossimo andati troppo oltre. Ho bisogno di un po’ di distacco. Di capirci un po’ di più. Di vedere chiaro.
In un attimo la sua mano sfiora la mia spalla nuda, la accarezza, seducendola.
E io, inevitabilmente, mi arrendo.
Mi volto, aspettando che si avvicini a me, che mi tocchi dappertutto assaporandomi, ricominciando la danza alla quale sono oramai avvezza, piacevolmente avvezza.
Mi si avvicina, mi accarezza il volto,scende lungo la vita, lungo i fianchi, fino a cingermeli. Teneramente, dolcemente, senza fretta.
Poi, senza che io me ne renda conto, mi attira a se.
Non per fare l’amore, per assaporarmi, per gustare tutto di me, per entrare in me.
No. Mi prende e lascia che poggi il capo sul suo petto, accarezzandomi la massa scomposta di capelli che invade ora il cuscino.
E ho paura. Quasi tremo, perché è troppo. È troppo bello, perfetto, troppo normale per una semplice ragazza come me.
Tremo e sogno che tutto ciò possa durare in eterno.
E mentre mi perdo nell’intenso profumo della sua pelle liscia e nel suo abbraccio, Morfeo mi accoglie tra le sue dolci braccia, trasportandomi nel suo mondo fiabesco.

Capitolo 13

Apro gli occhi.
E in un attimo,quasi senza rendermene conto, sono nei suoi. Due pozze di smeraldo che mi invadono, studiando ogni lato di me. Chissà da quanto tempo…ore?minuti?secondi?
È l’alba.
I flebili raggi solari colpiscono i nostri corpi intrecciati, e una coperta color panna li cinge, nascondendoli dal mondo e tutti i suoi perché.
Il suo piede sfiora il mio, le mie gambe legate alle sue, eppure, non sento il bisogno di possederla.
Forse perché sono troppo occupato ad ammirarla. A sentirla intorno a me.

Apro gli occhi.
E in un attimo sono nei suoi. Oceani in tempesta mi scrutano, spogliandomi.
No…non spogliandomi. Leggendomi. Dentro, come un libro aperto ad una pagina a caso, che, per volere del destino, è la più importante dell’intero volume. La più profonda.
Che ore saranno? …Non importa…
Mi cinge. Il suo forte braccio mi cinge. Teneramente. Come se volesse impedirmi di scappare, come se volesse trattenermi lì ancora un po’. Come se volesse un vero, primo risveglio insieme.
E mi sento bene. Tranquilla, serena, completa.
Durante la notte devo essermi spostata, visto che il mio capo riposa ora sul cuscino. Eppure è…incredibile come,in realtà, non mi sia mai mossa da qui.

I capelli arruffati la rendono ancora più bella. Non importa quanto appaia goffa e infantile, è perfetta.
Lei…lo è sempre. Qualsiasi cosa faccia. È dannatamente perfetta quando mangia, quando fa l’amore con me, quando mi guarda. E forse…non me ne ero mai reso davvero conto prima.
Una cascata di boccoli in disordine riveste il cuscino, e l’unica cosa che vorrei davvero fare è accarezzarli. Passarci le dita attraverso. Sembrano così morbidi…

Ma come fa a non avere mai i capelli fuori posto?
Forse perché sono troppo corti per esserlo, o forse perché sono troppo pieni di gel. Ma…il gel, non scompare mai?oppure dopo un po’ l’effetto sparisce?
La luce del sole illumina il suo bellissimo volto.
Oddio…sembra un angelo. Gli zigomi alti e fieri, il naso dritto e lineare, la bocca carnosa e piena.
E ieri sera, mi sbagliavo. Ora, appena sveglio, ancora intontito e assonnato, ora è più bello che mai. È il più bell’uomo che abbia mai visto.
Il suo sorriso è così….

- Buongiorno…-
La voce ancora impastata eppure tanto maschile avvalora di molto la teoria!
-Niente lavoro oggi…-

-No…niente lavoro.-replico soltanto questo. Assieme ad un raggiante sorriso.

E so che non serve altro. Non serve che le chieda se è tutto apposto, come è stato, se le ha dato fastidio. Le domande che tanto mi ero preoccupato di porle, ora, osservando i suoi occhi, appaiono assolutamente banali, scontate. Futili. Vane.
Lei sa.
Sa e basta.

Perché so cosa ha provato.
So perché ha scelto di non farmi sua ieri sera. Per la stessa ragione con la quale l’ho voluto io. Anche se non è stato propriamente volontario, in un certo senso lo è stato.
E sono convinta che una mosca, una zanzara, uno spiraglio di polvere, fluttuando nell’alto della stanza, ci guarderebbe e penserebbe a noi come due innamorati. Come l’Ape Maia e Billy, o come Alice e il coniglio. No aspetta…questo non c’entra proprio niente!
Ecco! Trovato:Come una coppia di freschi sposi, troppo eccitati e presi l’uno dall’altro, per muovere un solo muscolo.
Troppo spaventati di poter, con un solo e semplice tocco in più, spezzare il bellissimo incantesimo.

***


Ma perché quando cerchi una cosa finisce sempre che non la trovi?
Magari è stata per anni nello stesso posto, davanti ai tuoi occhi così tanto dalla mattina alla sera sino a farsi odiare, e ora che fa? Si nasconde tra il portaocchiali e il lucidalabbra!
Prima o poi getterò tutto quello che c’è in questa maledetta borsa! Tutto!
Anche la fodera interna. Forse…faccio prima a gettare la borsa…
Oddio, è assolutamente impossibile! Sono sicurissima di averla messe nella cerniera a destra!
Chiavi? Andiamo! Non ho tutto il giorno qui!
Sembra fatto apposta. Come con la borsa di quella minorata di Mary Poppins.
Che poi non ho mai capito come fa a mettere tutto insieme in quella mini borsa da viaggio. Certo, a me farebbe uscire di testa solo aggiungerci uno yogurt magro, figuriamoci armadi e cose varie---

Eccole! Eccole…
Alleluia…

Apriamo la porta e--- e questo cos’è?
È infilato sotto il tappetino all’esterno dell’uscio chissà da quanto!
Un giornale…Xander!
Il mio fattorino personale non manca mai un colpo, persino quando esco…è un mito!
Certo,vorrei tuffarmi nel gossip, ma sarà meglio farlo nella vasca prima che le ascelle trasudino gorgonzola per tutto il corridoio.
La valigie le lasciamo pure in macchina, tanto più tardi le scarico. Quindi chiudiamo la porta d’ingresso e corriamo in bagno con il giornale a portata di mano.
Vediamo un po’….
Oddio, “Crisi profonda tra Brad e Angelina, a pochi mesi dalla nascita del secondo figlio”
Wow…che razza di coppie!
Certo che la gente è strana! Prima di mettere su famiglia dovrebbe pensarci due volte, altrimenti succ---

“SHELBY IN DOLCE COMPAGNIA, DIMENTICA IL MATRIMONIO

Il noto pianista inglese William Shelby, 44 anni, intento in questo periodo a proseguire il proprio tour nel continente americano, è stato fotografato in spiaggia in dolce compagnia.
La donna, Buffy Summers, giornalista di Torrence (California), prende il sole e scherza assieme al famoso musicista lungo le limpide acque californiane, abbandonandosi talvolta a tenere effusioni.
Shelby, però, pare aver completamente dimenticato l’impegno matrimoniale preso circa venti anni prima con l’attuale consorte Anya Jekins,. Le voci di un presunto, quanto testimoniato, tradimento, sfoceranno in un imminente divorzio? Chissà…”

È un attimo.
Non so….come, ma i miei occhi cadono su alcune righe scritte in grassetto fortemente evidenziato, che alla mia vista appare solo… sfocato e spento.
E gli impulsi del mio corpo hanno raggiunto il cervello in un battibaleno, annullando ogni possibilità di errore, e rendendo tutto improvvisamente…chiaro.
“Shelby…matrimonio”… “Shelby….matrimonio”… “Shelby….matrimonio”….
Oddio….
Non capisco perché i miei occhi si rifiutino di leggere il resto, di infrangere ancora quel briciolo di….
Non capisco.

