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24/05/2007
12/08/2007

In Your Eyes

by b_fly


Subject: AU (tutti umani).
Warnings:No.
Rating:NC17.
Genere: Romance.
Lunghezza: 21 Capitoli (27614 parole)
Summary: Ispirata dalla storia d'amore di "The Village" con Joaquin Phoenix e Bryce Dallas Howard. Buffy non vede, da molti anni ormai, ma capisce perfettamente. Capisce che William parla poco, ma ama tanto.
Disclaimer: Non possiedo niente, ecc ecc ecc.



Capitoli: 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 | 20 | 21

Capitolo 1

Elisabeth sedeva sugli scalini del porticato davanti della sua casa. Per un osservatore casuale, poteva sembrare che stesse scrutando tutto ciò che la circondava, in ogni minimo dettaglio. Ma un osservatore più attento avrebbe notato il bastone poggiato accanto a lei, a poca distanza, per poter essere raggiunto con una mano. Quel bastone le teneva compagnia da quando aveva dodici anni. molte volte si era affidata a lui, molte volte per la rabbia lo aveva scagliato via, passando poi delle ore per ritrovarlo usando solo il suo senso del tatto, ma alla fine ora non poteva farne a meno.

Ma ormai per tutti quelli che la conoscevano era cristallino che il suo istinto aveva prevalso su tutta la linea e che ora, seppur cieca, fosse più abile di molti giovanotti della sua età. Aveva 22 anni, era una ragazza sveglia ed intelligente a detta di tutti, gentile e disponibile. Forse la migliore fra le ragazze della sua piccola città. Era stata davvero una disgrazia quella che le era accaduta, suo padre Rupert aveva pianto per settimane. Ma poi iniziarono a ringraziare Dio che fosse viva, e visto lo splendido modo in cui si era ripresa psicologicamente, andarono avanti come se niente fosse.

Suo padre Rupert era insegnante di matematica del liceo. Da molto tempo aveva perso sua madre Joyce, nello stesso incidente in cui lei aveva perso la vista. Rimanevano lei e la sorella, a far compagnia al padre Rupert e ad aiutarlo.

Nonostante le difficoltà, Elisabeth era una ragazza molto solare, era una gioia starle accanto, diceva ogni cosa le passasse per la mente, era simpatica in particolar modo ai bambini del quartiere, un quartiere molto unito. Tutti si conoscevano, erano come un’unica grande famiglia e ogni festività o evento speciale veniva celebrato tutti insieme.
Del quartiere facevano parte la famiglia Rosemberg, in cui stavano la sua timida amica Willow e suo fratello Xander -frivolo e vanitoso all’estremo-, la famiglia O’Connel, la famiglia Darcy e qualche altra. È complicato spiegare come fossero diventati così uniti, cosa che in un vicinato non capita spesso, e nemmeno loro lo saprebbero dire. Ma ne erano molto felici.

Quella mattina Elisabeth stava seduta sul portico a guardare la gente che passava. Guardare… in modo tutto suo. Rupert la raggiunse e si sedette accanto a lei.
“Ciao papà”. Ancora si divertiva a stupire quelli che le si avvicinavano chiamandoli per nome. Anche se le bastava andare ad intuito, la gente si spaventava tutte le volte. Del resto la camminata da modella della sorella minore e il passo pesante di suo padre si potevano distinguere facilmente anche per chi non fosse abituato ad usare solo quattro sensi.
“Buongiorno, Elisabeth. Che cosa fai qui sul portico?”
“Osservo la gente che passa”.
A Rupert faceva ancora male, nonostante fossero passati dieci anni, sentirla dire così. Pensava che lei non si fosse ancora rassegnata alla sua condizione, ma si sbagliava.
“Tesoro mio, non pensi di starti facendo del male in questo modo?”
“In che modo papà?”
“Tu… non puoi vedere la gente che passa”
“Si che posso. Non ricordi? Non vedo come se fosse tutto buio, vedo… come se ci fosse molta nebbia. Tanta, tantissima nebbia. Ma alcune persone… trasmettono qualcosa. Come un’ombra colorata”
“Non pensi che sia solo la tua immaginazione a vederla così?”
“Certo. Vuoi sapere qual è il tuo colore?”
“Mi piacerebbe molto”
“Peccato, non te lo dico” si voltò verso di lui, approssimativamente, e gli fece una linguaccia sorridendo.
Al povero Rupert veniva spontaneo pensare che lei non si fosse del tutto rassegnata alla sua condizione di cecità, ma la verità è che era lui a non essersene mai abituato anche in così tanto tempo. Era anche andato da un analista per un po’ di tempo per questo, ne era venuto fuori che si sentiva responsabile per l’incidente. Ma era felice, perché stare accanto a lei gli riempiva il cuore di gioia. In quegli anni, dal giorno dell’incidente, dopo un primo periodo di rifiuto e di assestamento alla nuova condizione, non l’aveva mai più vista triste. Non si limitava a mantenere la sua dignità, si rendeva utile più che poteva.
Era sorprendente la voglia di vivere che aveva, e la condivideva con tutti.
“Ti sei offeso?”
“No, no.”
“Come mai hai smesso di pulire la cucina per venire qui?”
“Come sapevi che stavo pulendo la cucina?” Buffy sorrise. Incuriosire la gente era il suo divertimento preferito.
“Hai l’odore del detersivo per i piatti nelle mani”
“Già… a dire il vero avevo appena finito, non mi sono interrotto. E poi, tua sorella ha chiamato per dire che deve parlarmi di una cosa molto importante e sto aspettando che ritorni”
“Già. Forse le si è spezzata un unghia”
“Elisabeth, non era un commento felice”
“Chiedo scusa” disse sempre sorridendo. “Ad ogni modo, vorrà parlarti del nuovo ragazzo che ha trovato, come ogni settimana”
“Immagino anch’io. Ne cambia sempre più spesso ora che siamo a tre mesi dal ballo di fine anno della vostra università. E tu, hai intenzione di andare a quel ballo?”
“Non lo so. Non penso però.” Elisabeth aveva perso un intero anno scolastico a causa dell’incidente che aveva fatto, e gli anni scolastici da quel momento in poi li aveva seguiti nella stessa classe della sorella, un anno più piccola di lei, con un’insegnante di sostegno. Ora entrambe frequentavano l’università di Sunnydale, ed erano al secondo anno. Il ché significa che avrebbero potuto partecipare al ballo di fine anno, non essendo più semplici matricole. Ma Elisabeth dai ragazzi era sempre stata lontana, per proprio volere, non si fidava di loro, e non avrebbe mai voluto passare la serata a stare attenta che nessuno le si strusciasse contro. L’unico contatto che aveva con in ragazzi era quando le prendevano un braccio per aiutarla a scendere dei gradini, ed entro breve tempo aveva imparato a farlo da sola per evitare anche quello.

“Eccola che arriva, questo è il rumore della sua macchina” disse Elisabeth.
La macchina parcheggiò nel vialetto, e la sorella ne uscì di fretta correndo verso di loro, per quello che le permettevano i tacchi.
“Buongiorno, Harmony”
“Ciao, sorellona! Ciao papà! Entriamo, ti devo parlare!” sembrava proprio al settimo cielo, a giudicare dal tono di voce. Elisabeth non li seguì all’interno, tanto era certa che sua sorella avrebbe tenuto un tono di voce abbastanza alto da farsi sentire anche dai Rosemberg, a fianco.

All’interno di casa Giles. Harmony aveva braccato suo padre per assicurarsi la sua attenzione.
“Su, Harm, cos’hai da dirmi che ti porta tutta questa eccitazione?”
“Papà…” disse con il tono solenne, come se stesse per dirgli che si era fidanzata. “… vorrei chiederti il permesso di andare al ballo”
“Oh, e quindi suppongo che tu abbia trovato un giovanotto che ti abbia invitata” disse sorridendo. Non approvava certi comportamenti frivoli della figlia, ma le voleva bene come era giusto che fosse ed era contento di vederla così felice.
“Beh… a dire il vero… lui non mi ha invitata. Penso sia troppo timido, ma sono certa che vuole farlo! Così vorrei facilitargli le cose, ma prima volevo il tuo permesso!” disse riprendendo a sorridere come una barbie.
“Scusa se mi intrometto, ma non dovrebbero essere i cavalieri ad invitare le loro dame?” disse Giles confuso.
“Già, ma lui tiene il suo amore nascosto, voglio dargli l’occasione di svelarlo!”
“Oh, beh, se sei così certa di ciò che fai, hai la mia benedizione” disse sempre più confuso.
“Oh, grazie! Ti voglio bene papà!” gli disse abbracciandolo.
“E se posso permettermi, chi sarebbe il ragazzo in questione?”
“William Darcy”
“Ma Harmony, lo conosci da quando hai otto anni, da quando ci siamo trasferiti qui, e non hai mai mostrato il minimo interesse per lui…”
“Lo so, ma era perché il suo spirito così silenzioso e riservato mi confondeva, ora mi è tutto chiaro! Io ne sono innamorata! Lui è diverso dagli altri ragazzi, non è sciocco, non prende parte a giochi infantili come i ragazzi della sua età, è un ragazzo serio e buono!”
“Bene… allora, hai la mia benedizione” disse Giles rinunciando a capire il discorso della figlia, non abituato a sentirgliene fare di questa profondità.
Mentre Harmony usciva come una furia dalla porta, attraversando quasi di corsa il viale e dirigendosi verso casa Darcy, con tanta foga da rischiare di sbattere contro i bambini che giocavano lungo la strada, Rupert ricominciò a pulire la casa ancora interdetto.

William Darcy era un ragazzo molto particolare. Aveva 25 anni, ed era sempre vissuto in quel quartiere. La sua natura riservata e taciturna ha fatto si che non avesse molti amici, ma veniva ugualmente rispettato. Ad una prima occhiata poteva sembrare un ragazzo ingenuo, forse anche con dei ritardi, ma quelle poche volte che parlava faceva trasparire la sua intelligenza. Era un tipo furbo, molto silenzioso. Non era timido, ma nemmeno arrogante. Era raro vederlo sorridere, ma i suoi occhi blu trasmettevano tutte le emozioni necessarie, bastava saper guardare.
Andava anche lui all’università di Sunnydale, come ogni altro ragazzo della sua età.

Stava lavorando nel proprio garage, aveva lasciato il portone aperto per usufruire della luce solare e dell’aria pulita, quando entrò Harmony come una furia costringendolo ad alzare lo sguardo interdetto e sorpreso, aggrottando le sopracciglia.
Harmony si voltò verso di lui e gli sorrise.
“So che sei molto timido e non parli molto, ma ho visto gli sguardi che mi lanciavi e così sono venuta qui per semplificarti le cose. Mi sono innamorata di te, William Darcy, e se anche per te è così come penso che sia, allora ti invito a dirlo!” Harmony continuò il suo discorso senza prestare attenzione allo sguardo di William, con le sopracciglia aggrottate e le labbra chiuse. “Su, non nascondiamolo più, è una cosa di cui essere felici, che va gridata ai quattro venti! Allora smetti di nasconderti, e di quello che pensi!”
William, che per tutto il tempo l’aveva osservata come si osserverebbe un evaso dal manicomio, ancora non aveva detto una parola.

Trenta minuti dopo, in casa Giles, Harmony era sdraiata sul letto e piangeva a dirotto, mentre Elisabeth, seduta accanto a lei, cercava di consolarla.
Rupert, dal piano di sotto, continuava a pensare che più provava a capire le donne e meno ci riusciva.

Capitolo 2

Come ogni pomeriggio verso le cinque, Angel O’Connel venne a suonare al campanello di casa di Elisabeth. Per Angel, lei era la sua unica amica. Si conoscevano da quando a nove anni lei si era trasferita, ed erano sempre stati amici, già da prima dell’incidente. Al contrario di lei, Angel era pieno di ragazze, ogni femmina di Sunnydale dai 16 ai 26 anni aveva passato almeno una notte insonne a causa sua, la maggior parte di queste invece aveva passato notti insonni in sua compagnia. Elisabeth sapeva tutto di loro, lui le raccontava ogni cosa.
“Oh, buongiorno Angel. Penso che a Elisabeth oggi farà piacere un po’ della tua compagnia, è da circa un’ora che sta di sopra a consolare la povera Harmony…”
Harmony… già, Angel era stato anche con lei molto tempo prima. Ma questo non era necessario che Elisabeth lo venisse a sapere… probabilmente avrebbe rovinato la loro amicizia.
“Ora vado a chiamarla”
“La ringrazio signor Giles” gli sorrise.
Poco dopo Buffy scese dalle scale.
“Buongiorno, Angel” Elisabeth gli sorrise mentre lui le prendeva il braccio per aiutarla ascendere dalle scale.
“Caro amico, quanto ancora dovrò dirti che non è necessario? So farlo da sola”
“Non importa, continuerò a farlo lo stesso. Del resto un amico è colui su quale puoi appoggiarti. E tu puoi farlo nel vero senso della parola”
risero entrambi.

“Allora dimmi, cos’ha la piccola Harm oggi?”
“Sapessi, è triste perché ha aperto il suo cuore ad un ragazzo che non la voleva, e ora dovrà trovarsi qualcun altro con cui andare al ballo di fine anno”
“Non potrebbe semplicemente telefonare a uno dei cento con cui è uscita?”
Elisabeth rise
“Angel O’Connel, non è gentile da dire soprattutto da uno come te…”
“Ah si? E vediamo, chi è il ragazzo che ha osato rifiutare l’invito di tua sorella?”
“William Darcy” disse aspettandosi un commento.
“*Quel* William Darcy? William Darcy che abita sei case più in là? Ma se non lo ha mai considerato…” Angel si ritrovava ad essere confuso.
“Quando eravamo piccoli non voleva nemmeno giocare con lui…”
“Già, ma ora dice che aveva trovato l’amore…”

Ci fu un attimo di silenzio, poi entrambi scoppiarono a ridere.
“Oh, Dio, spero non ci abbia sentiti ridere troppo forte!” disse Angel.
“Secondo comandamento, ricorda, mai nominare il nome del signore invano!” dimenticava spesso questo di lei: non si poteva dire fosse una religiosa bigotta o ossessiva, ma teneva al rispetto dei dieci comandamenti, li considerava regole del buon senso oltre che divine.
“Già, scusami. Ehi, che ne diresti di andare a chiedere a William come mai ha rifiutato? Del resto, per quanto abbia fatto la scelta più sensata, non ha mai avuto ragazze per quel che ne so, è un comportamento insolito” Elisabeth sembrò pensarci su un momento.
“Mmm… d’accordo. A chi arriva prima?” sorrise.
“Si certo, ma non barare, d’accordo?”
“Angel O’Connel, ritira subito quello che hai detto, è un’accusa ingiusta e… quella non è tua madre?”