Dovrei essere curiosa, bramosa di leggere la fine di questo pezzo di cronaca rosa, eppure…non lo sono.
E proprio non capisco.
Non capisco affatto.

O forse, è solo che capisco troppo bene.

Tutto è chiaro improvvisamente.
Sollevo gli occhi da quel giornale che tanto mi aveva fatto sorridere con stupidi scoop, e mi guardo attorno.
È tutto improvvisamente si fa chiaro.

È sposato.

Sono una puttana.

Lui è sposato e io sono la sua puttana.

No. No. No. No. No. No.
Le lacrime pungono agli occhi e spingono tutte insieme per riuscire a straripare dalle mie ciglia, ma….non lo faranno. Non glielo permetterò.
Perché….non può essere.
Non può essere vero.

Mi volto di scatto e rovisto dappertutto.
Cassetti, stipi, camere, cuscini…
Senza sosta, senza sosta, senza sosta…
Devo trovarlo! Devo sapere!

Lascio cadere quella maledetta rivista, chissà dove, nell’angolo più sperduto di questa casa, nell’angolo dove resterà sepolta per sempre.

Afferro finalmente il cellulare e compongo in fretta il numero.
Quel numero.
Quello che ho pensato milioni di volte e che volevo che sempre più disperatamente comparisse sulla stupida schermata blu.

Mi appoggio al muro, e non so neanche più dove sono.

La mia mente sente solo gli squilli.
Squilli. Squilli. Squilli.

Non so neanche cosa dire.
So solo che voglio, devo sentire la sua voce. Devo capire perché.
So anche che, fondamentalmente, non sarò abile di pronunciare una sola sillaba.

Squilli. Squilli. Ancora squilli.

Finalmente la cornetta si solleva e---

- Pronto?-

È una donna.
Una donna.
Quella donna.

È….lei.

La sua donna.
Quella che lo abbraccia la notte durante il sonno.
Quella che gli dona caldi baci appassionati.
Quella che ascolta le sue canzoni e applaude.
Quella che fa l’amore con lui.
Quella….
Lei.

Una lacrima, solitaria, scende lentamente lungo la guancia.
Quasi a tracciare un percorso, argenteo e…lungo. Inesorabilmente infinito.
Un’unica, silenziosa goccia, cade giù.
Percorre il mio volto.
Il naso, le guance, le labbra.
Lì si ferma.
Viene inghiottita.
Il candido fiumiciattolo termina la sua corsa.
La mia bocca è aperta, da chissà quanto.
La assaggia.

È amara.
Come tutto del resto.

- Pronto?-

E so che sarà l’unica.
Basta piangere…

La voce ripete inarrestabile la sua richiesta “Pronto?”

E io resto muta.

Percepisco le gambe lentamente cedere.
Mi sto accasciando.
No! No! NO!
Rialzati! ORA!
Non puoi mollare! Lui….non lo merita.

È strano.
Quando vuoi davvero una cosa, quella, semplicemente non accade.

E così mi sono accasciata.
Lentamente scivolata lungo il muro.

Ho interrotto la chiamata già da un po’.

E ora resto qui.
Seduta.
Immobile.
A morire.
Sola.
Ancora un po’…

***

Tende svolazzanti a segnalare le prime ore verso il mezzogiorno.
Una stanza arredata come solo pochi sanno fare.
Un letto e una donna intenta a rifarlo.

Un cellulare squarcia il silenzio di questa routine.
Lei si volta, con lo sguardo alla ricerca dell’aggeggio.
Lo intravede, vibrante sul comodino di lui.

Esitante, lancia uno sguardo verso la porta d’ingresso della meravigliosa camera.
Lo scrosciare dell’acqua si sente in lontananza, chiaro segnale che il proprietario dell’apparecchio è ancora intento a rinfrescarsi con una calda doccia di prima mattina.

Lei si avvicina al mobiletto in legno di mogano e lo afferra, scorgendone la schermata.
Un numero, chiaramente sconosciuto alla rubrica, segnala una chiamata in arrivo.

Ancora titubante, la donna apre il cellulare e risponde.
Muto.
Sicuramente uno scherzo.
All’improvviso l’interlocutore riaggancia, e lei si vede costretta a fare lo stesso.
Posa l’affare sul comodino e si volta, giusto in tempo per scorgere lui.

Bagnato, con un piccolo asciugamano in vita a nascondere la nudità.

- Che stavi facendo?- esclama rude.
- Il tuo cellulare ha squillato, e ho risposto…- replica lei.
- Sai che detesto quando lo fai! Cerca di rispettare almeno la mia privacy.- si scosta dallo stipite e avanza minaccioso verso la propria parte di letto, afferrando il cellulare ancora appoggiato accanto ad esso.
- Sono tua moglie!- risponde lei offesa, replicando a tono e difendendo il suo troppo calpestato orgoglio.

Lui la guarda velocemente di sbieco e ignorandola parla.
- Hai visto chi era?-
- Il numero non era memorizzato in rubrica. E comunque, chiunque fosse, ha deciso di rimanere muto. -

Lo sguardo attonito riveste il volto di lui.
- Che cosa?-

Strano, tanta preoccupazione per un semplice caso di mutismo, o possibilmente uno stupido scherzo.

- Perché? Che c’è?- dice lei.

Senza rivolgerle uno sguardo di ringraziamento o perlomeno uno sguardo, e con la faccia di chi ha appena scoperto qualcosa di estremamente spiacevole,seccato esclama
- Niente-

E sbattendo la porta dietro di se, esce.

***

Il cellulare è ancora nella mia mano.
La rivista nell’altra.
Le immagini di noi due insieme immortalate per sempre in quelle pagine sudice, sporche.
I miei occhi vagano sul foglio, in ogni angolo di questo.
Non so neanche perché.
La mia mente vola.
Via.
Lontano.
Forse da lui.
Forse no…

Guardo velocemente l’orologio.
Sono le undici e trentasei minuti esatti.
Sono qui da circa due ore, seduta immobile, incapace anche di parlare.
Non mi va di….esternare.
Voglio sono tacere.

Una lacrima cade sul quadrante azzurro.
Ormai ci rinuncio.
Non voglio più trattenerle.
Forse perché non ci riesco.
Infondo è lecito arrendersi.
E io, per la prima volta nella mia vita, l’ho fatto davvero…

All’improvviso, dei forti colpi alla porta mi destano.

Mi alzo come meccanicamente.
Il rumore ora è più chiaro e il suono colpisce le mie orecchie con violenza.
Anche se, stranamente, pare attutito, vuoto.


Mi avvicino lentamente all’entrata, e non ho bisogno di spiare.
So già chi è.

Lui.

Il mio incubo costante.
L’aria che vorrei non respirare.
La luce che accendeva i miei occhi.

Lui, il battito del mio cuore.

Giro lentamente la maniglia.

Ed è lì…

Bellissimo.
Bastardo.

Lui è qui.
E, io, vorrei solo piangere fino a morire.

- Buffy, fammi entrare! Ti prego! So cosa è successo e ho bisogno di spiegarti!-

La catena ancora tirata gli impedisce l’accesso.
La apro.
Lo lascio entrare.
Si sistema i vestiti sgualciti.
Sospira di sollievo al mio consenso e….mi sorride.

E io mi sveglio.

La mia mano carica colpisce in pieno il suo volto sorridente, mutandolo in una smorfia di dolore.
Il suono sordo riecheggia nell’ambiente vuoto e fa calare il gelo tra di noi.
Lo fisso negli occhi come se volessi vederlo distrutto, anche se in realtà non è così…

- Bastardo-

È immobile a guardarmi, mentre io….esterno.

La mia calma è impressionante, indescrivibile…quasi un sibilo nel silenzio assoluto.