Angel si voltò dietro le sue spalle, e prima di ricordarsi che se anche sua madre fosse passata lei non avrebbe potuto vederla, Elisabeth aveva già iniziato a correre.
“Ehi, che avevo detto?” brontolò lui lanciandosi all’inseguimento.
In breve tempo la raggiunse e la superò, fermandosi davanti a casa di William. Lo vide seduto sui gradini del suo portico, che guardava per terra fumandosi una sigaretta, e lo raggiunse.
“Ciao William, allora, ho sentito che hai rifiutato l’invito della bella Harmony, come mai?” disse Angel sorridendo mentre Buffy li raggiungeva.

William lo guardò senza nessun’apparente espressione, poi Buffy li raggiunse e si sedette con tranquillità accanto a lui.
“Buongiorno, William” gli disse sorridendo.
William si voltò verso di lei. Poi Angel vide in lontananza la madre con le sporte della spesa che andava verso casa.
“Oh, scusate ragazzi torno subito!” corse ad aiutare la propria madre lasciando i due ragazzi da soli.

“Buongiorno Buffy” disse piano William.
“Già, mi hai sempre chiamata così, come faceva mia madre.” Disse lei sorridendo e continuando a guardare davanti a lei. O per lo meno a puntare lo sguardo. Mentre lui guardava lei e poi la strada.
“Non ho mai capito perché lo fai. Ma una cosa di te l’ho capita, sai?” disse, senza aspettarsi veramente che lui le chiedesse cosa, tanto non avrebbe detto niente, lo sapeva bene. E in fondo non le dispiaceva.
“Io so perché hai rifiutato mia sorella.” Disse sempre con lo stesso sorriso tranquillo. “Non vuoi sapere come lo so? Tanto lo avrei detto lo stesso. Ti ricordi quando ho fatto l’incidente?” William si voltò verso di lei. A Buffy non servivano gli occhi per sentirsi il suo sguardo addosso, così procedette.
“Certo che te lo ricordi. Mi ricordo che dal giorno in cui ho ricominciato ad uscire di casa, tu venivi e mi tenevi sempre la mano, o il braccio, mi sostenevi e mi conducevi dappertutto. Poi un giorno hai smesso. Così, improvvisamente. Una volta ero anche inciampata, ero quasi caduta a terra. L’avevo fatto apposta ovviamente, perché sapevo che mi stavi vedendo, ma tu non ti sei avvicinato” continuava a parlare sorridendo.
“Da allora non mi hai più nemmeno sfiorata”
“E con questo?” disse lui, nervoso, riprendendo a guardare per terra.

Elisabeth non si scompose, era certa che l’avrebbe detto.
“Sai, certe volte ci sono cose che vorremmo fare, ma che non facciamo per non far vedere agli altri cosa pensiamo. Ma io vedo la tua anima, William. Vuoi sapere di che colore è? Smettila di chiederlo, tanto non te lo dico” disse sempre sorridendo, felice.
William fece per parlare ma fu interrotto dal ritorno di Angel

Capitolo 3

I giorni per Elisabeth scorrevano lieti come sempre. Al mattino seguiva l’università, le era più facile del liceo perché doveva solo prestare attenzione alle lezioni, aveva una memoria incredibile, e agli esami un insegnante di sostegno scriveva le risposte che lei le diceva di scrivere. Apprendere la interessava molto, era sempre incuriosita dalle cose; ogni evento del mondo esterno, anche il più banale, era per lei più significativo che mai.
Il pomeriggio solitamente lo trascorreva nel quartiere. Molto spesso Angel la veniva a trovare e facevano passeggiate intorno alle case a salutare i vicini, ma se lui non veniva trovava il modo di riempire il tempo passeggiando per suo conto, leggendo libri in braille, o andando al parco per ascoltare i giochi dei bambini. Questi in particolare le mettevano una gioia fuori del comune, e ogni volta che ne aveva la possibilità andava alla scuola elementare in cui insegnava la sua amica Willow ad aiutarla con il doposcuola.
La sera le piaceva parlare per ore con suo padre di milioni di cose, lo trovava pieno di risorse, come se fosse stato capace di parlare per sempre di qualunque argomento, e talvolta aveva anche più entusiasmo di lui, “Elisabeth, tu mi fai invecchiare in fretta” le diceva sempre.
Non c’era nulla della sua vita di cui fosse scontenta, non rimpiangeva nemmeno la vista il più delle volte, perché il mondo è talmente pieno di bellezza da riempire la mente di una persona anche con gli altri quattro sensi.

Come ogni mattina si stava recando alla propria classe con la sorella.
“Lizzie, ho scordato la borsa in macchina!” gridò la sorella
“Harm, tesoro, puoi resistere un’ora senza lo specchietto, credo” sorrise Elisabeth, abituata ormai al comportamento eccentrico della sorellina
“Scherzi vero? Oggi voglio chiedere a Raley se verrà al ballo con me, non intendo rischiare di avere del mascara colato quando lo faccio! Tu… puoi trovare da sola la classe?” chiese con una punta di imbarazzo, ancora non del tutto abituata alla sua condizione nonostante gli anni passati.
“Non preoccuparti, sorellina, sai bene che conto i passi” la tranquillizzò lei.
“Perfetto! A dopo!” disse scappando in direzione dell’auto.
Elisabeth non poté fare a meno di sorridere di nuovo, la vitalità della sorella, per quanto frivola, era ammirabile. Anche se non capiva come potesse passare così facilmente da un ragazzo all’altro dandogli così poca importanza.
Sentendo i ragazzi intorno a lei affrettarsi capì che l’inizio della lezione era imminente e si diresse verso l’aula. ‘uno…due…tre…quattro…’ contava a mente i passi che la separavano dalla curva nel corridoio, e poi quelli verso la sua aula. Il bastone l’accompagnava, ma le serviva più che altro per non prendere contro ad altri ragazzi, ormai conosceva la zona. ’dieci…undici…’
“Guarda un po’ chi c’è qui” sentì una voce tremendamente arrogante dietro di lei, e scelse di ignorarla.
“Ehi ti sto chiamando!” continuava quella voce. Sapeva di chi era, quello spocchioso Parker, ogni tanto appariva e cercava di farla sentire a disagio per la sua condizione, ma lei non gli aveva mai dato soddisfazione. Probabilmente lo aveva solo fatto infuriare di più, ma non le importava.
Continuò a ignorarlo finché lui non l’afferrò per una spalla per farla voltare, probabilmente sapeva che essere fermati all’improvviso era orribile per i non vedenti, rischia di fargli perdere l’equilibrio.
Elisabeth riuscì ad aggrapparsi ad un corrimano, sapeva di essere accanto alle scale, così non cadde.
Ma era tremendamente infuriata. Odiava essere toccata, improvvisamente, soprattutto da estranei. Soprattutto da ragazzi estranei e invadenti.
“Cos’hai, sei sorda oltre che cieca?” la provocò. Sentiva distintamente i passi di un altro paio di ragazzi vicini e lenti. Forse credevano che lei non potesse accorgersi di loro perché non li vedeva. Magari sarebbero arrivati a toccarle improvvisamente le spalle per spaventarla, come i bambini dell’asilo.
“Parker, sto andando alla mia classe e temo di essere in ritardo” disse mantenendo una calma apparente.
“Ah si? E come fai a saperlo se non vedi l’orologio?” disse sempre più irritante
“Magia” rispose semplicemente lei ripartendo.
Nessuno la fermò. Per oggi se li era tolti di dosso. Come ogni settimana, quasi, ormai.
Ma la prendeva sportivamente, era come avere intorno una mosca fastidiosa che ogni tanto va allontanata con la mano.

Quel pomeriggio era a casa. Harmony aveva una lezione, suo padre era a scuola per un’assemblea dei docenti. Rimase per qualche minuto, o decina di minuti, sulla sedia a dondolo del portico davanti casa. Il problema più grande che aveva per via della sua condizione era la gestione del tempo, perché spesso si perdeva nel flusso dei propri pensieri ed è difficile dire con certezza quanto tempo sia passato dopo. In questo momento ad esempio stava pensando a quanto doveva essere divertente, seduta con i capelli sciolti, una camicetta bianca a maniche corte e una lunga gonna bianca che le arrivava alle caviglie, sulla sedia a dondolo doveva sembrare una di quelle vecchiette a cui piace trascorrere il tempo guardando chi passa per strada. Lei non guardava chi passava, ascoltava i rumori. Era primavera e c’era quel flebile vento che permette di sentire lo stormire delle foglie. Poteva udire i bambini dei Gilmore quattro case a fianco, Willow tornare a casa in bicicletta dopo il lavoro, William aggiustare qualcosa nel garage… chissà perché passava tutto quel tempo nel garage. Lo sentiva sempre, giorno dopo giorno, lui teneva il portone alzato per il caldo, e il rumore la raggiungeva.
Non sapeva più molto di lui da quando aveva smesso di aiutarla. A dire il vero lui non aveva mai parlato molto, e probabilmente era una delle cose che la incuriosiva maggiormente. Sapeva che frequentava come tutti l’università di Sunnydale ma frequentava un'altra facoltà, diversa dalla sua. Ma non aveva idea di quale, e del resto non lo aveva mai incontrato nei corridoi. L’avrebbe riconosciuto. Aveva anche sentito che faceva lavori di falegnameria, o che aggiustava cose, un tuttofare per pagarsi l’università senza gravare su sua madre Jenny. Ammirabile. Ma in fondo l’unica cosa che sapeva di lui era che da quando aveva smesso di tenerla lei non aveva più sopportato di essere toccata. Mai più.

“Buongiorno, Elisabeth. Immaginavo di trovarti fuori, ormai è primavera inoltrata” era Angel
“Buongiorno Angel, come mai qui?” gli chiese sorridendo.
“Come? Ormai pensavo che la mia amica non si sorprendesse più di vedermi arrivare alle cinque” chiese un po’ sorpreso.
“Certamente, ma oggi è martedì. Il martedì tu hai l’allenamento di football al campus” gli rispose.
Angel frequentava come loro l’università di Sunnydale, anche se era raro incontrarlo nei corridoi perché la facoltà di Scienze Motorie era lontana dalla sua.
“Già beh…” iniziò Angel con esitazione nella voce “per un paio di settimane non parteciperò agli allenamenti”.
Elisabeth aggrottò le sopracciglia “Angel, Angel, Angel… qualcosa mi dice che non è una tua scelta” lo prese leggermente in giro lei. Gli allenamenti per Angel erano sempre stati molto importanti, e lei lo sapeva, cercava di prendere l’argomento con leggerezza perché non gli pesasse troppo, povero ragazzo.
“Come mai ne sei così convinta, potrei essermi stancato…” rise lui.
“Tu non sei mai stanco, non ti ho mai visto stanco in vita mia” si unì lei alla risata.
“D’accordo, d’accordo. Diciamo che… sono stato invitato ad allontanarmi per un paio di settimane” rispose, incuriosendola apposta.
“Ah si? E a cosa è dovuto questo invito?”
“Una divergenza di opinioni col quaterback. Io pensavo che dovesse smettere di infastidirti e lui pensava di no” rispose lui.
Buffy assunse un aria stupita “Parker? Parker è il quaterback della squadra? E tu sei andato a chiedergli di non infastidirmi più?” non sapeva nemmeno da dove partire a chiedere.
“Elisabeth a volte dimentico quanto lo sport ti interessi poco, nemmeno da piccola hai mai guardato con interesse delle partite di football… quindi si, credevo di avertelo già raccontato, Parker è il quaterback della mia squadra, insopportabile…” fece una smorfia
Elisabeth rise.
“Perché ridi?” le chiese lui stupito.
“Nulla, ora capisco perché ha l’assurda convinzione di poter fare tutto quello che vuole” rispose lei.
“Esatto, è proprio questo che è insopportabile… lui e i suoi dannati amici che si porta sempre appresso”.
Già, non aveva bene idea di chi fossero ma sapeva che lo accompagnavano sempre, i passi.
“Comunque sia, negli spogliatoi fa spesso battute su di te per la vista, all’inizio ho lasciato perdere ma poi… i nervi hanno ceduto” spiegò Angel
“Ah si, la ‘divergenza di opinioni’” continuò a ridere Buffy.
“Si, una divergenza con un occhio nero” rise con lei.

Una macchina entrò nel vialetto. Suo padre doveva essere tornato a casa.
“Salve padre” lo salutò Buffy.
“Elisabeth, non mi abituerò mai a come riconosci il mio motore da quello di tua sorella, mi spavento ogni volta” sospirò Rupert “di cosa parlate di bello, ragazzi?”
“Beh…” iniziò Angel
“Del tempo! La primavera è arrivata, finalmente” rispose prontamente Elisabeth.
“Oh si, splendido tempo davvero… beh io entro in casa, fate un fischio se vi serve qualcosa!” disse Rupert prima di entrare.
Angel aspettò di sentir chiudere la porta prima di rivolgere a Elisabeth la domanda che gli sorgeva spontanea “Liz…” così la chiamava quando non voleva usare mezzi termini “…come mai non vuoi che racconti a tuo padre cos’è successo?” le chiese infine
“Non mi piace che lui si preoccupi per me. Parker è solo uno spocchioso ragazzo viziato, non vale la pena che si perda tempo a pensarci” rispose lei.
“Sai cosa mi ha sempre sorpreso di te, Liz?” di nuovo, non aveva evidentemente voglia di trattenersi.
“Dimmi” chiese lei.
“Avresti tutte le ragioni del mondo di pretendere le attenzioni della gente, il loro aiuto, i loro favori. Sei una bellissima ragazza e la tua condizione è reale, al contrario di molta gente che si lamenta di problemi immaginari. Ma per qualche ragione, sei praticamente l’unica persona al mondo a non pretendere. Non solo, sei tu a dedicare la tua attenzione a tutti. Mi chiedo come ci riesci” disse.
Non era frequente che lui parlasse in modo così profondo. Elisabeth sospettava che lo facesse solo con lei, e probabilmente lo faceva proprio perché lei non poteva vederlo.
“E’ difficile risponderti, penso di essere nata semplicemente così. Non mi piace avere l’attenzione, cosa me ne faccio dell’attenzione della gente? Supponiamo che io sia in una stanza piena di gente, tutti pronti a sentire cosa dico e a guardare cosa faccio. Un imbarazzo tremendo! E poi a me piace parlare ma non ho nulla da dire. Mi piace invece ascoltare cosa dicono le persone, come si muovono, come si comportano. Sono molto più interessanti di me” rispose candidamente.
“Su questo sbagli, Elisabeth, non conosco persone più interessanti di te” commentò lui.

“Elisabeth, puoi rispiegarmi come si lavano gli asciugamani?” urlò suo padre da dentro casa.
“Dovrei andare” disse lei sorridendo “Papà non ha mai imparato a fare il bucato, e Harm ultimamente è troppo impegnata con il ballo per aiutarlo”
“Di fronte a problemi simili sventolo bandiera bianca” rise Angel.

Capitolo 4

Il ballo di fine anno ormai era alle porte. Si sentiva dalle urla di Harmony.
“Lizzie, come farò ad andare al ballo senza un cavaliere? Sarò la vergogna della facoltà!” piagnucolava.
“Harmony, tesoro, vedrai che troverai il tuo cavaliere, manca ancora un’intera settimana” tentava di spiegarle Elisabeth
“Una sola settimana?! Oh, ma perché me lo hai ricordato! Non ce la farò mai!” strillava
“Su Harm, dai provati il vestito, sei sempre di buon umore quando ti provi il vestito del ballo” eccola la parola magica: vestito.

Harmony passò le successive due ore a provarsi il vestito spiegandoglielo nei dettagli perché Buffy potesse dirle che stava d’incanto. Infondo non aveva un modo migliore di trascorrere quelle due ore, che le venisse in mente. O forse voleva evitare di pensare di averne uno.
A dire il vero le creò un po’ di imbarazzo stare in quella stanza a sentir parlare del ballo. Era una ragazza giovane, e ricordava di aver partecipato a dei balli di quartiere, quando era piccola e aveva la vista. Avrebbe voluto parteciparvi, ma l’ambiente universitario non era certo come la sua rassicurante strada in cui tutti, consapevoli della sua situazione, non avrebbero mai fatto nulla per metterla in imbarazzo.
Però ugualmente le metteva un velo di tristezza il pensiero di passare la serata a casa mentre Harm, Angel, Willow e… e forse anche William, sarebbero stati nella palestra del campus a divertirsi.
Uscì dalla camera e scese le scale. Doveva trovare papà. Lui era sempre disponibile per queste cose.

“Oh, ciao Elisabeth, pensavo fossi di sopra a consolare tua sorella” scherzò Rupert dal dondolo sotto il portico davanti casa.
Elisabeth sorrise “Due ore sono state sufficienti, ora sta provando il vestito” rise lei mentre, avendo riconosciuto da dove veniva la voce, si sedeva accanto a lui.
“Papà, mi serve un consiglio” iniziò lei.
Rupert chiuse il libro che stava leggendo, lo mise da parte e le prese la mano, come faceva sempre quando dovevano parlare di qualcosa “Dimmi tutto quello che vuoi, tesoro, sono qui apposta”
Elisabeth perse un respiro “Vedi, il ballo per cui Harm si sta tanto entusiasmando…” fece una pausa
“Non sai se andarci anche tu o no” concluse Rupert per lei.
“Esatto” sorrise lei candidamente
Rupert le lasciò momentaneamente la mano, prendendo un respiro mentre si puliva gli occhiali.
“Tesoro mio” proseguì “Hai ventidue anni, e devi sfruttarli al meglio delle tue possibilità. Questo significa, che la cecità non ti dovrebbe impedire di fare quello che ti senti. Se vuoi partecipare al ballo, sai bene che tua sorella ed Angel ti aiuterebbero ad ambientarti e non ti lascerebbero mai sola. Avresti la musica, loro ballerebbero con te. Tutti ti vogliono bene, Elisabeth, hai fatto tanto per tutti noi, lo sai. Nessuno ti negherà una cosa che ti spetta di diritto” concluse, sincero.
Elisabeth ci pensò un po’ su, poi rispose “D’accordo, papà. Penso che ci andrò dopotutto” sorrise.
Rupert le passò una mano sulle spalle e lei si appoggiò alla sua. “Brava ragazza, sei sempre stata una brava ragazza. E avrai tutte le soddisfazioni che ti meriti, vedrai”.
Rimasero per lungo tempo sotto il portico, a rilassarsi nell’aria del tramonto. Lei non poteva vederlo, ma sentiva comunque il sole calarle sulla pelle, e le piaceva molto.

“Buon pomeriggio, Elisabeth” le disse Angel.
“Buon pomeriggio a te, sei in ritardo oggi” scherzò lei “Hai avuto altre discussioni con il quaterback, forse?”
Angel la raggiunse sotto il portico
“Bene, io torno dentro” disse Rupert con fare casuale, alzandosi.
“Di che parlavate tu e tuo padre?” chiese Angel quando Rupert fu rientrato
“Mi stava convincendo a venire al ballo di fine anno” rispose candidamente Buffy
Angel si sedette accanto a lei “E verrai alla fine?” chiese
“Si, alla fine penso di si, ci sarà della buona musica e potrei ballare. Sono brava a farlo” disse
“Certo che lo sei” rispose Angel “Più di quanto si possa credere da una ragazza che non può fare le prove allo specchio” aggiunse, tranquillo che le sue parole non l’avrebbero ferita.
“Lo spero, o sarai costretto a difendermi da tutti quelli che mi prenderanno in giro nei prossimi anni” gli fece una linguaccia.
“Elisabeth” iniziò Angel “Vuoi che ti accompagni io al ballo?” le chiese timidamente
Buffy fu stupita da quella domanda, Angel non era solito mostrarle compassione ma del resto aveva una fila di ragazze pronte ad accompagnarlo che lo avrebbero fatto divertire certamente più di lei. “Angel” iniziò “penso che Harmony abbia bisogno di un accompagnatore molto più di me” gli disse “a dire il vero stavo per chiederti se non ti è di troppo disturbo presentarti con lei, è molto scossa dal non aver trovato un accompagnatore, tiene molto a questo ballo” concluse, imbarazzata dalla richiesta.
Angel rimase in silenzio un momento. Poi rispose “Conosco te e lei da quando siamo piccoli, non c’è problema, ma promettimi che verrai insieme a noi, e io ti prometto che non ti perderò d’occhio un solo secondo” le disse sorridendo.
Buffy gli prese la mano per ringraziarlo.
“Vado su a dirglielo, così può smettere di piangere” le disse lui ridacchiando e alzandosi “Ci vediamo dopo”.

Quando Buffy sentì la porta chiudersi pensò. Forse andare al ballo non era l’idea migliore che avesse avuto, nonostante non le fosse mai dispiaciuto partecipare alle attività di gruppo. Quando davano le feste di quartiere lei poteva quasi respirare l’aria di festa, non le era necessario vederla. Infondo partecipava al ballo perché era curiosa di sentire che atmosfera ci fosse stata, il peggio che poteva capitarle era che l’unica cosa respirabile fosse il fumo e il sudore, e nel tal caso sarebbe tornata a casa, il suo amico Xander guidava un taxi e lei chiamava sempre lui quando aveva bisogno di indipendenza.

Improvvisamente sentì un impulso ad alzarsi. Scese lentamente gli scalini del portico, superò il vialetto e la strada. Sapeva dove stava andando, anche se fino ad un attimo prima il pensiero non le aveva nemmeno sfiorato la mente. 20… 21… 22 passi. I lievi rumori dal garage di William le giunsero presto alle orecchie. Lavorava fino a tardi, lei lo sapeva bene, tante volte lo aveva ascoltato. Superò il suo vialetto e presto arrivò a toccare con il bastone il muro esterno della casa.

William doveva essersi accorto del lieve rumore causato dal bastone, perché lei si sentì immediatamente i suoi occhi addosso e capì che aveva smesso di lavorare.
“Buonasera, William” gli disse
“Buonasera, Buffy” le rispose. Era sempre grata di sentirsi chiamare in quel modo. Gli sorrise.
“Come prosegue il tuo corso universitario?” chiese lei sorridendo.
William impiegò un momento a rispondere, ma lei sentiva che non le aveva tolto gli occhi di dosso. Sentiva odore di sudore, doveva aver lavorato molto. Ma al contrario del solito, quell’odore non la infastidiva per niente. Sentiva molto caldo a stare lì dentro.
“Bene” le rispose. Era sempre fermo nelle sue risposte, ma non infastidito.
Buffy sorrise “Ne sono lieta” fece qualche passo in avanti. Con il bastone toccò un mobile con le gambe, toccandolo si accorse che era una sedia e vi si sedette. C’era posto accanto a lei, era un vecchio dondolo, ricordava di averci giocato da piccola quando era appeso davanti a quella casa. Fece segno a William di sedersi accanto a lei, e lui lo fece senza dire una parola.
“Papà mi dice che dovrei avere una vita come tutte le ragazze” iniziò Buffy “nei limiti delle mie possibilità. Così andrò al ballo di fine anno” raccontò.
William continuava a non rispondere, ma lei sapeva che la stava ascoltando, come sempre.
“Mi chiedevo se ti troverò lì” riuscì a dire, e dopo un attimo di pausa “o se ti andasse di accompagnarmici” confessò.
Non sapeva cosa lui le avrebbe risposto, ma l’impulso che l’aveva fatta alzare dal suo portico le diceva di provare. Non ballava insieme a William da quando avevano otto anni, e allora tutto era diverso.
Dopo un minuto lungo, ma che sembrò infinito, William le rispose. “Io…” iniziò “Penso che dovrò lavorare quella sera” disse infine.
Buffy non fu realmente delusa, infondo lo immaginava, non poteva aspettarsi altro. Non sapeva che espressione aveva mostrato, perché il consueto sorriso non riuscì ovviamente a sostenerlo, ma cercò di mostrare ugualmente tranquillità, anche se il cuore le sembrava improvvisamente pesante.
“Sei molto bravo a fare questo” gli disse.
Poi si alzò, prese il bastone, e tornò a casa.
William non aprì bocca. Ma non le staccò gli occhi di dosso finchè non fu dentro casa. Lei lo sentiva

Capitolo 5

La sera del ballo era arrivata. Elisabeth se ne rese conto perché per la prima volta in vita sua Harmony si era svegliata prima di lei, ed era venuta a chiamarla annunciando “Non sei ancora in piedi? Sono già le sei! Abbiamo solo tredici ore per essere pronte!”. Non l’avrebbe mai capita. Mai.
Tuttavia la sera precedente aveva involontariamente origliato a una conversazione fra Harm e il loro padre, e l’aveva sentita dire distintamente che ciò che avrebbe reso unica quella serata era poterla condividere con sua sorella maggiore. Il cuore le si era sciolto così tanto che aveva deciso di accontentarla in tutto e per tutto.
Raccolse le forse e scese dal letto, voleva raggiungere la cucina e fare colazione. Quella mattina l’odore di dolce si sentiva dal piano di sopra, Rupert non sapeva trattenere il proprio orgoglio nell’esserci il giorno in cui le sue due bambine andavano al ballo, insieme.
“Buongiorno, papà” gli sorrise
“Buongiorno Elisabeth. Vedo che anche tu ti sei svegliata presto” ironizzò lui mettendole in mano un piatto pieno di toast alla marmellata.
“Già, come resistere a letto…” scherzò lei.
Rupert si sedette a tavola di fronte alla figlia “Tesoro” iniziò “questa mattina svegliandomi mi sono reso conto che forse avresti potuto trovare un accompagnatore per il ballo. È un pensiero che inizialmente non mi aveva toccato, Harmony aveva monopolizzato tutte le mie preoccupazioni di padre, e tu sembravi non volertene interessare, ma non era necessario che tu andassi sola” le chiese
Elisabeth fu decisamente sorpresa da quella questione “Non vado propriamente sola. Voglio dire, Harmony va con Angel, è come se andassimo tra amici” gli rispose
“Certamente, ma quello che intendo è che avresti potuto andare con un tuo cavaliere, in modo tradizionale” faticava a trovare le parole con cui spiegarsi
“Papà, io non vado certo a quel ballo in modo tradizionale. Non so nemmeno quanto tempo mi tratterrò, e non sarò certo nelle condizioni di far passare una serata piacevole ad un mio eventuale accompagnatore” disse un po’ imbarazzata.
“Non intendevo dire di fare come tua sorella e chiedere a tutti i ragazzi che incontri per la strada” si fermò un momento controllando che Harmony non fosse in giro e non potesse averlo sentito “ma magari avresti potuto chiedere a quel tuo amico Xander, o andare con Angel lasciando che tua sorella trovasse un altro cavaliere, o…” si fermò un momento “potevi chiedere anche a William”.
Elisabeth rischiò di strozzarsi con il caffè “William?” chiese nervosa e incredula
“Si, William Darcy, te lo ricordi vero? Eravate inseparabili da piccoli. Sono certo che gli avrebbe fatto piacere accompagnarti”
‘Penso che dovrò lavorare quella sera’ ricordò le sue parole. “Come mai lo pensi? William è diventato molto riservato e non siamo più così inseparabili” rispose lei
“Beh ecco, lo penso perché ho avuto l’impressione che lui abbia camminato avanti e indietro per il vialetto davanti casa per circa tre ore ieri, e se ne sia andato quando hai spento la luce della tua camera” confessò Rupert.
Buffy non disse una parola. Non capiva. La sera precedente era stata tutto il tempo con la sorella a parlare di come comportarsi al ballo, non era uscita nel portico come suo solito. Forse se l’avesse fatto…
Rupert interruppe il flusso dei suoi pensieri “Ad ogni modo, divertitevi questa sera, io ora vado a lavoro” le disse e lasciò la stanza senza aspettare di essere salutato, non voleva distrarla dai suoi pensieri.