- Vattene via-

Mi fissa, scuote la testa.
- Non posso! Senti, so di non meritarlo ma…lascia che ti spieghi. Non è come credi!

No….
No!
Lui non deve spiegare.
Non deve convincermi di qualcosa che non è la verità.
Deve solo lasciare la mia vita per sempre altrimenti sono pronta ad ucciderlo!
Una menzogna.
Ma non lo è tutto del resto?

- Non è come credo? E com’è? -

- Buffy,io…

- Te lo dico io com’è! La vita cominciava ad essere noiosa: lavoro stancante, fans dappertutto, moglie a casa incapace di soddisfarti a letto! Allora sai che facciamo? Prendiamo la prima è PUTTANA a quattro soldi che troviamo e sbattiamocela fino a farla vomitare! Ecco com’è!-

- Non lo sei mai stata! Non ti ho mai trattato come una puttana!-

- Cosa? Da quando mi hai conosciuta non hai fatto altro! Peccato che io fossi così….STUPIDA da accorgermene!-

Ecco! Ce l’ho fatta…
Gli ho sputato addosso il mio odio, e ora, non aspetto altro che reagisca…

Ho il respiro pesante di chi ha appena alzato troppo la voce, e la testa mi gira vorticosamente.
Sento che potrei svenire da un momento all’altro…ma….sarebbe solo tempo perso a far niente.
Molto meglio continuare a rovinargli la mia vita come lui ha fatto con la mia….

- è vero! Ho fatto degli errori. E avrei dovuto dirtelo! Ma lasciami…spiegare!

- Cosa c’è da spiegare? Eh, William? Quanto sia stato facile per te?

- Quanto non l’ami più…-

- E questo dovrebbe migliorare le cose?-

Abbassa lo sguardo, non avendo abbastanza coglioni per guardare me.

- La verità è che sei uno schifoso puttaniere di merda, William!- lascio uscire una risata che sa solo di amarezza e sconfitta…- William Shelby è un pezzo di merda, signori! E io, finalmente, l’ho capito!-

La sua mascella si indurisce tanto quanto la mia.
So che vorrebbe sbattermi contro un muro a farmi tacere, ma…si trattiene.

Vorrei calmarmi e affrontare tutto come un adulto farebbe, ma…non sembro capace di farlo!
- Credevo stesse nascendo qualcosa. Lo pensavo davvero. E Dio solo sa quanto speravo che funzionasse…- parlare comincia a diventare un serio problema, quando le parole , trattenute da un grande nodo alla gola, non vogliono proprio uscire…- Mi hai fregato due volte. Ed entrambe sono stata troppo ceca per accorgermi di quello che stava succedendo intorno a me.
Presa dal mio folle---

Un sospiro di dolore sfugge alla mia bocca, e le lacrime cominciano a pungere come non mai…
Inspiro profondamente.
Sollevo lo sguardo e incontro il suo mortificato.
Da cosa? Eh?
Bastardo….
Un bastardo che forse mi rendo conto di….

- Ascoltami. Ieri sera ho sentito qualcosa. Non so come descriverlo, ma c’è stato. Non so se per te è lo stesso…-

- Sai che lo è stato! Come io so che non lo potrò dimenticare mai…-

- Ecco. Consideralo cancellato. Fai finta di dover tornare indietro con la tua bacchetta magica a sette giorni fa, quando io ero solo un bip nel mondo e tu eri...beh…tu.
Io non conosco te. Tu non conosci me.
Infondo, non dovrebbe essere difficile, visto che tutto ciò rispecchia la realtà.
Ora, voglio che tu sparisca di questa casa. Da questa città. Dalla mia vita!
Cominciando da adesso…
Cominciando da quella porta.-

Il mio dito indica la fine della mia esistenza. Quella massiccia porta scura che mi deride.
Mi guarda.
Io no.
Piega la testa di lato incredulo.
Io no.
Tenta di parlare.

- Và…-

La sua bocca di richiude sconfitta.
I suoi occhi luccicano di qualcosa che ancora non conosco.
Si volta.
Apre la porta.
Mi guarda.
Abbassa il capo.
Scompare.

E ora so che è tutto finito.
Fisso la porta chiusa.
La mia bocca si spalanca a cercare aria.
La vista mi si annebbia.
E so che crollerò.
È solo questione di secondi.
Lacrime calde scendono copiose sul mio volto.
Rivestendolo di una maschera di infinito dolore.
Crollo a terra, seduta al centro del soggiorno.
La testa tra le mani.
Gemiti soffocati si innalzano della mia esile figura raggomitolata.
E sono stanca.
Voglio solo…vomitare.
Lui e tutta la sua maledetta perfezione.
E so che non ho bisogno di altro.
Un urlo si solleva nel silenzio.
Un grido straziante, contenente il mio cuore.

Perché in fondo, una donna non è nulla senza l’uomo che crede di amare.

***

Il cielo è invaso da enormi nuvoloni grigi, e le prime gocce di pioggia cominciano a tracciare il loro corso sulla mia pelle.
Nascondendo le mie lacrime.
Ho appena chiuso la porta della mia vita alle mie spalle.
E so che ho perso.
Ora lo so davvero.
Ho perso l’unica donna che non potrò mai più avere.
Ho perso….lei.
E non c’è modo di averla indietro.
Perché sono uno stronzo, un bastardo, un puttaniere.
Sono…al diavolo!

Alzo il bavero dello spolverino di pelle nera che mi riveste e mi incammino verso l’auto.
C’è ancora il suo odore dentro.

La pioggia diventa più forte.
Batte senza sosta dappertutto.
Come a sottolineare qualcosa che già so.

Allora ti prego.
Lava tutto via.
Fai scomparire tutto.
Perché fondamentalmente, un uomo, non è niente senza la donna che sogna da una vita.


Capitolo 14

Quando i sogni ci conducono in regni lontani, la realtà è sempre lì per riportarci indietro…


I miei occhi vagano per la stanza, ed è come se sognassi…
Tutto si fa sfocato, indefinito. Quasi oscuro…
Eppure, tra questa nebbia, un’immagine chiara mi appare, cominciando a scostare la fitta foschia, ed avvicinandosi sempre più a me…
Non ho bisogno di raggiungerla.
La mia mente è completamente rapita da questo strano angelo caduto per caso.
Un giorno, per caso.
Un pomeriggio, per caso.
Un sorriso, uno sguardo, una battuta, per caso.
Ecco come è entrata nella mia vita.
Prepotentemente, selvaggiamente…completamente.
Lei.
Quell’angelo.
Lo stesso al quale ho tappato le ali.
Lo stesso al quale ho reciso la voce.
Lo stesso al quale ho trafitto il cuore.

- Ci vuoi la marmellata?-

Cosa? Marmellata?

La mente e le sue stupide trappole.

- Ehm…si grazie.- sono distratto, perso nei pensieri di una vita.
E lei mi guarda interrogativa e io, nel profondo, le rivolgo la mia muta richiesta.
Non tentare.
Non cercare di capire a cosa penso, cosa voglio, la ragione per la quale vivo.
Non ci riusciresti.
Perché è da tanto ormai che hai smesso di sognare….

***

Polvere.
Così tanta.
Simbolo di una vita.
Forse non ci avevo mai pensato in questo modo.
Voglio dire, magari, la vedevo semplicemente come una matassa grigiastra da rimuovere.
Invece, è …vita. La mia.
Come un album di fotografie.
Come i ricordi.
Come…la puzza nell’armadio della nonna o le notti insonni caratterizzate da incubi costanti.
Quasi come un libro.
Ecco. Esatto.
Un libro con all’interno pagine e pagine di storia. La tua.

Il salone ne è stracolmo…

Chissà perché, ma quando sei….triste, spolverare ti tira sempre su di morale.
È come se quel semplice, futile gesto, spazzasse via una brutta giornata, un mal di testa, un….amore finito…

Il telefono squilla bruscamente.