Alle otto Elisabeth e Harmony erano pronte. Harm aveva insistito per essere lei a curare il look della sorella, ma Elisabeth molto cautamente aveva rifiutato non fidandosi e preferendo affidarsi ai gusti più pacati di Willow. L’amica l’aveva trovata molto pensierosa, ma credendo che la sua distrazione riguardasse lo svolgimento della serata aveva preferito non insistere.
Quando Angel arrivò a prenderle rimase a bocca aperta. Buffy indossava un abito molto semplice ma splendido, rosa pallido, morbidamente lungo fino alle caviglie. I capelli erano superiormente raccolti in una piccola coda, e nel resto erano mossi. Era leggermente truccata, ma in modo molto fine. Un incanto.
“Buonasera signore mie” fece un inchino da perfetto gentiluomo
“Ciao Angel! Puntuale come sempre!” squittì Harmony infilandosi in macchina
Elisabeth invece si avvicinò a lui “Angel, sei certo che per te la mia presenza non sia un disturbo?” chiese improvvisamente preoccupata
Angel le prese la mano, per farle capire che aveva tutta la sua attenzione “Stai scherzando? Sarò l’unico uomo accompagnato da due ragazze” scherzò allentando la tensione.
Elisabeth si rilassò e si lasciò condurre alla macchina, sedendosi mentre lui raggiungeva il posto di guida.
Mentre chiudeva la portiera ebbe la sensazione di essere osservata. E sapeva perfettamente da chi. Anche se non sapeva il perché.

La palestra doveva essere molto affollata, aveva immediatamente avvertito più caldo entrandoci. Ma la musica era buona, questo la consolava decisamente.
Aveva deciso di lasciare ad Harmony la sua “entrata trionfale”, aveva sentito fin troppe voci su come ‘non avrebbe mai trovato un tizio disposto ad accompagnarla’ e non voleva toglierle la sua rivincita, così in accordo con loro rimase vicina alla porta ad aspettare che tornassero da lei dopo essersi fatti un po’ vedere. Intanto avrebbe preso tempo per ambientarsi alla temperatura e al volume delle casse.
Capì immediatamente che quella scelta le avrebbe portato più sofferenze di quanto immaginava quando sentì la voce di quell’essere spocchioso di Parker Abrams troppo vicina al suo orecchio.
“Guarda guarda, non pensavo di vederti qui” era una sua impressione o lui faceva sempre in modo di usare la parola ‘vista’ con lei? “Sei venuta a farti spintonare nella pista da ballo come nei corridoi al campus?” non la smetteva proprio.
“Parker, non dovresti essere a ballare con la tua compagna?” commentò garbatamente.
Sentì la sua esitazione, ma nessuna risposta perché Angel era già tornato “Abrams, mi sembrava avessimo già chiarito questo punto” lo intimidì.
“Oh, Angel il cavaliere, idiota. Posso fare quello che voglio e non sarai certo tu a fermarmi, se non sbaglio l’ultima volta sei stato sospeso dalle partite per questo” cercò di minacciarlo
Angel non si lasciò intimidire “Ci sono soddisfazioni più grandi che far parte della squadra”.
Parker doveva aver lasciato perdere, perché qualche attimo dopo Angel e Harmony avevano preso Elisabeth per mano e la stavano portando in giro per la sala a mettere qualcosa sotto i denti.

Elisabeth dovette ammettere che stava passando una bella serata. Angel e Harmony l’avevano portata in mezzo alla pista a ballare, e con sua sorpresa si erano unite a loro anche altre compagne di università, stupite di vederla al ballo e desiderose di conoscerla meglio. Elisabeth spesso era così incuriosita dal mondo da non accorgersi che la gente poteva essere sul serio incuriosita da lei senza per questo provare compassione, le fece molto piacere scoprirlo. E poi in questo modo poteva evitare di gravare solamente sull’amico e la sorella.

Dovevano essere circa le undici, il ballo era ancora agli inizi, verso mezzanotte c’era il magico momento per le coppie, ed Elisabeth non aveva molta voglia di esserci. E poi era già stanca. Attese che Angel e Harmony tornassero da lei per dirgli che andava a casa.
“Lizzie, non ti stai divertendo?” chiese la sorella, seriamente preoccupata
“Assolutamente! Sul serio, mi sono divertita molto, però non sono più abituata a stare fuori tanto la sera, sono stanca ora” disse
“Nessun problema, ti riaccompagno” propose Angel
“No, non preoccuparti, Xander è di turno stasera, sono già d’accordo con lui” rispose Elisabeth, abbracciando la sorella “Fate i bravi” scherzò.
Prendendo il bastone, uscì dalla palestra. 1…2…3…4… iniziò a contare i passi verso l’entrata del campus. Le aveva fatto bene uscire, si sentiva rilassata. Era anche riuscita a non pensare al rifiuto ricevuto da William. 20…21…22… improvvisamente il bastone davanti a lei scontrò contro qualcosa. Dal rumore doveva essere stoffa. Pantaloni. Gambe di qualcuno.
“Dove corri?” Parker.

Capitolo 6

“Penso che tu stia sulla mia strada per l’uscita” rispose Elisabeth “Potresti per favore spostarti?”
“Mmm… se non lo faccio? Cosa fai? Mi picchi con il bastone?” sfottè.
Puzzava di alcool e di fumo, era nauseante e troppo vicino. Elisabeth si spostò verso sinistra ma non ebbe bisogno di tastare di nuovo per capire che le si era nuovamente parato davanti.
“Parker, è tardi, vorrei andare a casa” disse cercando di mantenere la calma. Ma sentiva i passi dei suoi amici alle proprie spalle e di nessun altra persona che potesse venirle in aiuto.
Per la prima volta dall’incidente si sentiva sul serio in pericolo per la sua condizione.
“Perché? è ancora presto, potremmo divertirci” le disse avvicinandosi pericolosamente.
“Sono molto stanca” continuava a tentare lei, ma la voce tremante la stava tradendo.
Lui sembrò non averla nemmeno sentita “Su dai, mi dispiace per tutte le volte che ti ho presa in giro. Me lo dai il bacio del perdono?” le disse.
Quando Elisabeth si sentì il suo fiato vicino al volto, puntò il bastone sul suo piede con tutta la forza che aveva. Parker lanciò un grido ritraendosi e lei senza attendere conferme iniziò a correre.
Sentiva le imprecazioni farsi sempre più distanti, ma poi capì che avevano iniziato a correre anche loro. Cercava di tenere la mente lucida per capire sempre dove fosse e come arrivare all’uscita ma era difficile non confondersi in quella situazione. 30… 31… 33… perdeva il conto dei passi, e il fiato le diventava sempre più corto. Ad un tratto sentì il corrimano delle scale. Dannazione non doveva essere lì! Era ancora lontana dall’uscita. I passi pesanti di Parker e i suoi amici si facevano più vicini, Elisabeth riprese a correre ma ormai si affidava alla fortuna. Fu costretta a rendersi conto di non sapere dove fosse, e fu sopraffatta dal panico.
Quegli uomini erano comunque più veloci di lei, e in un minuto le furono addosso.
“Mi hai fatto male” le disse Parker in tono strafottente afferrandola per i polsi e costringendola a voltarsi verso di lui “Dio, non sai quanto sei bella…” ma quel complimento non fece che nausearla. L’odore di alcool la fece quasi svenire, ma si costrinse a rimanere lucida per poter approfittare di qualunque via di fuga le si presentasse.
Parker la spinse indietro e si trovò ad avere le spalle contro un muro, il corpo di lui schiacciato addosso. Non voleva dargli la soddisfazione di piangere e continuò a dibattersi in silenzio. Ma dentro di se stava urlando.
Le mani di lui le afferrarono i fianchi e iniziarono a sollevarle la gonna, una di esse si infilò fra le sue gambe che lei strinse più che potè, emettendo un piccolo grido di frustrazione che fu evidentemente interpretato male.
“Si, così piccola grida per me” le diceva mentre le sfiorava l’orlo delle mutandine. Le lacrime ormai uscivano e lei si odiava per dargli questa soddisfazione.
Ad un tratto, quel pesante e viscido corpo le fu strappato di dosso e lei fu libera. Si accasciò a terra stringendo le ginocchia al petto. Sentiva rumori di lotta, Parker che si lamentava contro un uomo ignoto, lei teneva gli occhi chiusi come se questo le permettesse di non sentire.
E dopo qualche minuto che le sembrò durare una vita, Parker e i suoi amici stavano correndo via. In quel corridoio, o atrio, o stanza in cui erano e che lei non riconosceva, si sentiva solo il respiro del suo salvatore.
Alzò la testa, tese la mano tremante in avanti, come faceva sempre nei mesi dopo l’incidente quando sconvolta non sapeva più che fare.
E una mano robusta e sicura afferrò la sua.
William. Il suo colore. Il suo odore.
William era venuto a salvarla e ora sedeva accanto a lei. Non l’abbracciava. Ma le teneva la mano come se farlo fosse l’unico scopo della sua vita. E ora Elisabeth stava bene.
William l’aveva salvata.

Dopo un tempo indefinito lo sentì alzarsi, e senza ancora lasciarle la mano aiutò lei a fare lo stesso. Con la mano libera Elisabeth si sistemò la gonna e passò una mano sul viso ad asciugare le lacrime. William non parlò, e non si mosse. Attese, e poi iniziò a camminare conducendola con se. Non sapeva dove la stava portando, ma capì quando sentì la musica. Una musica dolce, doveva essere iniziato il momento delle coppie. William varcò con lei la porta, la condusse nella pista da ballo, e cingendole la vita danzò con lei.
Il contatto fra i loro corpi era ridotto al minimo, ma il solo poter sentire la mano di lui che teneva la sua era inebriante. Per anni aveva atteso quel contatto, ora se ne rendeva conto.
Danzarono su note fantastiche per un tempo infinito, esistevano solo loro due, tutto il resto sfumava nel nulla. Fu come tornare bambina e allo stesso tempo si sentiva cresciuta. Gli aveva chiesto di accompagnarla al ballo, e lui lo aveva fatto, anche se non nel modo consueto. William. Il suo William. Non lo avrebbe mai più lasciato andare

Capitolo 7

Elisabeth si svegliò il mattino dopo con un sorriso splendido sul volto. Dopo un ballo William l’aveva lasciata andare, lei subito non capì perché ma un attimo dopo si sentì afferrare il braccio dalla sorella che strillava domande e capì che lui non voleva dare spiegazioni. Nemmeno lei in effetti ne diede molte, disse solo di averlo incontrato mentre usciva. L’episodio Parker lo voleva dimenticare a tutti gli effetti, non ne aveva parlato a nessuno né l’avrebbe mai fatto. Le era orribile ricordare quanto si era sentita impotente, quanto si era sentita mancante. Angel e la sorella l’avevano riportata a casa, nessuno aveva parlato in macchina, il che era strano. Ma arrivata a casa Harmony le aveva fatto notare che poteva ‘almeno risistemarsi i capelli dopo la scappatella con William’, capì allora che non potendo sistemarsi allo specchio doveva aver fatto l’impressione sbagliata e averli messi in imbarazzo, ma preferiva un po’ di vergogna al racconto di Parker.

Si alzò dal letto sentendo il sole scaldarle il viso, era leggiera, felice. Tante domande si accavallavano nella sua mente: cosa sarebbe successo ora? Lui avrebbe preso l’iniziativa finalmente? O doveva andare ancora a cercarlo lei? Non lo sapeva, ma ora aveva meno importanza. Era uscito dal guscio anche se solo per un secondo, si era scoperto, aveva ammesso con i suoi gesti che lei gli piaceva. E lei non ne era mai stata tanto certa quanto ora. L’aveva salvata… era il suo eroe.

Scese verso la cucina con un sorriso stampato da un orecchio all’altro. Rupert non potè fare a meno di notarlo.
“Pare che ieri sera la festa sia stata di tuo gradimento” le commentò sorridendo mentre lei correva ad abbracciarlo.
Harmony rispose per lei scherzosamente “E come avrebbe potuto non esserlo, con William appiccicato sulla pista da ballo…” disse facendo un occhiolino al padre e bevendo il suo latte.
“Oh, e così il nostro giovanotto alla fine si è fatto avanti” disse Rupert.
Buffy sorrideva ebete “Beh, in un certo senso” disse staccandosi dall’abbraccio e tastando il tavolo per prendere una fetta di pane tostato.
“Devo supporre quindi che qualche volta busserà anche alla porta invece di passare il tempo a girarci davanti” chiese il padre.
Buffy si strozzò con la fetta e iniziò a tossire “Cosa fa?” chiese incredula. Sapeva che lo aveva fatto la sera prima del ballo, ma da come ne parlava il padre sembrava una consuetudine!
“O forse no…” si rassegnò lui “Ci speravo, qualche volta mi inquieta vederlo ogni volta che mi volto verso la finestra” sospirò.
“Potresti chiedergli di smetterla come regalo di compleanno” scherzò Harmony.
Il compleanno di papà! Buffy l’aveva dimenticato, era la settimana successiva! Prese Harm per un braccio e la trascinò fuori dalla cucina. Rupert sorrise.

“Lizze, ma che c’è?” le chiese la sorella. Elisabeth aspetto di essere fuori portata dalle orecchie del padre.
“Il suo compleanno! Sono così stupida, lo avevo dimenticato! Ti prego dimmi che hai già fatto tu il giro del quartiere!” le disse. Ormai erano anni che i compleanni della famiglia si festeggiavano insieme agli amici del quartiere.
Harm focalizzò un momento la sua domanda “Beh, c’era il ballo…” si giustificò.
Buffy sospirò per la frustrazione. Chiese che ore erano, e quando si accorse che era ancora presto si affrettò, non le ci voleva niente a fare il giro lei stessa. Avrebbe chiesto alla signora Rosemberg di preparare la torta, lei aveva sempre le torte migliori; invece il nipote del signor Osbourne era un genio con la musica, azzeccava sempre le preferite di tutti; poi la signora Harris che gestiva un emporio procurava sempre il bere mentre la signora Darcy il mangiare. Doveva chiedere ad Angel e a Xander di aiutarla con le decorazioni, ma almeno per quelle c’era tempo.

Alle 5 del pomeriggio aveva quasi terminato il giro. Le ci era voluto così tanto perché per ogni casa si era fermata a prendere il te o a fare due chiacchiere, come sempre. Le rimaneva una sola casa, ma prima di trovarcisi di fronte non si era resa conto di quanto sarebbe stato difficile entrarci: casa Darcy.
Bussò alla porta principale. La persona che venne ad aprirle restò in silenzio. William.
Il cuore le battè forte. Sperava sarebbe venuto da lei quel giorno, ma lei stessa era stata così impegnata che anche se fosse venuto non l’avrebbe trovata.
“Buongiorno, William” gli disse sorridendogli.
“Buongiorno, Buffy” le rispose. Come le faceva effetto quel nome, ogni volta…
Lui non fece accenno di spostarsi, se ne sarebbe accorta. E sapeva che continuava a fissarla. Non sapeva cosa dirgli, il motivo per cui era venuta non riguardava lui, con lui le cose andavano trattate più delicatamente.
Dopo un momento interminabile chiese “Potrei entrare? Avrei bisogno di Jenny se è in casa…”
Sentì William farsi indietro, dandole lo spazio per entrare.
Il suo odore era così inebriante che rischiò di inciampare varcando la soglia, non pensando al gradino che ha ogni casa all’ingresso. Perse per un momento l’equilibrio, ma sentì improvvisamente la mano di lui tenere la sua con tanta forza da farle quasi male per impedirle di cadere.

Recuperando l’equilibrio, lo sentì chiudere la porta principale.
“Mia madre non è in casa ora” le disse con voce bassa.
Per un momento Elisabeth rimase spiazzata. Poi tentò di mantenere la sua consueta allegria. “Potrei aspettarla, che dici?” gli chiese.
Poi si voltò dando le spalle alla porta. Dovette rendersi conto che erano anni ormai che non entrava in quella casa, non ricordava bene com’era fatta e dove dovesse andare per raggiungere il salotto. William non la stava certo aiutando, rimaneva fermo immobile e lei si sentiva i suoi occhi addosso.
Ad un tratto si rese conto che le teneva ancora la mano.
Si voltò verso di lui. Voleva chiedergli di aiutarla a trovare la strada, ma si rese conto che se non l’aveva fatto di sua iniziativa non l’avrebbe fatto nemmeno sotto richiesta. E poi, si rese conto che non avrebbe lasciato nemmeno che lei si allontanasse da sola.
Il corridoio era stretto, Elisabeth sentiva l’appendiabiti dietro la sua schiena, non aveva spazio per muoversi e iniziava a sentire molto caldo.
“Sei d’accordo se l’aspetto qui?” chiese di nuovo, sperando di sentirlo rispondere qualunque cosa “Potresti aiutarmi a raggiungere una sedia?” non potè impedirsi di chiedere, le gambe stavano per cederle dall’emozione, si sentiva come se improvvisamente le fosse salita la febbre.
Allungò la mano libera per aggrapparsi al suo braccio, ma ciò che toccò invece era il suo nudo e liscio torace.
Allontanò la mano come se si fosse scottata, per la sorpresa.
Ma quello che la soprese maggiormente fu che lui si avvicinò di più a lei, che trovandosi contro al muro non potè più arretrare.
Sentiva il suo respiro caldo sul viso, e poi la mano libera di lui che prendeva quella di lei portandosela sul cuore.
Il battito non era rapido, ma incredibilmente intenso, e lei si sentiva scogliere al contatto con la sua pelle.
“William…” chiamò con voce tremante.
“Ti prego, Buffy…” le sussurrò passionale. Le aveva lasciato la mano sul petto per poterle accarezzare una guancia.
Buffy tremava. “Ti prego… cosa?” gli chiese in un sussurro.
“Ti prego… “ ripetè, trasformando la carezza in una presa ferma fra i suoi capelli “… smetti di parlare”
Un attimo dopo le labbra di lui erano sulle sue. Morbide, dolci e calde. Avrebbe potuto morire in quel bacio.
Buffy si avventò su di lui, lasciandogli la mano per allacciargli le braccia intorno al collo.
William intensificò il bacio insinuando la lingua fra le sue labbra, e le cinse i fianchi con le sue forti braccia. Con una mano le strinse dietro il collo mentre le loro lingue duellavano, come se ne andasse della loro vita.
Buffy avrebbe voluto che quella sensazione non finisse mai.

Qualche attimo più tardi sentirono una macchina entrare nel vialetto. Jenny era tornata.
Separandosi per prendere aria, William appoggiò la fronte alla sua ansimando, poi la condusse in salotto e le lasciò la mano.
Sentì la porta aprirsi e chiudersi, e qualche attimo dopo Jenny sorpresa.
“Buongiorno Elisabeth, come mai qui?” chiese la donna dolcemente.
Elisabeth tentò di nascondere il proprio disagio “Sono venuta a chiederti se anche quest’anno puoi dare il tuo contributo per la festa di compleanno di mio padre…” disse con tono di voce più simile al normale che le fosse possibile.
Un istante dopo sentì Jenny dire in un'altra direzione “William, quella maglietta è orribile, dovresti metterla solo quando lavori” gli criticò scherzosamente. Ecco dov’era andato.
Buffy sorrise fra se, mentre spiegava a Jenny dei preparativi

Capitolo 8

Ormai tutto era organizzato, l’intero vicinato era al lavoro per i preparativi. Rupert come ogni anno fingeva di non accorgersi di nulla, e dentro di se sorrideva. Elisabeth era tornata a casa tardi quel sabato, non era da lei rimanere fuori tutto il giorno, doveva aver fatto il giro di tutte le case a coinvolgere tutti quanti. Che figlia adorabile aveva. E forse finalmente aveva trovato l’uomo per lei, come lui già sospettava da tempo. Quando era tornata a casa era rossa in viso e gli occhi le brillavano. Non poteva essere più felice.

Elisabeth era in camera sua ora. Il bacio di William era stato così inaspettato e passionale… non aveva mai provato quelle sensazioni in vita sua. All’inizio aveva avuto un po’ paura, ma non come quando Angel le tendeva gli agguati per gioco, i brividi che la percorrevano erano anche… eccitanti. E poi le sue labbra erano più morbide del suo cuscino preferito, lisce come l’acqua, e la sua bocca era calda come la cera fusa delle candele con cui si divertiva a giocare…

I suoi pensieri furono interrotti dal suono del campanello. Sentì suo padre aprire a Angel e corse giù per le scale contenta.
“Buonasera Elisabeth!” le sorrise Angel vedendola così allegra.
Elisabeth lo trascinò in veranda, il padre sorrise fra se nel vedere la scena, sua figlia sembrava proprio una scolaretta che racconta della sua cotta al suo migliore amico.
“Buongiorno Angel! Non è una bellissima giornata?” gli disse senza trattenere la felicità
Angel era stupito “Ma cos’è successo di così eccitante da farti saltellare in questo modo?” rise lui
Buffy improvvisamente ebbe paura a raccontargli del bacio. Infondo con William non aveva neppure parlato, non c’erano state promesse, e se infondo per lui non fosse stato importante? Meglio non rischiare
“Oh nulla. Oggi ho fatto il giro del vicinato per organizzare il compleanno di papà, mi aiuterai con le decorazioni, vero?” gli chiese sviando argomento.
Angel sembrò non farci neppure caso “Certo, verrò qui armato di Xander come sempre” le disse.
“Bene, perfetto. Sono un po’ preoccupata perché con tutta la faccenda del ballo ho organizzato un po all’ultimo momento” spiegò
Angel le rispose con un tono un po’ più serio “Giusto, ti volevo proprio parlare del ballo…”
Elisabeth ebbe paura per un momento “Cosa volevi chiedermi del ballo?” chiese cercando di mostrarsi serena.
Angel continuò “Vedi, quella sera quando sei tornata in sala con William e visibilmente scompigliata, puoi immaginare che idea mi ero fatto…” disse serio.
Buffy ebbe paura, si sentiva a disagio a parlare di questo con lui, dopotutto era un ragazzo anche se il tuo migliore amico…
Fortunatamente Angel continuò “… ma poi questa mattina sono andato ad una sessione extra di allenamento, e pare che qualcuno abbia pestato pesantemente Parker e alcuni altri giocatori che si porta sempre dietro. Lui è ancora in ospedale. Nessuno ha visto chi è stato, e Paker e gli altri non lo conoscevano e non saprebbero descriverlo. Io però lo so come lo sai tu” terminò.
Elisabeth, per la prima volta forse o una delle poche, non sorrideva. Aprì la bocca per parlare ma non sapeva bene cosa dire.
“Non preoccuparti, non intendo certo dirlo. Quello che vorrei sapere però è cos’è successo per indurre un essere tanto calmo come William ad aggredire e mandare in ospedale tre uomini” aggiunse, più dolcemente.
Buffy era tesa, e sentiva gli occhi inumidirsi. Abbassò lo sguardo “Parker… sai com’è fatto. Mi ha bloccato l’uscita, e… per fortuna William è arrivato in tempo…” tentò di terminare senza più trattenere le lacrime.
Angel corse ad abbracciarla per consolarla, l’aveva vista piangere solo per essersi fatta male prima d’ora. Nessuno si era mai permesso di far piangere quella creatura adorabile.

Dopo alcuni minuti Elisabeth si fermò. Con la mente tornò al suo eroe, al primo uomo che l’aveva baciata. Se quello che diceva suo padre era vero lui girava spesso intorno a casa. Forse anche ora la stava osservando. Non c’era nulla di male in un abbraccio con uno suo amico, ma improvvisamente si sentì a disagio, non voleva che la vedesse abbracciata ad un altro uomo, non voleva ci fosse il minimo rischio che pensasse male di lei.
Lentamente si staccò dall’abbraccio, e si congedò dall’amico dicendo che doveva aiutare suo padre con la cena. Rientrò in casa e corse in camera. Ogni volta che pensava a William le tornava in mente quel bacio… decise per calmarsi di fare una doccia.

Quella notte non poteva prendere sonno. Aveva sperato che venisse da lei, era rimasta tutta la sera in veranda rientrando molto più tardi del solito ma non aveva avvertito la sua presenza, non aveva visto il suo colore. Lui non poteva sfuggirle, se ci fosse stato se ne sarebbe accorta. Non c’era, e dopo un lungo momento di rassegnazione era rientrata. Rigirandosi nel letto aveva iniziato a pensare che forse quel pomeriggio si era fatto prendere dalla foga del momento, e poi magari se n’era pentito. Ma se per lei aveva mandato sul serio all’ospedale tre persone allora… no, forse era semplicemente una bravissima persona che aiutava una ragazza in difficoltà. Forse non doveva illudersi, forse…
Era inutile rimanere a rimuginare. Se non poteva dormire si sarebbe alzata.

Scese indossando una sottile vestaglia sulla camicia da notte. Era estate ormai, faceva caldo.
Entrò in cucina per bere un bicchiere d’acqua, ma si sentiva profondamente irrequieta. William… che mistero era per lei.
Ad un tratto sentì qualcosa. Voltandosi verso la finestra le sembrò di intravedere una foschia. La sua foschia. Il suo colore.

Si precipitò fuori, facendo più attenzione possibile a non svegliare nessuno. Arrivata alla veranda cercò di concentrarsi ma non sentiva un solo rumore oltre quello delle foglie, nessun odore oltre quello dei fiori… iniziava ad avere quasi paura. Tese la mano in avanti. Sapeva che lui c’era, doveva esserci, quello era il suo colore, lei non poteva essersi sbagliata.
Rimase immobile, con il braccio teso e la mano leggermente tremante, in attesa.
E un lunghissimo istante più tardi, la sua mano fu saldamente afferrata da quella del suo William.
Il cuore le si sciolse, e chiuse gli occhi, sporgendosi verso di lui per abbracciarlo. Lo trovò irrigidito al contatto, e come sempre silenzioso. Le parve quasi freddo, finchè non si accorse che la mano teneva ancora fermamente la sua. Come se fosse l’unica cosa importante al mondo. Tenergli la mano.
“William…” sussurrò, pregando nel cuore di sentirlo parlare.
“Buongiorno Buffy” le rispose lui un lungo momento dopo.
Buffy sorrise alla sua frase impostata “Non è giorno. È notte. È notte inoltrata…” rise lievemente.
Rimase abbracciata a lui senza spostarsi, non l’avrebbe fatto per niente al mondo. “La notte è pericoloso per una ragazza andare in giro…” sussurrò lui.
“Ma io non sono in giro. Io sono con te. Ti ho visto dalla finestra” disse, e dopo un momento aggiunse “No, non te lo dico il tuo colore, smetti di chiederlo” scherzò.
Lo sentì avere un leggero fremito, che probabilmente era uno spontaneo sorriso.
“William…?” attese, ma non lo sentì fiatare “Perché giri davanti a casa mia a quest’ora di notte” gli chiese, continuando a tenere la testa sul suo torace.
William non le rispose. Ma lo sentì annusarle i capelli. Quanto era dolce… lo immaginava che non le avrebbe risposto. Ma così aveva la conferma di quello che voleva: lui teneva a lei.