E il mio cuore perde un battito.
È come se il tempo si fermasse e nelle mie orecchie risuonasse la stupida musichetta dell’apparecchio in funzione.
Ed ho paura.
Tanta che comincio a tremare.
Gli occhi si fanno lucidi.
Il respiro accelera.
Le gambe si muovono lente.
E so, con certezza,che non voglio rispondere.
Forse sono una codarda, ma---

È Xander.

Il suo numero appare sulla schermata, lasciando un respiro, trattenuto forse troppo a lungo, fuoriuscire improvvisamente.

Rispondo.
- Ehi Buff! Dove sei finita?- la sua voce è allegra…
- Hey! Ehm…sai…tra gli impegni vari…-
- Capisco! Ricevuto il giornale? O se lo sono fregati un’altra volta?-
Il giornale….
Oddio…è come una persecuzione ….
- Si. Grazie. È stato…carino da parte tua…- un grazie detto forse troppo in fretta…
- A tua disposizione boss! Senti, che ne diresti di una serata al Bronze stasera? Un bel ballo, una sbronza decente e una svedese nel letto? Ehm…dimentica l’ultima parte…-
- Ehm…non so Xander. Non è come se fossi al massimo della gioia! Insomma, preferirei stare a casa…-
- E dai! Viene anche la mia scusa-se-non-te-l’ho-detto-prima ragazza Faith. E poi ci sono Willow ed Oz!-
- Tu e Faith?-
- Beh…è stata colpita dal mio fascino intrinseco!-
- Intrinseco?-
- Lascia stare…passo troppo tempo con Willow! Allora?-

Willow ed Oz…Xander e Faith…
Ognuno di loro è al massimo della felicità e dell’entusiasmo.
Ed io sono qui a spolverare tentando di cancellare una bugia durata una settimana…

- Senti Xander…sarà per un’altra volta…e poi, stasera ho un impegno-
- Ok…non insisto! Allora ci si vede Buff!-
- Ci si vede! Ciao-

Riattacco.

Ci sono momenti della vita in cui vorresti essere aria.
Trasparente, vuota, sola…

***

Due mani si muovono agevolmente sulla liscia superficie.
Dieci dita tracciano la loro via sui lucenti tasti di un pianoforte a creare una canzone già nota.

Le note scorrono, componendo una melodia sconosciuta eppure antica.

Persino la luna alta nel cielo osa danzare sullo strumento al centro dell’ampia stanza, udendo la passione di uomo di nero vestito, giacere in tale creazione…

È tempo.
In fondo cos’è il tempo?
Un inutile ticchettare di lancette? Un tappeto rivolto verso l’infinito?
No…
Il tempo è...
È tutto ciò che ci concede di essere ciò che siamo e ci lascia compiere le nostre azioni.
Allora, è un amico? Un compagno? Un alleato?
Talvolta.

Talvolta no.

Talvolta segna soltanto gli ultimi istanti di un sogno.
Talvolta stabilisce la barriera della felicità.
Talvolta… condiziona la nostra vita.

Per sempre…

Lo fa sotto forma di un tramonto.
Di un temporale.
Di una malattia.

Oppure, semplicemente attraverso un aereo pronto a partire…

***


Eccola infranta.
Quella stupida promessa di un giorno lontano.
Ora è definitivamente distrutta.
Pensavo davvero di poterla mantenere.
Che sarebbe stato facile.
Solo che….eccomi qui.

Ancora una volta a camminare per questi angusti corridoi.

La mia mente viaggia…
Ricordi di paura, delusione, rabbia si fanno strada sempre più in me, solo osservando la porta massiccia che giace chiusa alle mie spalle.

Il cartello è sparito.
Un manifesto al suo posto regna sovrano nella bacheca all’ingresso.

La grande serata.

“Le consiglio la mia esibizione lunedì sera. Sarà molto emozionante.”

Parole.
Ricordo quanto le odiai. Il fuoco che mi bruciava dentro quando le udì.
Ed in quel preciso istante, sentì di detestarlo. Con tutta me stessa.

È arrivata.
Stasera.
Ed io, invece di farmi beffa di lui sono qui.

Fa male.
Deve.
Ma devo anche io.
È necessario che cresca e metta da parte ogni paura ed ogni sentimento estraneo al mio scopo.
In fondo, è giusto che consegni il lavoro.
E lui, mio malgrado, ne fa parte…

Un chiacchiericcio si leva dalla stanza accanto all’ingresso,violando l’antipatico silenzio allora presente.
Centinaia di posti occupati da uomini e donne di ogni genere.
Lussuose tende porpora a cingere un vasto insieme di abiti sfarzosi e lucenti.
Il sipario, un’ombra lontana.

Dovrei incamminarmi.
Trovare un posto a sedere.
Cercare di sopportare una tortura simile almeno un altro po’.
Poi fuggirò.
Senza lasciare traccia.
E sarà allora che piangerò tutte le mie lacrime.

Scosto il pesante tendaggio intenta ad incamminarmi, quando…

Una melodia.

Giunge alle mie orecchie come un sussurro portato dal vento.
Come un richiamo.
Il pianoforte suona senza sosta.
Delicatamente guidato da un grande maestro.

I piedi si incamminano da se.

E quel giorno mi invade completamente.

Un leggero vestitino mi avvolge mentre la rabbia mi governa.
E mi incammino da lui.
Lo prendo senza riserve.
Lo faccio mio.
Lo bacio.
Lo ottengo.
E la sua canzone ci abbraccia…

Memorie…

Riaffiorano senza che nessuno le desideri.
E pungono. Come mille attizzatoi incandescenti sul mio corpo nudo ed inerme.

Il tappeto rosso segna il cammino ardente e ancora lungo.
Un susseguirsi di note mi conduce lì dove so di non voler andare.
Ed ho paura.
E vorrei baciarlo ancora.
Vorrei toccarlo.
Farlo mio.
Emozionarmi ancora solo guardandolo.
Ma…Non posso.
Perché lui non è mio.
Perché è stato tutto un sogno.
Un meraviglioso, crudele sogno.

Una porta troneggia fiera al termine del corridoio.

E lo sento.
Sento il suo calore.
La sua passione.
Sento…lui.

Nonostante la distanza, riesco a toccarlo.
Nel profondo.
Proprio come lui, inconsapevolmente fa con me…

E non ho bisogno di sentirla.
La sua canzone è dentro di me.
Ancora una volta…

 
Oceans apart day after day
And I slowly go insane
I hear your voice on the line
But it doesn’t stop the pain

Un raggio di luna illumina il mio volto e l’intera stanza.
Mentre io, immobile, sul varco, a sentirti cantare.

If I see you next to never
How can we say forever

Il tuo cuore piange ed io riesco a percepirlo.
L’abito calza a pennello rivestendo quel corpo che tanto a lungo ho desiderato.
Ed ora…vorrei solo poterlo sfiorare.

Wherever you go
Whatever you do
I will be right here waiting for you
Whatever it takes
Or how my heart breaks
I will be right here waiting for you

Osservo.
Osservo e piango.
Senza quasi accorgermene, calde lacrime rigano il mio volto.
Perché nel profondo, so che non dovrei.
Perché nel profondo, sento che tutto ciò è per me.