Se non poteva avere le sue parole, voleva i suoi gesti. Alzò la testa verso la sua, con una mano sfiorò i suoi zigomi, le sue guance, il suo naso, le sue labbra… arrivata a destinazione si alzò sulle punte dei piedi e toccò di nuovo le sue labbra con le proprie. Da parte di lui non vi fu alcuna protesta, ed entro un attimo le cingeva la vita con le braccia. Buffy spinse le mani fra i suoi capelli, mentre imitando i gesti di lui nel pomeriggio insinuava la lingua fra le sue labbra. Era anche più incantevole di quando lo aveva fatto la prima volta! Ora non c’era paura, solo desiderio di esplorare quella parte di lui, che lui le stava concedendo al posto delle parole. E di parole non c’era davvero bisogno, erano in grado di intendersi mille volte meglio di chiunque altro. Non c’era bisogno né di parole, né di sguardi…
Poi William si staccò da lei. Buffy su sul punto di protestare, ma la mano era ancora al suo posto, nella sua. E dopo un breve momento si sentì condurre da lui, dove non lo sapeva e non le importava, lo avrebbe seguito in capo al mondo.
Attraversarono la strada, poi lui proseguì oltre le case in una zona in cui lei non ricordava di essere mai stata. In qualche minuto sentì di non essere più sul cemento, ma su erba e foglie. Dovevano essere entrati in quel piccolo boschetto vicino al quartiere. Ora ricordava di esservi entrata qualche volta… con lui, prima dell’incidente…
William si fermò, e immediatamente attaccò le labbra di Buffy con una passione ancora più primitiva e selvaggia di quel pomeriggio, a cui lei ricambiò con tutta la sua volontà. Sentì le mani di lui scostarle la vestaglia e accarezzarle i fianchi attraverso la leggerissima stoffa della camicia da notte estiva. Nessuno l’aveva mai toccata in quel modo, dovette trattenersi per non gemere di eccitazione.
Non riuscendo a coordinare i gesti, non fece che imitarlo abbracciandolo e accarezzandogli la schiena.
Questo era più che sufficiente per entrambi.
Per ora.
In mezzo al bosco c’erano solo loro. Solo loro al mondo. Solo un uomo che non parlava e una ragazza che non vedeva. Ma vedere e parlare non erano nulla in confronto alle sensazioni che stavano provando

Capitolo 9

Elisabeth era intenta nei preparativi del compleanno di suo padre, che sarebbe stato il giorno seguente. Tuttavia non riusciva a farlo con il giusto spirito. Da quella notte al bosco, non aveva più visto William. Era passata quasi una settimana, e ogni sera lei rimaneva fino a tardi sulla veranda sperando di sentirlo arrivare, ma come se la stesse evitando non lo aveva mai percepito. Neanche il colore, neanche un suono. La stava palesemente evitando, e lei non ne capiva il motivo. Che avesse fatto qualcosa di sbagliato? Forse a William i suoi baci non piacevano come piacevano a lei… ma in tal caso lui avrebbe dovuto dirglielo invece di lasciarla in attesa.

Per tenersi occupata e non pensare, passò tutto il giorno a gestire i preparativi per la festa di suo padre. Le stranezze di William non le avrebbero permesso di rovinarlo, assolutamente. C’erano tante cose a cui pensare: dolci, bere, musica, decorazioni e la torta. Non ebbe un solo momento libero fino a sera. E non voleva in alcun modo uscire in veranda, lui non doveva pensare che lei non aspettasse altro che una sua mossa. Era stanca di fare sempre lei la prima. Ora erano affari suoi, se veniva da lei bene, se no… ma chi voleva prendere in giro. Era solo questione di tempo e sarebbe andata da lui anche strisciando…
Erano circa lei dieci, suo padre era appena andato a dormire, quando lei si rese conto che per il timore di incontrarlo uscendo di casa non era ancora andata nel capanno degli attrezzi a prendere gli addobbi per la casa che doveva montare il giorno dopo con Angel e Xander.
Sbuffò, e poi pensò che se faceva in fretta e si mostrava indaffarata lui anche vedendola non avrebbe potuto pensare che era uscita per lui. Poteva farcela.
Prese un respiro e aprì la porta. Frettolosamente girò intorno alla casa ed entrò nel piccolo capanno di legno, tese le mani alla sua sinistra per cercare la panchetta che le serviva a raggiungere l’ultimo scaffale in dove stavano gli addobbi e andò a sistemarlo. Cercando di muoversi nel più breve tempo possibile, salì sul panchetto aiutandosi con gli scaffali e raggiunse quello più alto iniziando a tastare per cercare quello che le serviva. Ma la fretta e la distrazione le giocarono un brutto scherzo, e mettendo male il piede scivolò.

Improvvisamente, due forti braccia le stavano sostenendo i fianchi. Il cuore le batteva forte per la paura, e riavutasi dal breve shock si lasciò aiutare a scendere coi piedi a terra.
“Grazie” disse poco convinta.
“Figurati” le rispose lui.
A quel punto non ci vide più. “Figurati…” ripetè sprezzante “così tu ricompari dal nulla quando ti va, eh?” chiese
Lo sentì tendersi, e lui le prese la mano. Chiuse gli occhi per paura di mostrare emozioni che non voleva.
“No William” gli disse.
“No cosa…?” le sussurrò lui dopo un momento.
“No questo. Non puoi comparire quando vuoi, prendermi la mano, baciarmi e poi sparire.” lo accusò.
Lo sentì sospirare, ma il suo respiro era tremante, come se fosse sul punto di piangere. Buffy si sciolse, e addolcì immediatamente la voce abbracciandolo.
“William…” sussurrò “…perché non mi dici mai quello che pensi? Perché non dici mai nulla?” chiese
Lo sentì semplicemente abbracciarla a sua volta, e con una mano accarezzarle i capelli.
“William…” continuò lei “… parlami…” lo supplicò.
Ma non ricevendo risposta, chiuse gli occhi per non far uscire le lacrime. Lentamente si staccò dal suo abbraccio, e si allontanò. Lui le tenne la mano fermamente, per non lasciarla andare. Ma lei abbassò la testa, e lui abbassandola a sua volta allentò la presa. Buffy andò verso casa senza esitare, ma molto lentamente. Per quanto fosse stupido, ancora sperava che sarebbe venuto da lei e gli avrebbe detto cosa sentiva.
Non lo fece, e lei salì in camera spegnendo le luci.

Il mattino dopo avrebbe dovuto essere allegra e scattante, e invece era stressata e provata dal pianto della notte precedente. Aveva rinunciato a capire quel ragazzo, come poteva? Parlare era così semplice, e se per lui era più complicato avrebbe potuto, dovuto, sforzarsi.
Si mise a sedere sul letto. Doveva trovare il modo di rilassarsi o suo padre se ne sarebbe accorto e non sarebbe stato felice, come meritava. Accendere lo stereo era la cosa migliore da fare, il suo cd di Sarah MacLachlan era indicato in certe situazioni. Si sporse e a tentoni trovò il tasto play.
Mentre la musica si avviava, si alzò per vestirsi. Ma mentre si pettinava la lunga chioma dorata, si accorse di non conoscere la canzone che riempiva la stanza…

I can see how you are beautiful, [Posso vedere quanto sei bella]
can you feel my eyes on you, [tu puoi sentire I miei occhi su di te]
I'm shy and turn my head away [Sono dimido, e volto la testa da un altra parte]

William… doveva essere entrato e…

Working late in diner Citylight, [Lavori fino a tardi al Citylite]
I see that you get home alright [Ti guardo arrivare a casa sana]
Make sure that you can't see me, [Mi assicuro che tu non mi veda]
hoping you will see me [Ma spero che tu ti accorga di me]

‘Oh, William, mi segui ogni giorno…?’

Sometimes I'm wondering why you look me [A volte mi chiedo perchè mi guardi]
and you blink your eye [e mi fai un occhiolino]
I see you in Citylight diner serving all those meals [Ti vedo al Citylite diner lavorare]
and then I see reflections of me in your eye, oh please [e vedo il riflesso di me nei tuoi occhi, oh ti prego]

Talk to me, show some pity [Parlami, mostra pietà]
You touch me in many, many ways [Mi entri dentro in molti, molti modi]
But I'm shy can't you see [Ma sono timido, non te ne accorgi?]

Era così allora… il suo William era così timido da non poterlesi avvicinare?

Obsessed by you, your looks, well, anyway [Ossessionato da te, dalla tua bellezza, e in ogni modo]
"I would any day die for you", [“Morirei ogni giorno per te”]
I write on paper erased away [Lo scrivo su un foglio, e poi lo cancello]

Così timido da non poter nemmeno scrivere quello che pensa… ma allora lo pensa, mi ama, sul serio?

I see, can't have you, can't leave you, [Lo so, non posso averti, ma non posso lasciarti]
there 'cause I must sometimes see you [perchè posso ancora a volte guardarti]
And I don't understand how you can keep me in chains [e non capisco come puoi tenermi legato]
And every waking hour, [Ogni ora di veglia]
I feel you taking power From me and I can't leave [ti sento prendere potere da me e non posso lasciare]
Repeating the scenery over again [Che questo scenario si ripeta ancora e ancora]

Così stavano le cose… William l’amava. Ma chissà per quale motivo, era convinto di non poterla avere e cercava di starle lontano per l’energia che lei risucchiava dal suo corpo con un solo sguardo…

Sometimes I'm wondering why you look me [A volte mi chiedo perchè mi guardi]
and you blink your eye [e mi fai un occhiolino]
I see you in Citylight diner serving all those meals [Ti vedo al Citylite diner lavorare]
and then I see reflections of me in your eye, oh please [e vedo il riflesso di me nei tuoi occhi, oh ti prego]

Talk to me, show some pity [Parlami, mostra pietà]
You touch me in many, many ways [Mi entri dentro in molti, molti modi]
But I'm shy can't you see [Ma sono timido, non te ne accorgi?]

Oh, baby, talk to me, show some pity [Oh, piccola, parlami, mostra pietà]
You touch me in many, many ways [Mi entri dentro in molti, molti modi]
But I'm shy can't you see [Ma sono timido, non te ne accorgi?]

[N.d.A Shy – Sonata arctica, scaricatevela, le parole sono il massimo ma la canzone è anche meglio]

Buffy spense lo stereo con un tuffo al cuore. Ora aveva capito tutto. Ora aveva capito lui…

* * *

Gli amici riempivano tutto il giardino, la casa e in parte anche la strada. Il festeggiamento non avrebbe potuto essere migliore, suo padre sembrava molto felice dal tono con cui le parlava. Avevano già aperto i suoi regali, che come immaginava erano tutti quanti libri, e avevano anche mangiato la torta. Elisabeth per gran parte del tempo aveva raccontato favole ai bambini dei vicini, ma poi quando era venuto il momento delle danze Harmony l’aveva tirata con se nella pista abbozzata in giardino.

Inaspettatamente Buffy lasciò la mano della sorella, dicendo che l’avrebbe raggiunta. Andò verso le sedie sistemate intorno alla pista, e rimase ferma. Se qualcuno vedendola avesse pensando che stesse cercando qualcosa con lo sguardo, avrebbe avuto ragione. Elisabeth cercava un colore molto particolare, l’unico che riusciva a vedere. E quando lo trovò, andò da lui e gli tese la mano.
William rimase attonito a guardarla. Lei era lì, davanti a lui, e gli tendeva la mano per invitarlo a danzare con lei. Dopo un attimo di smarrimento le prese la mano, e si lasciò condurre verso la pista.
Ma quelli che veramente danzavano non erano i due ragazzi, erano i loro cuori

Capitolo 10

Era tardi ormai, e la festa era stata un successo. Willow, Xander e altri si erano trattenuti più tempo a riordinare, ma ormai erano andati anche loro. Buffy e Rupert erano ancora in giardino.
“Tesoro…” le disse
“Si papà?” si fermò ad ascoltarlo
“Grazie di tutto quanto… sei la figlia migliore che potrei desiderare” l’abbracciò lui.
Elisabeth era commossa nel cuore, si era sforzata tanto ed evidentemente era riuscita nel suo intento, alla festa era stato bene. Sciogliendosi dall’abbraccio fece per andare verso casa, ma lui la fermò di nuovo.
“Tesoro…” iniziò di nuovo
“Si?” chiese un po’ sorpresa
Rupert fece un sospiro “Io ora vado a dormire… ma tu non dovresti” le diede un bacio sulla fronte, e andò verso casa.
Elisabeth rimase interdetta, non aveva capito cosa intendeva il padre. Finchè andando verso la porta di casa non percepì William seduto sui gradini del portico. Sorrise per le premure del padre, e si avvicinò.
Sedendosi accanto a lui, gli appoggiò la testa sulla spalla per la gioia di vederlò lì seduto e non nascosto da qualche parte intorno.
“Oh, caro William. Come vorrei poter entrare nella tua testa e leggere tutto quello che vi passa… perché mai sei sempre nel mio portico? Ci sono molti altri portici…” parlò lei con aria sognante.
Lui era irrigidito, ma lei se lo aspettava. Dopo qualche momento rialzò la testa. “Sai il posto in cui mi hai condotta? Ho ricordato quando andavamo a giocare fra quegli alberi. Ho pensato che anche allora eri pieno di risorse, quando giocavamo a nascondino tu vincevi sempre” ricordò sorridendo.
William teneva la testa bassa, ma a lei non importava più questo “A quel tempo eri alto come me, ma ora sei più alto. E poi sei più forte, se facessimo la lotta come allora non avrei possibilità di vincere” si fermò un momento per ridere genuinamente, poi riprese “eri biondo, con gli occhi più azzurri del cielo. Mi dicevi sempre che i miei erano verdi come le foglie degli alberi, per questo tu saresti diventato più alto, perché il cielo è più in alto degli alberi. Ci pensi ancora a queste cose?” gli chiese.
Dopo un momento di attesa, proseguì lei “Io ci penso spesso. Mi piace ricordare. Non perché a quel tempo vedevo e ora no, solo perché era tutto meno complicato. Io venivo da te, tu venivi da me. Mi toccavi la mano, il braccio, lottavamo… tu mi parlavi. Poco, in effetti, ma più di adesso” sospirò, e poi sorrise di nuovo “danzare mi piace moltissimo, e io e te siamo molto bravi insieme. Danzerai con me al nostro matrimonio?” scherzò sorridendo. Ancora niente. “Sai cosa darei per sentirti parlare? Darei i miei occhi” sospirò “no, non dico per dire. Non è poco. I miei occhi-“
E accadde l’inimmaginabile.
William la interruppe.
“No…” sussurrò lui.
Il cuore di Elisabeth sussultò. “No cosa?”
“Non è poco. Nei tuoi occhi c’è più di quello che chiunque possa immaginare. Non dovresti darli per sentirmi parlare. Non dovresti darli per niente. Perché vuoi sentirmi parlare? Cosa potrei dirti? Che importanza ha quello che penso? Tutti mi dicono che dovrei farmi avanti, che dovrei parlarti, ma tu parli per entrambi e che potrebbe cambiare se ti dico che ti penso dall’istante in cui mi sveglio? Che lavoro di notte perché è l’unico momento in cui sono certo che sei al sicuro e in cui posso stare tranquillo? Mi chiedi perché vengo nel tuo portico? Perché per me la tua incolumità viene prima di quella degli altri, non c’è notte in cui non vengo a controllare che tu dorma felice e al sicuro nel tuo letto, è la mia prima preoccupazione. Stai forse meglio ora che lo sai? Io ricordo ogni dettaglio di quando giocavamo insieme, e ricordo quando ho smesso di tenerti la mano, nel mio cuore si è aperta una ferita quel giorno ancora pulsante, starti vicino senza poterti avere era doloroso come gettarsi nel fuoco e ho pregato di poterti togliere dalla mia testa ma non ho potuto. E ora che ti ho baciata non potrò mai più farlo, lo so. E si, Buffy, mia Buffy… danzerò con te al nostro matrimonio… non pensare di dare i tuoi occhi per così poco, Buffy. Nei tuoi occhi c’è un intera vita… la mia…”