I took for granted, all the times
That I thought would last somehow
I hear the laughter, I taste the tears
But I cant get near you now

E non riesco a fermarmi.
Vorrei poter smettere di soffrire, di pregare, di sperare…
Vorrei poter smettere, ma in qualche modo…so che non ci riesco…

Oh, cant you see it baby
You’ve got me going crazy

Wherever you go
Whatever you do
I will be right here waiting for you
Whatever it takes
Or how my heart breaks
I will be right here waiting for you

I tuoi occhi sono chiusi e tutto ciò che vorrei fare ora è mostrarli al mondo.
Dischiuderli e lasciare che incontrino i miei, troppo lucidi e stanchi…

I wonder how we can survive
This romance
But in the end if Im with you
Ill take the chance

Non promettere.
Ti prego…
Non illudermi quando sai che non mi aspetterai…
Quando sai che è tutto un flash nelle nostre vite…

Oh, cant you see it baby
You’ve got me going crazy

Wherever you go
Whatever you do
I will be right here waiting for you
Whatever it takes
Or how my heart breaks
I will be right here waiting for you

Maledizione, e io lo sapevo.
Tu lo sapevi e mi hai ingannato.
Hai catturato il mio cuore ed ora…non c’è possibilità di liberarlo dalla tua presa…

Nonostante le illusioni, le fantasie, siamo solo io e te.
In qualcosa di troppo grande…

Le tue mani si staccano da pianoforte all’improvviso…
Sospese nell’aria. Immobili.
E ora so…

So che mi senti.
Il mio odore così pieno di te.
Il mio vestito scintillante ma spento.
Il mio cuore infranto eppure palpitante.
Immobili.
Come non lo siamo mai stati.

Lentamente, scendi dalla seggiola.

La tua figura in piedi mi da le spalle.
E vorrei con tutta me stessa poterti solo guardare in viso.

È un istante.

Il sogno diventa realtà…

Ti volti.

Mi fissi.
Ti fisso.

Immobili.
Come lo siamo sempre stati.


Chiudo gli occhi.
L’aria attorno a me è fresca e stanca.
Tende antiche svolazzano allegramente dalla finestra dinanzi a me.
E io sono qui seduto.
Immerso.
E le lascio semplicemente…scorrere.
Una dopo l’altra si susseguono.
Il cuore si scalda.
Il battito accelera.
Le dita giocano sui lievi tasti.
Una melodia nasce.
Senza pretese, senza fretta, vola piano nella stanza.

E canto.
Piango.
Sorrido.
Gioisco.
Tutto, in un solo, unico e delicato tocco.

Parole complesse, amare, invadono la mia mente.
Parole legate ad una vita ormai lontana.
Eppure mai scomparse.
Come potrebbero?
Come si può cancellare tutto in un solo gesto?

E le vedo. Le sento. Ovunque.
Le note.
Le dolci, appassionate note dell’amore.
Quello di una vita.
Quello che sognavi quando avevi otto anni.
Quello che cercavi quando ne avevi sedici.
Quello che volevi quando ne avevi venti.
Quello che ottenevi e poi perdevi in un solo istante.

Quello…

Tante volte mi aveva sfiorato.
Troppe.
Ma forse, non l’ho mai realmente assaporato…

Sono qui a suonare, a muovere le mie leggiadre dita su questo strumento.
E…devo star sognando.

Un profumo…mi…avvolge.
Mi cattura…

Vaniglia.

Mi interrompo. Come se avessi toccato qualcosa di bollente e mi fossi bruciato, allontano bruscamente le dita e mi alzo in tutta la mia altezza.
E…ho quasi paura.
Perché potrei svegliarmi da un momento all’altro. Perché potrei capire che, forse, mi sbaglio.
Perché potrei vederla.
E so che…non resterei indifferente.
So che il mio corpo fremerebbe nell’attesa di toccarla, che la mia voce tremerebbe al pensiero di parlarle, che il mio cuore morirebbe al pensiero di sfiorare il suo…

Eppure eccomi qui.
Immobile.
Come non lo sono mai stato.

Lentamente mi volto.
Immagini sfocate mi appaiono.
Si, devo star sognando.
E allora mi chiedo dove sia il confine tra sogno e realtà.
Dove termini la linea. Sottile eppure sempre presente.

Perché i miei occhi non realizzano.
Perché non può essere vero.
Perché…non ho mai visto essere umano più bello…

Un ricco abito dorato la riveste.
Cinge la sua vita, la sottile curva dei suoi seni, le sue spalle…
E si apre, come un ventaglio lucente e di rara bellezza verso le gambe lunghe e lisce.
I suoi piccoli piedi coperti dall’ampio strascico…
Pezzi e merletti sono dappertutto su di lei, e io, Cristo, penso che tale bellezza sia solo la metà di quanta meriterebbe. Un frammento…
Un bracciale semplice arricchisce il suo piccolo polso, ed una collana le impreziosisce il collo candido.
E credo…di non aver mai assaporato tanta grazia, quando…

Incontro i suoi occhi.

E più niente è importante.
Non i suoi morbidi riccioli trattenuti. Non la sua pelle morbida e scoperta. Non le sue labbra dolci e proibite. Niente di tutto questo.

Io…la guardo.

E l’unica cosa di cui sono certo è che non è mai esistito un gioiello più prezioso del suo sguardo.
Nessuno smeraldo varrebbe la lucentezza di due semplici occhi.
I suoi…

E sono estasiato…da lei…

E senza ombra di dubbio so che non esiste nessun altro posto a questo mondo nel quale vorrei essere.
Perché qui c’è semplicemente lei.

E questo basta.

Perché non vorrei saper volare, vedere ogni cosa, sentire ogni cosa.

Perché l’unica cosa che vorrei è poterla amare.

Perché la felicità si ottiene immaginando, distogliendo lo sguardo dalla realtà…ma mi basta stare con lei per ottenerla.

Lentamente, come un bellissimo angelo avanza verso di me a testa bassa.

Poi solleva lo sguardo.
E io mi ritrovo a perdermi ancora nel suo.
Come rapito…
Senza alcuna capacità di scelta….

-Ciao William.-

Mi sorride.
Accenna appena un saluto.
E so che vorrei stringerla e non lasciarla mai andare, ma mi limito a sussurrare ricambiando.
Dio, lei è così…

- Sono venuta per una recensione. Per l’articolo. E per…assistere.- le sue labbra si plasmano appena in un lieve riso. – La grande serata è arrivata finalmente. E io ho pensato di…-

-So che sono un mostro- è come risvegliarsi da un sogno e cadere in un terribile, rosato incubo.
Mi guarda sorpresa.
Dischiude appena le labbra e diviene seria, fissandomi.
- Ma tu continui a trattarmi come un uomo e questo è…-

- Lo so…-

La testa china.
Una consapevolezza troppo a lungo celata.
L’incapacità di sollevare gli occhi.
Ma io ho bisogno di lei.
Del suo sguardo.

Lentamente la mia mano si muove a sollevarle il mento affinché mi guardi e sento che potrei…morire per quel piccolo contatto con la sua pelle…

-No! Tu non lo sai.
Io sono qui che…ti guardo,ti tocco, aspiro il tuo profumo…e sento che potrei morire se non ti bacio adesso. Solo che…

- Non puoi…-

E c’è tristezza.
Solo assoluta tristezza e rassegnazione in noi…

- Già…non posso…-

I nostri capi chini, la mia mano che sconfitta ricade lungo il fianco, il cuore infranto in mille pezzi…

E fa male.
Più di quanto avrei voluto, sperato, immaginato…
Fa male da morire…

Gli occhi bruciano, la mente è confusa.
Ma…lei deve sapere…

- Domattina, dopo lo spettacolo, lascerò il paese.-

È come un peso al cuore che si dissolve. Come un macigno trattenuto chissà quanto sulle spalle.
Improvvisamente…viene fuori.

Solleva lo sguardo.
Smarrita.
Confusa.
Sola.
Perché lo si è sempre quando la verità ti colpisce.
Perché non importa quante migliaia di persone ti circondano.
Sei sempre, comunque sola.

I suoi occhi incatenati ai miei nella speranza di congelare quest’istante troppo breve.
Una muta richiesta senza risposta aleggia attorno…
E sento che comprende.
Il dolore.
Lo stesso che provo.
Lo stesso che ho sentito tante e tante volte da quando è uscita dalla mia vita.
Lo stesso che mi squarcia proprio adesso.

E vorrei abbracciarla. Baciarla. Sentirla.

Ma…non posso.

Una lacrima solitaria scende ad imbrattare il suo volto puro ed etereo.
Vorrei che un bacio la asciugasse.
Che una mia carezza la placasse.
Che il nostro amore la spegnesse.

Ma…

- Allora…addio, William…-

Non posso…

E ora lo so. È finita. Lo è davvero.

Il suo saluto mi arriva nell’animo, deturpandolo nel profondo.
È dolce, leggero, semplice, eppure infinitamente crudele e spietato.

E allora addio, amore mio.
Non te ne andare.
Non lasciarmi.
Non riuscirei a…

I miei occhi vagano su di te, nella speranza di memorizzare ogni cosa.
I tratti del tuo volto.
La lucentezza dei tuoi occhi.
La bizzarra forma del tuo naso.
Il neo vicino al sopracciglio destro.
I tuoi capelli di grano.
Il calore che emani.
Tutto.
Ogni cosa.
Ogni particolare.
Ogni…dettaglio.

E sollevo la mano.
Perché vorrei carezzare un’ultima volta la tua pelle di mandorla, sentirla sotto il mio tatto.

Ma…
Tu sgusci via.
Sgusci via da me.
Dalla mia vita… per sempre.

Con una semplice unica lacrima lungo il volto.
Con un sofferto addio.
Con un dispiacere troppo grande.
Con un muto, insopportabile silenzio.

***
Silenzio.
Ancora silenzio.
Dov’è finito il fastidioso chiacchiericcio di grasse dame? Di galanti gentiluomini?
Scomparso.
Solo…silenzio.

E dentro io vorrei urlare.

Le mie gambe corrono, scappano, fuggono.
Il respiro accelera, il cuore pare al punto di scoppiare, le mani tremano ancora.
Così come tremavano le sue quando mi accarezzava lentamente una guancia.
Così come tremavano quando sconfitte ricaddero sul fianco.
E io mi affretto.
Perché devo andare via.
Da tutto ciò che mi ricorda lui.
Ho bisogno solo di correre. Correre. Correre ancora.
Perché se tornassi indietro sarebbe la fine.
Perché se mi fermassi ad asciugare le sue lacrime non ce la farei.
E so che resterei…alla fine…resterei.

No, non può accedere…

E quindi non importano le mie lacrime, le sue pozze azzurre risplendere come trattenenti una furia.
Niente di tutto ciò importa.
Perché ormai è passato. È tutto passato.
Ogni istante che credevo di vivere con lui era menzogna.
E allora perché non posso mentire a me stessa anch’io dicendo che non mi importa?
Che non me ne frega niente di tutto ciò che è successo.
Che posso tranquillamente uscire dalla sua vita senza rimpianti.
Che posso, per una volta…ignorarlo.
E andare avanti.
Dimenticando.
Perché so che la verità sarebbe troppo dura da sostenere.
Perché so che cadrei e nessuno se non lui potrebbe rialzarmi.

La cosa più brutta quando si soffre è avere costantemente la consapevolezza dentro di se che l’unica persona in grado di guarirti è la stessa che ha causato il tuo dolore…

E allora, corri!
Scappa codarda.
Perché non hai altro.

Il corridoio è senza fine.
Porte e stanzette osservano il mio vestito dorato svolazzare e mi deridono.
Il tappeto rosso non vuole saperne di fermarsi.
Come se tutto ciò non fosse già abbastanza.

Manca poco. Una porta massiccia bianca mi si para davanti, a meno di venti metri di distanza.
La stessa che detesto, ma che ora pare la mia ancora di salvezza.

E mi avvicino sempre di più.
E il fiato comincia a venire meno. La mente diviene annebbiata dal solo desiderio di fuga. E…

Mi blocco.
Come se qualcosa che ancora non conosco avesse attirato la mia attenzione.
I miei occhi cercano qualcosa che, nel profondo, so di non voler vedere.
Ed invece, proprio come nei peggiori incubi, questa mi si prospetta dinanzi.
Ed è…

Bella.
Bellissima.
Perfetta.
Pare una principessa al centro di tanta folla. Eppure, sarebbe impossibile cadere in errore. Pur non conoscendola. So chi mi trovo dinanzi.
Lei.
L’altra.
O forse, sarebbe più corretto che mi definisca io in tal modo.
Un lungo, meraviglioso abito nero la fascia. Uno strascico nero la segue, come un innamorato che cade ai piedi di tanta bellezza e classe.
Un bordo di pelliccia riveste la sue spalla sinistra, coprendo in parte il peccaminoso decolté.
Una borsettina si agita mollemente nelle sue mani, curate e laccate di rosso.
Un enorme anello scintillante fa bella mostra sul suo dito, accompagnato da una maestosa collana e da orecchini pendenti di singolare valore. I capelli sono raccolti in uno chignon di alta tenuta, e un trucco impeccabile non fa altro che mettere in risalto il suo angelico volto.

E ora comprendo.

Capisco tutto.
Improvvisamente ogni cosa è chiara e limpida nella mia mente.
Perché lei? Ma come ho fatto a domandarmelo?
È semplicemente perfetta.
Una dea di nero vestita che ancheggia sensualmente e sorride illuminando l’intero salone.
Circondata da uomini di ogni genere eppure per niente in imbarazzo.
Perché lei è superiore ad essi.
Perché non ha niente da temere.
Perché è migliore.
Migliore di me.
Molto più bella. Raffinata. Curata.
Dalla sua capigliatura, non un singolo ciuffo si azzarda a discendere lungo il volto.
Ed è sicura di se. Affascinante. Bellissima.
E io? Io sono la stupida giornalista di quartiere.
E lo so. So che non dovrei paragonarmi a lei, ma mi è inevitabile… Perché mi è impossibile crederla accanto a lui. Abbracciata a lui. Avvinghiata a lui.
Eppure è così.
Lei sorride fiera di essere meravigliosa. Orgogliosa di mostrare al mondo la sua maschera.
E allora perché io sono distrutta? Perché fa tanto male? Perché mi sento impotente ed incapace di tutto? Perché mi sono sentita la sua puttana?
La realtà è questa.
Lei, così sicura di sé è sua moglie.
Io,nella mia stupida ingenuità, ero la sua puttana.

Un liquido amarognolo inumidisce le mie labbra, e solo allora mi rendo conto che piango.
E mi chiedo come mai.
Non dovrei, eppure lo faccio.
Forse perché per una volta nella mia vita, non so più sicura di niente.

Un microfono richiama al silenzio.
Le luci si abbassano e lei volta lo sguardo verso il palco. Lì dove tra poco ci sarà lui.
Il suo lui…
E io esco.
Non sopporterei di vederla applaudire, soffiargli baci volanti, sorridere alle sue melodie, sapendo che sono dedicate a lei.
No…
E allora esco.

L’aria pura e fresca della sera entra nei miei polmoni, e sputa fuori ogni marciume in essi.
La luna splende ancora nel cielo.
E penso, quante cose vede lei?
Lì…la notte, come una dolce sentinella per i giovani innamorati.

Quanti amori avrà visto sbocciare.
Quante passioni avrà cullato.
Quanta felicità avrà visto svanire.

Il taxi si ferma e io vi salgo.

Chiudo gli occhi appoggiando la testa al sedile e lascio cadere le lacrime.
E vorrei che piovesse per non sentirmi sola.
Vorrei essere già nella mia casa sotto le coperte.
Vorrei essere con i miei amici in un confortevole abbraccio.
Vorrei tante cose, ma purtroppo, pare che i desideri di questi tempi siano solo tristi utopie…

Capitolo 15

Che strana tonalità di giallo.
Più osservo questi muri, e meno riesco a comprendere il loro vero colore.
Eppure per quanto misterioso, l’ho sempre apprezzato.
Quel senso di pace, di freschezza, di…estate.
Ecco, un senso di estate.
Quante ne avrà viste trascorrere. Quanti racconti, segreti, fiabe avrà udito in tanti anni.
Quante persone avrà amato ed odiato.
E io, non ho avuto neanche il tempo di affezionarmene.
Talvolta mi dico che una settimana è un periodo troppo breve per stare in un posto.
E quando i giorni passano, è inevitabile cominciare a fare il conto alla rovescia.