Buffy era ammutolita. Per la prima volta in vita sua non sapeva davvero più che cosa dire. E non ce ne fu bisogno.
William le prese la mano e si alzò in piedi, aiutandola a fare lo stesso. La condusse, come in breve tempo comprese, nel bosco, le cui foglie erano gli occhi di Buffy e il cielo quelli di William. Ma quando arrivarono non si chinò a baciarla, né lo fece lei, troppo intenta a controllare i battiti del proprio cuore. Lui rimase per un tempo indefinito fermo a guardarla, lo sentiva. Poi le accarezzò una guancia, scendendo lentamente con le mani lungo le spalle, i fianchi, fino al bordo inferiore del top estivo verde che indossava. Insinuò le mani sotto di esso toccandole la pelle sui fianchi e sulla schiena, facendole provare col solo contatto sensazioni comparabili solo alle sue labbra. Buffy avrebbe voluto imitarlo, ma era incapace di controllare il proprio corpo in quell’attimo di idillio incantato. Ma il suo respiro irregolare incitò William a sollevare i lembi del top fino a sfilarglielo. Buffy non era mai rimasta nuda davanti a un uomo in vita sua, e non aveva nemmeno una chiara idea di come poteva apparire il proprio corpo, questo le provocava un lieve timore ma nessun reale imbarazzo. Rimase immobile, l’aria della sera le solleticava i capezzoli scoperti, ma la sensazione più pungente era lo sguardo di William che l’ammirava incantato.
Alzò una mano con estrema lentezza, sfiorandole con timore un seno perfetto. Buffy gemette inconsciamente, incitandolo a continuare, e in breve tempo prese entrambe le sue mani portandosele al petto. Voleva che lui la toccasse, voleva godere di ogni sensazione lui fosse in grado di regalargli. E voleva che per lui fosse lo stesso. Lasciò le sue mani per sfilargli la maglietta, come lui aveva fatto con lei, e decise di guardarlo nel modo in cui era capace. Con le dita partì dalla faccia, scendendo lentamente lungo il collo e rallentando ancora per sfiorare ogni centimetro del suo torace, ogni curva dei suo muscoli. Era liscio e perfetto, lo sentiva respirare irregolarmente e tendere i muscoli dell’addome, e sorrise per l’eccitazione di sapere che quelle reazioni erano dovute a lei.
Poi lo lasciò e gli si buttò fra le braccia. Voleva che ogni centimetro del proprio corpo toccasse ogni centimetro del suo, voleva sentirlo nel modo più completo, e nemmeno quel contatto le era più sufficiente ma allora come…
William si separò un istante da lei, scendendo sulle proprie ginocchia e sfilandole lentamente la lunga gonna di lino bianca, e con essa le sue mutandine. L’aria fresca la lasciò un momento a disagio, ma come se le avesse letto nel pensiero la coprì abbracciandola, abbracciandole le gambe e appoggiando di lato la testa al suo grembo, come un cucciolo sperduto che si è ritrovato, e come se allo stesso tempo volesse decretare il suo possesso su di lei. Senza fretta Buffy lo invitò coi propri gesti ad alzarsi, per abbassarsi a sua volta e fare lo stesso. Anche lei voleva guardarlo, sentirlo, toccarlo, fondersi con lui. Passò le mani sulle sue forti gambe, e anche sul suo sedere, era eccitata all’idea di un contatto così intimo ma per nulla intimorita come neanche lui lo era. Ma quando arrivò alla zona fra le sue gambe lui gemette fortemente e le bloccò il polso con la mano. Buffy sorrise, pensando maliziosamente che in futuro si sarebbe divertita a giocarci. Poi tastando per terra cercò la propria gonna, ma non per rivestirsi. La stesse per terra e vi si sdraiò sopra, voltandosi verso di lui.
Dopo un attimo di timore, William fu sopra di lei. La baciò appassionatamente, toccandole i capelli, il viso, i seni, i fianchi, e lei non fu da meno. Ma per quanto ormai fossero intimi, come mai avrebbe voluto essere con nessun altro uomo, Buffy sentiva che qualcosa mancava, che non era sufficiente con lui, con il suo William, con il suo amore…
E William stava pensando la stessa cosa. Lo sentiva. E ne ebbe la prova quando lui con una mano le scostò gentilmente le coscie. Sentì sulla propria femminilità il membro che prima aveva a malapena potuto sfiorare. Scariche di pura elettricità le viaggiarono per tutto il corpo, e inconsciamente si spinse contro di lui facendone scivolare la punta dentro di se. William gemette come se avesse ricevuto uno schiaffo, ma per il sintomo contrario. Si impossessò della sua bocca baciandola come se non avesse mai fatto altro, e si spinse ancora un po’ dentro di lei. Buffy sentiva dolore e fastidio, ma anche quel senso di completezza che stava cercando. Voleva che lui continuasse, anche se aveva paura che il dolore non fosse finito, e dal modo in cui lui era diventato rigido capì che probabilmente era proprio il motivo per cui si era fermato.
“Ti amo” gli disse.
Non lo aveva mai detto ma lo aveva pensato milioni di volte. Ed era arrivato il momento.
William era ammutolito dall’emozione. La baciò di nuovo ed entrò completamente in lei. Quando ruppe la sua barriera, Buffy lanciò un piccolo grido dentro la sua bocca, e lui iniziò ad accarezzarle i capelli attendendo finchè non si fosse sentita meglio. Ma in una manciata di secondi Buffy si rese conto che non era mai stata meglio di così in vita sua. Lo incitò a continuare e stabilirono un ritmo all’unisono con quello dei loro cuori. Dentro di lei William si sentiva a casa, e lei ebbe tutte le sensazioni che aveva sempre sognato di provare.
“Io non ho mai fatto altro” le rispose lui mentre il ritmo si faceva più frenetico.
Gli stimoli le arrivavano fino alla testa, si chiese se per tutte le ragazze era così o se lei era fortunata ad aver ampliato i sensi dalla mancanza della vista, ma il pensiero fu brutalmente interrotto quando una scarica più forte l’attraversò facendola tremare.
Seguendo i suoi spasmi, William venne dentro di lei gemendo. Nessuno dei due si mosse per un lunghissimo tempo. Gioivano di quel contatto come se il resto del mondo non esistesse

Capitolo 11

“William…” sussurrò.
Erano ancora uno dentro l’altra. Non avevano intenzione di staccarsi. Anche se dopo qualche momento furono costretti a farlo.
Lentamente scivolò via da lei, accasciandosi al suo fianco e stringendola fra le sue braccia. Quello era il paradiso. Quello era il loro paradiso.
“William…” sussurrò di nuovo
“Shhh…” fece lui.
Buffy rise. La stava zittendo di nuovo. E faceva bene, perché c’erano tante di quelle cose che voleva dirgli…
“D’accordo…” disse lui
“Come?” chiese lei senza capire
“D’accordo… dimmi… quello che stai pensando…” acconsentì.
E Buffy rise di nuovo, era come se le leggesse nel pensiero.
“Entrerai in casa ora?” gli diede un piccolo bacio su una guancia “Mi terrai per mano davanti alla gente?” un altro bacio “Mi dirai quello che pensi?” un altro “Farai di nuovo l’amore con me?”
William la fermò prima che lo raggiungesse con un nuovo bacio.
“Io ti dirò sempre quanto ti amo. E farò l’amore con te ogni giorno per il resto della mia vita” le disse, raggiungendo la sua bocca per un bacio dolce, carico d’amore.
Quando si staccò da lei aggiunse “Farei di tutto per farti felice. Se devo tenerti per mano per strada, entrare in casa tua, farti entrare nella mia, dichiararti il mio amore nella pubblica piazza, imparerò a fare tutto questo. Tu mi aiuterai, Buffy? Mi aiuterai… a essere come te?”
Buffy sorrise “Solo se anche tu mi insegnerai a essere come te”
Passandogli una mano fra i capelli umidi di sudore per il precedente sforzo, Buffy attaccò le sue labbra come se ne andasse della propria vita. Quando lo sentì risponderle con la stessa passione, si mise a cavalcioni su di lui, accarezzandogli il torace.
“Aiutami William…” gli disse in un sussurro “aiutami a essere tua di nuovo…” gemette
William non se lo fece ripetere due volte. Prendendo il proprio membro ormai già indurito, lo guidò verso la sua entrata. Poi prese lei per i fianchi e la invitò ad abbassarsi. Gemendo per la completezza ritrovata, Buffy eseguì.

Quando smisero di fare l’amore si intravedevano le prime luci dell’alba. Buffy e William si erano rivestiti, e ora sedevano sul terreno morbido, lei fra le braccia di lui, appoggiata con la schiena al suo torace.
“Descrivimela” chiese Buffy
“Che cosa?” chiese lui
“L’alba. Descrivimela. Voglio vederla con i tuoi occhi” spiegò
William prese un respiro. “Sopra gli alberi, il cielo è ancora blu. È ancora il cielo che vegliava su di noi stanotte. Ma più in basso si schiarisce, diventa azzurro, e poi prende tutte le sfumature del rosa fino all’orizzonte. Se guardo bene, posso vedere il colore della tua pelle tinto nel cielo. È meraviglioso”
Buffy chiuse gli occhi per contenere le emozioni “E’ meraviglioso sentire la tua voce. È meraviglioso guardare il mondo come lo vedi tu. Non lasciarmi mai William, non lasciarmi ora che ti ho preso”
“Non ne ho nessuna intenzione” le disse, mentre lentamente le toglieva fili d’erba dai capelli.

Quando William la riaccompagnò a casa il sole era già alto. Si salutarono sotto il suo portico con un dolce bacio sulle labbra e la promessa di incontrarsi di nuovo quella sera.
Elisabeth entrò in casa, e trovò suo padre in cucina con la colazione pronta.
“Papà!” esclamò sorpresa “non è presto?” chiese
Rupert sorrise “Beh, un po presto per alzarsi, di sicuro non così presto per andare a dormire…” le rispose con fare complice.
Elisabeth arrossì “E’… è un bravo ragazzo, papà…” non sapeva bene cosa dire, non immaginava quel dialogo così presto.
Rupert le si avvicinò mettendole le mani sulle spalle “Se è riuscito a conquistare il tuo cuore sono certo che lo sia. E per quanto mi riguarda, resto solo in attesa di quando da bravo gentiluomo mi verrà a chiedere la tua mano…” le diede un bacio sulla fronte e si allontanò.

Elisabeth non aveva fame. Corse in camera sua, stremata, abbandonandosi sul letto. Le emozioni di quella notte non l’avrebbero mai più abbandonata, soprattutto con William accanto a lei come compagno

Capitolo 12

“Buongiorno Elisabeth” le disse Angel arrivando sul portico
“Buongiorno Angel! È da tanto tempo che non ti fai vedere!” disse lei con un abbozzo di broncio
“Già, una settimana, dal compleanno dio tuo padre. Mi dispiace, sono stato molto impegnato con gli allenamenti” si scusò lui.
‘Una settimana?’ pensò maliziosamente Elisabeth. ‘Non mi sono accorta che è passata una settimana…’

Ed era così. Ogni notte il suo William andava da lei, e lei dimenticava il resto del mondo. Il bosco ormai era la loro seconda casa, era il loro luogo d’amore. William continuava a parlare il meno possibile, ma non importava più, perché il suo corpo le dimostrava il suo amore meglio di qualunque altra cosa al mondo.

Ma, almeno per il momento, queste cose era meglio non dirle a nessuno. Non finchè non fosse riuscita a far uscire William dal suo guscio per mostrarsi con lei senza vergogna davanti a tutti, e lei non gli avrebbe messo fretta.
“Già, una settimana intera” commentò Elisabeth casualmente
“E tu che cos’hai fatto per un intera settimana?” le chiese l’amico.
Elisabeth non gli avrebbe mai mentito, ma dire tutta la verità non era il caso per ora. “Nulla di particolare, sono rimasta molto tempo a casa con mio padre”. Questo infondo era vero. Almeno durante il giorno…
“Sai” iniziò Angel “tutti parlano di come al compleanno di tuo padre sei riuscita a far ballare perfino William Darcy” scherzò.
Elisabeth si sentiva un po’ impaurita, di solito Angel era schietto con lei, quindi forse non sapeva sul serio nulla di quello che c’era tra loro, ma se invece l’avesse saputo e volesse solo sentirselo dire da lei e lei ora gli mentisse spezzerebbe il cuore del suo migliore amico.
Si sarebbe fatta perdonare.
“Sul serio?” disse stupita “Lo dici come se non avesse mai ballato con nessuna” rise lei
“Infatti è così” commentò Angel
Elisabeth cercò di scacciare il rossore dalle guance. Il suo William aveva ballato solo con lei…
“Non è stata certo un’impresa. Sai… sono andata a ringraziarlo per la storia di Parker… e abbiamo parlato un po’ e ora siamo tornati amici” si trattenne dal mordersi il labbro per aver mentito così spudoratamente.
Si sarebbe fatta perdonare, ma ora aveva troppa paura di spaventare William se la storia si fosse saputa in giro, farlo chiudere ancora di più.
Fortunatamente Angel sembrò non aver notato nulla. “Già… non ricordo certo volentieri quella sera. Avrei dovuto esserci io a proteggerti, mi dispiace moltissimo. È da quando è accaduto che mi chiedo cosa sarebbe successo se William non ci fosse stato, se ti fosse accaduto qualcosa non avrei mai potuto perdonarmelo” disse con voce strozzata per la rabbia e il senso di colpa.
Elisabeth si alzò e andò ad abbracciarlo, voleva rassicurarlo che non c’era nulla di cui pentirsi, le cose erano andate così e per fortuna si erano concluse bene. Angel aveva sempre tenuto molto a lei e si era sempre sentito in dovere di proteggerla, non era il momento di dirgli che non doveva più preoccuparsi di questo perché ora aveva chi l’avrebbe protetta, così si limitò a un abbraccio.