So…che tutto questo è solo un passaggio.
Un breve spiraglio nella mia vita.
Questa stanza.
Queste mura.
Questo letto.
Abbastanza comodo.
Ha cullato i miei incubi, sogni, parte dei quali avverati.
Eppure, non posso impedire a me stesso di rattristarmi per il semplice fatto che li sto abbandonando.

È stranissimo.
Non so perché. Ma quando devi partire fai in modo che la tua mente memorizzi ogni minimo dettaglio come se ne andasse il ricordo di ogni attimo trascorso lì.
E improvvisamente ti accorgi del chiodo lasciato sul muro, sul quale certamente un rigido quadro era adagiato; della macchia di olio sulla parete opposta; della striscia nera sul pavimento.
Eppure in una intera settimana, preso dai miei impegni, non ci avevo fatto neanche caso.
E ora, è come se avessi davvero realizzato di stare qui.
È come se il mio stomaco brontolasse non volendo più lasciare questa vista mozzafiato del terrazzo.
Lo stesso che aveva visto assieme a me tante albe, piogge, romantici tramonti.

E ora, non mi resta che svuotare tutto.
In attesa che qualcun’ altro colmi ancora una volta il vuoto di questa deliziosa villetta in affitto.

Armadi.
Mobili.
Cassetti.

Valige spalancate in attesa solo di essere riempite ancora una volta per seguire la strada di Los Angeles.

È incredibile quante schifezze riusciamo ad accumulare in un cassetto.
Quando poi lo apriamo, ci rendiamo sempre conto di non conoscere la metà delle cose che contiene.
Strani scherzetti della mente.

Cartacce, orologio, cellulare, scontrini.
Uno scontrino di un gelato.

Quel gelato.

Lo scontrino testimone di un giorno ormai perso.

E non se ne vanno neanche se li cacci.
I ricordi ti seguono e arrivano quando vogliono.
Senza preavviso, senza bussare.
Talvolta basta un’immagine, talvolta un semplice scontrino.

E lo rivedo.
Quel meraviglioso pomeriggio.
Era da tanto che la spensieratezza non mi travolgeva in quel modo.
Ero semplicemente…felice.
Un uomo e una ragazza mano nella mano vagando da un negozio all’altro senza sosta.
Sorridendo, guardandosi, scherzando.
Perché eravamo felici.
E perché infondo quando lo sei tutto il resto non conta.
Ci sei solo tu e la persona che ti rende tale.
Solo io e lei.

Papà, ti muovi! La macchina per l’aeroporto è arrivata.-

Dawn, sulla soglia, le braccia incrociate al petto, mi riporta sulla terra.
Un top cortissimo la copre appena, tanto quanto basta per concedere al pudore di prendere il sopravvento. Un jeans aderente le riveste le lunghe gambe, e una molletta rossa aleggia tra i suoi capelli castani. Gli occhi azzurri mi guardano spazientiti, e un sospiro fuoriesce dalle labbra appena socchiuse.

- Papà!

- Ehm…si, si arrivo.

Chiudo velocemente la valigia.
La sollevo, e mi avvio alla porta.
Torno indietro a fissare un’ultima volta l’ambiente ormai spoglio.
Sospiro.
Solo allora mi accorgo che nella mia mano riposa ancora quel piccolo pezzo di carta lucida.
Gelato.
Solo un gelato.

Lo guardo.
Lo muovo sul mio palmo a sentirne la consistenza nulla.
Lo accartoccio.
Lo getto. Lontano. In un punto imprecisato di quel pavimento macchiato.
Mi volto. Do le spalle a tutto.
Afferro la maniglia e vado via.

Ed una porta si chiude dividendomi da quel frammento di ricordi per sempre.

***

Perline e swarovski dappertutto. Pailette beige che scintillano creando riflessi dorati sulle mura spoglie di fronte all’enorme scatolone ai miei piedi.
Era pieno di polvere, riposto in un armadio, nascosto dal mondo.
E ora, dopo mesi , forse anni, è di nuovo aperto.
Cornici, vecchie pitture di mia madre, vasi, cartacce.
È incredibile come talvolta il tuo cervello rimuova completamente tutto il mucchio di roba che giace indisturbata in scatole come queste.

Il morbido tessuto si plasma sulla mia mano, che lo accarezza, salutandolo.
E così, in un attimo, il bellissimo vestito si trasforma in uno straccio piegato più volte senza cura, e accartocciato in fondo all’enorme contenitore di cartone.

È buffo.
Adoravo quell’abito.
Come modellava il mio corpo, come esaltava le mie curve, come fosse…semplice ma unico.
L’avevo comprato una sera, quasi senza pensarci, quando per caso l’avevo scorto, esposto in bella mostra in una vetrina di un negozio qualsiasi.
I miei occhi erano come catturati dai mille bagliori che emanava, e la mia mente volava senza sosta al giorno che tanto attendevo, il giorno in cui l’avrei indossato.
Beh…quel giorno è arrivato.

Ed ora sono qui, seduta con le gambe incrociate, una bandana sopra la testa ed un paio di comodi jeans a fasciarmi le gambe.
Eppure, non posso impedire a me stessa di pensare a quanto lo detesti.
Ricordo ancora le interminabili ore davanti allo specchio cercando un’acconciatura adatta ad eguagliare anche minimamente tutto quello splendore.
Lo stesso che solo pochi giorni dopo, in una triste serata di metà settembre, sarebbe diventato l’oggetto dei miei incubi.
Lo amavo.
Davvero.
Ed ora è solo un pezzo di stoffa piegato chissà come.
Perché lui l’ha guardato. Come volevo.
Perché lui l’ha apprezzato. Come volevo.
Perché lui non l’ha sfiorato. Come,nel profondo, pregavo.

Suppongo che la gente sia quasi divertente.
Il modo con il quale è capace di sbarazzarsi dei ricordi tristi, chiudendoli da qualche parte.
Non gettandoli, bruciandoli, abbandonandoli. Solo chiudendoli in un vecchio scatolone sepolto in soffitta.
No.
Non potrebbero mai separarsene.
Non lo ammetterebbero mai, ma è così.
Perché infondo è pur sempre parte della loro vita.
Quella parte che tanto tempo dopo, in una ridente giornata, riscopriranno e che li farà sorridere.

I miei occhi stanchi vagano per la stanza in disordine.
Il divano spiegazzato, il tavolino pieno di cartacce, il fuoco nel camino ormai spento.
Sarebbe ora di mettere un po’ d’ordine.

Il telefono, gettato tra le varie pieghe del divano, pare invitarmi ad usarlo.
Dio…
So che dovrei.
So che sono stata così stronza ultimamente.
Ma, con che coraggio mi rifaccio viva?
Con che coraggio afferro quell’apparecchio e chiamo la mia migliore amica?
Tutto questo tempo…troppo presa da me stessa, sono stata capace di dimenticare le persone davvero importanti nella mia vita. La mia unica famiglia.

Afferro il cordless e compongo un numero ormai poco familiare ultimamente.

Quante cose vorrei dire.
Quante dovrei dirne.
E improvvisamente la mia testa si riempie di domande alle quali, mio malgrado, non so trovare risposta.
Willow ed Oz stanno insieme? E come va Xander con il filippino? E Faith?
E dentro di me, mi vergogno.
Mi vergogno di aver accantonato tutto ciò.
Mi sono semplicemente dimenticata di loro. Di tutti loro.
E l’unica cosa che vorrei adesso sarebbe una bella serata film con gli amici che non sono più sicura di avere. Una manciata di risate con Xander. Un sacco di pettegolezzi stupidi con Willow.
Mi sono persa.
Ora lo so.

Il telefono squilla più volte, senza risposta.
Una voce metallica mi annuncia che Willow non è in casa.
Il bip parte e so che dovrei lasciare un messaggio.

- Ehm…Willow sono…io. Buffy. Senti, ti ho chiamato ma non eri in casa, così ho lasciato…
Ascolta, che ne diresti di una serata al Bronze stasera? Un po’ di ballo, quattro risate e una bella sbronza! Ti va? In ogni caso,quando torni richiamami….ho tanto da recuperare.-

Riattacco.
Ho davvero tanto da recuperare.
Un sospiro esce dalle mie labbra, e so di essermi lasciata il grosso alle spalle.
Ma…non è ancora tutto finito.
E questo lo so bene.

Poso il telefono e cerco di mettere ordine sulla scrivania, accatastando tutti i fogli in una singola fila.
Tutti a formare un enorme pilastro bianco candore.
Tutti….tranne uno.
O sarebbe più corretto dire tre.

Una spillatrice li ha fusi in un unico fascicoletto intitolato :

“William Shelby: un grande talento dietro un grande uomo.”


***


Bianchi. Neri. Mulatti.
Gente dappertutto. Uomini di ogni genere, altezza, peso, nazionalità.
Un grande spazio gremito di gente intenta ad attendere, circondata da bagagli colorati.

C’è il tizio del caffè. Quello che litiga con il barista per ottenere la tazza zuccherata tanto a lungo sperata.

C’è il tizio del bagno,che approfitta dei pochi momenti liberi per prendere posto in una interminabile fila lungo la toilette pubblica.

C’è il tizio del giornale, che tenta di intrattenersi con pagine bianche e nere, godendo delle calamità mondiali come passatempo personale.

E poi…c’è lui.
Il solito lui.
Quello che sta semplicemente lì, ore, ad aspettare che un altoparlante annunci il suo turno.
Come un paziente che va dal dottore, e agitatissimo prende posto nella sala d’attesa su una delle scomode poltrone, provando a distrarsi sfogliando una delle tante,vecchie riviste poggiate sul tavolino di fronte a lui.
Invano.
I suoi pensieri, le sue ansie, le sue paure, dominano su tutto il resto.

E lui è solo.

E allora non importa del tizio del caffè, del bagno, di quello del giornale.
C’è solo lui con i suoi pensieri.

Il mondo lo circonda eppure pare quasi che una enorme bolla di sapone lo racchiuda, isolandolo da ogni suono, ogni minimo movimento.
Perché non importa quanto la realtà possa essere chiassosa.
Nel suo isolamento, tutto è silenzio.

E lui…ne è consapevole…

Dunque cerca di concentrarsi sul bel tempo, solleva lo sguardo e poi sconsolato lo riabbassa.

Il sole splende alto, ma il buio dentro oscura tutto il resto.
Una verità ferisce il cuore sino ad infrangerlo in mille pezzi davanti alla folla, che , ignara, continua a calpestarlo, disintegrandolo sotto i tacchi a spillo.

E allora ti arrendi? Ti pieghi e piangi? Lasci che la tua mente si liberi? No…
No…
Non potresti.
Saresti solo un perdente.
Cederesti per la prima volta….
No…

Allora metti a fuoco le cose che caratterizzano la tua vita, cercando di riportare un po’ di serena quotidianità nel caos infernale all’interno.

Tua moglie.
La dolce figura della tua bellissima moglie. Poco lontana da te.
Solleva le mani e le sue labbra in rapido movimento suggeriscono una discussione in corso con la giovane adolescente di fronte a lei.
Non ne conosci il motivo. è irrilevante…
Sai solo che c’è tua figlia.
La tua snella, vivace, meravigliosa figlia.
La cui gioia ora, è oscurata come il cielo d’inverno.

E allora capisci.

Non ti piace.

La tua quotidianità….non ti piace.
Semplicemente non è più tua.
È come guardare un film alla tv.
L’attore principale muore, e tu non fai altro che spegnere sul più bello per evitare di versare quelle lacrime a lungo trattenute.
E preferisci scappare, evitare tutto ciò. In modo che non ti tocchi.

Ecco….non lo tocca.

E allora alzati!
Corri!
Vai via!
Infischiatene di tutto!
Realizza il tuo desiderio!

No…
Sei un codardo.

Perché infondo sai che non servirebbe a niente inseguire una realtà che non c’è.
Che…c’è stata.

E allora ti ostini a sognare.
A sognare quel giorno felice che tanto aspettavi.
Quello bramato dalla giovane età…
Quel senso di beatitudine…di completezza.
Quando sai che non ti resta nient’altro da desiderare.

Ma…il sogno è come una piuma calpestata dall’enorme masso della realtà.

Ed ecco che, improvvisamente, un altoparlante annuncia la fine di tutto.

La rassegnazione si fa strada in te. Raccogli la tua roba e ti alzi, dirigendoti a grandi passi verso quella vita che odi.

E ora sai che la piuma, ha davvero smesso di fluttuare nell’aria…


***


Una donna.
Percorre il corridoio lungo e stretto.
Proprio come tanto tempo prima.
Gonna nera di pelle aderisce perfettamente alle sue cosce piccole e magre, mostrando i chili abbondantemente persi durante la settimana.
Passo spedito, contornato da lucenti tacchi a spillo.
Giacca nera a fasciare un piccolo seno.
Ed una coda stretta e rigida a tirare i capelli biondi professionalmente.
Proprio come tanto tempo prima.

Ad un osservatore casuale parrebbe la stessa, identica donna.
Solo un occhio attento saprebbe cogliere la lieve differenza.

La luna alta nel cielo illumina appena l’ambiente, arrestandola dall’ imbattersi nelle numerose scrivanie presenti.

Una porta.
Si erge dinanzi a lei fiera, impedendole di proseguire.
La sua mano si solleva, raggiungendo la maniglia dorata e girandola con forza, sino ad aprire il massiccio uscio.

Un uomo, seduto ad una scrivania, intento ad amoreggiare con quella che sembrerebbe una sua dipendente, lancia uno sguardo nella sua direzione.

Tanto da dire…
Difficile farlo.

Incontra i suoi occhi e tace.

L’amante intenta a rivestirsi, e forse intimorita da tale silenzio, teme per la propria fama danneggiata e fugge via, raccogliendo la biancheria intima sparsa per l’ambiente.

Non una sola parola.
Quattro occhi che si fissano.

La donna solleva la mano, e solo ora l’uomo riesce a scorgere in essa una piccola cartellina giallastra.

Senza la minima traccia di un sorriso, lei la getta dinanzi ai suoi occhi.

L’oggetto spiegazzato pare accentuare il disagio.

Lo stesso che viene finalmente spezzato quanto l’affascinante signorina decide di lasciare la stanza senza cenno di saluto alcuno, non preoccupandosi di richiudere la porta alle sue spalle.

Il giovane dietro la scrivania, la cui camicia hawaiana spicca nella penombra della camera, distoglie lo sguardo dall’esile eppure orgogliosa figura che si allontana senza voltarsi, per concentrarlo sulla cartellina dinanzi a lui.

La apre, estraendone un fascicoletto scritto al computer, composto da un paio di pagine in complesso.

Alcune lettere, in cima risaltano nell’ampia macchia bianca del foglio.

“ PROGETTI SPECIALI: William Shelby: un grande talento dietro un grande uomo”

Apre una pagina a caso e legge, chinandosi prima ad accendere una piccola lampada.


“ In definita potremmo dunque dire, che la maschera che si ostina a mostrare a noi spettatori, non è altro che una forma di difesa contro una realtà talvolta opprimente. Eppure vi dico, cari lettori, che dietro tale enorme talento, giace nel profondo un uomo dall’animo nobile ed unico nel suo genere.
Pertanto senza dubbio alcuno, affermo che William Shelby è uno dei migliori pianisti della storia della composizione. Ogni sua melodia è come una chimera, che ci permette lentamente di distogliere l’attenzione dal nostro mondo colpendoci dritti al cuore. Pertanto la domanda sorge spontanea: qual è dunque il confine tra sogno e realtà? ”


Un sorriso si leva nella stanza, riscaldando in parte il gelo presente…

Fine


Invia un commento di feedback all'autrice di questa storia

:
:


Powered by thesitewizard.com