*****

Quella notte, come ormai sapeva bene, aspettava nel portico che William la prendesse per mano e la portasse nel bosco, il loro bosco. Non dovette aspettare a lungo.
Lui non la salutava nemmeno, non ce n’era bisogno. Lei lo sentiva arrivare e tendeva la mano, dopo qualche secondo lui la prendeva e la conduceva gentilmente con se. Facevano sempre la stessa strada, tanto che ormai aveva memorizzato i passi. Dieci passi per uscire dal vialetto di case, undici per attraversare la strada, quindici per superare la fila di casa, poi dopo soli sei passi iniziava a sentire l’aria diventare più fresca e umida, segno che erano iniziati gli alberi.

Da quel momento non contava più i passi, ma il tempo che il suo William impiegava a liberarla da tutti i vestiti ed entrare dentro di lei.

Col tempo, e con la pratica, aveva perso il suo timore iniziale e spesso si divertiva a stuzzicarlo per sentire le sue reazioni. Aveva iniziato tre giorni prima a sfiorare la zona che le era stata proibita mentre lo aiutava a svestirsi. Subito William la fermava e iniziava a tremare leggermente, poi pian piano aveva iniziato a impiegare sempre più tempo prima di fermarla, lasciandola fare sempre di più. La sera prima era finalmente riuscita ad accarezzare completamente questa parte del suo corpo che non aveva mai potuto vedere in vita sua, studiarne la forma e sorprendersi della dimensione, di cui non si era ben resa conto sentendolo solo dentro di lei. Era una fortuna che lui sapesse come funzionavano certe cose, perché lei non avrebbe mai creduto possibile che una cosa così grande potesse entrare attraverso uno spazio così piccolo. Ma quello che la sorprendeva di più non era tanto la dimensione, quanto le reazioni di lui al suo tocco. Le bastava sfiorarlo perché iniziasse a tremare, e quando lo aveva accarezzato lo aveva sentito gemere e rantolare. Per lei era meraviglioso sentirsi così piena di potere quando ormai aveva da tempo accettato di averne meno degli altri per la sua cecità. La faceva stare bene con se stessa, e ovviamente con lui che le permetteva di farlo. Spesso aveva sentito sua sorella Harm parlare di come, per assicurarsi che i ragazzi non si approfittassero delle ragazze, queste dovessero concedersi solo raramente e per motivi particolari. Lei lo trovava ridicolo, concedersi a lui la faceva sentire più potente di qualunque altra cosa, temeva quasi di essere lei ad approfittarsene.

Quella notte decise di stuzzicarlo in modo diverso. Arrivati al bosco sapeva che lui le si sarebbe immediatamente gettato addosso, riempiendola di quei baci pieni di passione che lei adorava.
Ma questa volta lei lo fermò. William rimase fermò, senza capire, piuttosto preoccupato. Finchè lei non sorrise e disse “Devi prima prendermi!” e iniziò a correre.
Un grosso sorriso solcò il viso di William mentre la inseguiva. Buffy non aveva con se il proprio bastone, con William non lo portava mai, ma si fidava di lui e sapeva che non era molto veloce, lui stava certamente rallentando il proprio passo per giocare con lei e se avesse rischiato di farsi male sarebbe arrivato in tempo per impedirglielo. Era elettrizzante pensare di scappare e che dietro di lei ci fosse qualcuno che la inseguiva, pronto a prenderla. Avevano giocato tante volte a questo gioco da bambini, e che ora avesse un significato totalmente diverso non comprometteva il senso di complicità e spensieratezza che creavano la gioia del momento.
William riuscì a raggiungerla, la intrappolò nel suo abbraccio e le baciò il collo. Buffy squittì fingendosi impaurita e si liberò dal suo abbraccio continuando a correre. Ridevano come fossero stati di nuovo bambini, come se tutto quel tempo in cui erano stati separati si fosse annullato.

Buffy si fermò stremata, pronta ad arrendersi appena l’avesse raggiunta, e tastando sentì che poteva appoggiarsi a un tronco d’albero a terra.
Sentiva dietro di se i passi rapidi di William farsi sempre più vicini, e si voltò verso di lui. Nel farlo però eseguì un passo quasi impercettibile, e per un momento il cuore le si mozzò in gola. C’era il vuoto sotto il suo piede. Stava scivolando.
E fu lì che William corse da lei e la prese in tempo, prima che cadesse.
Si sedettero un momento a terra, entrambi ansimanti. William continuava a tenerle la mano.
Fu lui il primo a parlare “Mi dispiace” disse.
Buffy aggrottò la fronte “Cosa ti dispiace?” chiese
Dopo una pausa, parlò di nuovo “Pensavo lo ricordassi, lì c’è la fossa in cui giocavamo da piccoli”
Buffy rimase un momento senza capire, poi comprese “E questo è il tronco in cui salivamo a turno, e chi rimaneva per più tempo era il più coraggioso?” chiese
“Esatto” William sorrise, lieto che ricordasse quei dettagli “Tu ci battevi sempre” aggiunse
“Battevo te ed Angel” ricordò Buffy con un sorriso.
Ma con quella frase William si irrigidì. Non disse nulla ma Buffy sentiva la sua tensione.
“William?” lo chiamò. Lui non rispose. “Per favore, dimmi cosa pensi” chiese nel tono più gentile possibile.
William sospirò “Angel è sempre rimasto tuo grande amico” disse
Buffy si stupì di quell’affermazione “Si. Io e lui ci siamo spesso chiesti per quale motivo tu ti fossi staccato da noi”
Ma non era quello che William intendeva. “Ti ho vista abbracciarlo. Il cuore mi ha fatto male.”

Buffy scattò dritta con la schiena come si fosse scottata e si voltò verso di lui, “Che intendi dire?” chiese stupita.
William abbassò lo sguardo e non rispose. Buffy sentiva ancora la sua tensione. “Credi forse che io abbracci lui come abbraccio te?” gli chiese con fermezza.
“No…” sussurrò lui.
“Allora cosa?” insistette
William sospirò “Io… sono stato male, pensando quante volte avrei potuto abbracciarti e non l’ho fatto. E sono geloso che lui invece abbia sempre avuto l’occasione” confessò.
Il cuore di Buffy si riempì di tenerezza alle sue parole.
“William…” sussurrò “… io ho intenzione di recuperare tutti gli abbracci che ho perso” disse, chinandosi a baciarlo.

Due figure, nell’oscurità della notte, nella tranquillità di un bosco, nella protezione delle stelle, si amavano come se fossero le uniche due persone esistenti nella terra.
“Mia Buffy… mia piccola Buffy” ansimava William all’emozione di essere dentro di lei “Apri gli occhi… voglio guardarti negli occhi… voglio perdermi… nei tuoi occhi…” le sussurrava nell’estasi della loro unione

Capitolo 13

I giorni passavano, non c’era notte in cui lei e William non andassero nel bosco. A volte passavano il tempo abbracciati, a volte si addormentavano insieme e si svegliavano all’alba, più spesso facevano l’amore. Buffy era felice, William era felice. Il tempo avrebbe potuto fermarsi per loro, non c’era nient’altro che volessero dalla vita.

Ma se Buffy avesse dovuto pensare a qualcosa di più, certamente avrebbe desiderato non dover nascondere il loro amore. Aveva giurato a se stessa di non mettergli fretta, ma non le pareva che lui stesse facendo sforzi per questo. Si fidava di lui, ma non sapeva quanto ancora poteva resistere, aveva voglia di salire su una montagna e urlare al mondo la sua gioia.

Era notte, stava seduta sul portico. Vide la sua foschia, tese la mano, lui la prese.
Ma, con suo grande stupore, non stava andando verso il bosco.

“William?” chiese, senza ricevere risposta. Dove la stava portando?
Capì che avevano attraversato la strada, quando lui aprì lo sportello di un’auto e l’aiutò a salirvici. Buffy era più confusa che mai, quando lui si sedette al posto di guida e avviò il motore.
Dopo forse dieci minuti la macchina rallentò fino a fermarsi, e in qualche secondo William aprì lo sportello e l’aiutò a scendere.
“William, dove siamo?” chiese lei di nuovo. In risposta ricevette un dolce bacio sulle labbra. Poi, senza mai lasciarle la mano, la condusse con se facendole scendere alcuni scalini e la fermò. Le lasciò la mano per un momento, e lei lo sentì metterle la mano sulla sua spalla, chinarsi, prenderle la caviglia e sfilarle la scarpa. Fece lo stesso con l’altra, e poi le riprese la mano, lasciandola scalza su legno freddo. Appoggiò le scarpe a terra, le mise la mano libera dietro la schiena conducendola in avanti. Buffy sentì che il legno non era solo freddo, era anche molto umido e c’era della polvere. Forse era polvere, erano come piccolissimi sassolini, ancora più piccoli della ghiaia.
Quando fece il passo decisivo, Buffy sussultò. Non sentì più il legno ma solo la sabbia. L’aveva portata alla spiaggia.
Non era mai più tornata alla spiaggia dall’incidente, quasi non ricordava neanche più come fosse. Ma qualunque sensazione le suscitasse allora, non era comparabile con quello che sentiva adesso.
William la incitò a proseguire, camminando con lei sopra la sabbia morbida e fresca per l’ora tarda, che si modellava sotto il loro cammino. E poi, dopo alcuni passi, sentì la sabbia diventare più dura e umida. Era così concentrata sulla sensazione tattile dei granelli sotto i suoi piedi da non essersi soffermata ad ascoltare il suono dell’oceano, così saltò leggermente quando la coda di un onda le bagnò i piedi, gelida, salmastra, meravigliosa.
Buffy lasciò la mano di William e proseguì per pochi passi, lieta di aver scelto quel giorno una gonna al ginocchio invece di una alla caviglia, che le permise di immergere i piedi e sentire le onde sulle gambe. Non riuscì più a trattenere un grosso sorriso, alzò la testa verso il cielo e strinse le braccia al petto, trattenendo le lacrime per quelle sensazioni meravigliose. Ed era stato il suo William a permetterle di provarle.
Voltandosi verso di lui, tese entrambe le braccia, attendendo che la raggiungesse per stringerlo in un forte abbraccio.
“Grazie” gli sussurrò, mentre una lacrima le scendeva lungo la guancia arrivando a bagnare il suo torace.

Restarono seduti sulla spiaggia per un tempo infinito. Ascoltavano il suono delle onde, godevano delle sensazioni della sabbia e del reciproco abbraccio. Buffy teneva la schiena appoggiata al torace di William, e la testa sulla sua spalla.
Fu lei, come suo solito, a rompere il silenzio per prima.
“William…” sussurrò
“Si?” rispose lui
“… voglio vederti alla luce del sole” disse, in una silenziosa preghiera. Alla fine aveva imparato da William, come spesso tante parole fossero solo una fastidiosa cornice, mentre poche erano sufficienti a spiegare tutto. E William capì perfettamente quello che diceva, ma non pronto a risponderle, l’abbracciò più stretta.

* * *

Il giorno dopo era il compleanno del piccolo Osbourne, e tutto il quartiere si era riunito a festeggiare nel giardino della sua casa. Elisabeth aveva aiutato con i preparativi, e ora intratteneva i bambini più piccoli del vicinato raccontando loro favole. Non aveva ancora sentito la presenza di William, e questo la turbava. Lui c’era sempre a quelle feste, come ogni amico del quartiere, anche se al contrario degli altri stava in disparte.
Quando arrivò il solito momento delle danze di festeggiamento, rimase seduta su una sedia. Harm e Angel le chiesero di ballare, ma non si sentiva dell’umore adatto. Perché il suo William non era lì?

D’un tratto distinse il suo colore. Le parve che venisse proprio verso di lei. Si chiese cosa stesse facendo, lui che era impaurito a mostrare se e i suoi sentimenti alle altre persone. Sapeva che non avrebbe dovuto, ma qualcosa le disse di tendere la mano. E, con suo enorme stupore, lui la prese.
La condusse con se verso la zona da ballo, e cingendole un fianco iniziò a danzare con lei.
Ora era di nuovo Buffy, ed era al settimo cielo. Ballava con il suo William, davanti a tutti, per sua scelta, per suo volere.
Sorrise, ed era certa che oltre il timore stesse sorridendo anche lui.

Capitolo 14

Quella stessa notte, le due figure erano abbracciate nel bosco dopo aver fatto l’amore. William aveva la schiena appoggiata a un albero, e Buffy era accoccolata contro di lui. Alla festa non le aveva più lasciato andare la mano. Avevano ballato, era rimasto con lei mentre parlava con i vicini o mentre intratteneva i piccoli, senza mai dire una parola ma tenendo le dita intrecciate nelle sue. Buffy sorrideva al pensiero, lui le teneva sempre la mano come se avesse paura che le accadesse qualcosa, ma alla festa la teneva come se fosse lui ad aver paura in mezzo alla gente. Eppure era rimasto, con lei, come lei gli aveva chiesto.
“Buffy…” le disse lui distogliendola dai propri pensieri.
“Si?” rispose alla chiamata.
“Sposiamoci”

Il cuore di Buffy perse un battito. Aveva davvero sentito bene? Quello che lui le stava chiedendo era reale? Voleva davvero dividere con lei il resto della sua vita? Dio, quando lo aveva accennato nella sua prima dichiarazione Buffy aveva pensato fosse un modo di dire. E invece era tutto lì. Era tutto reale. Era tutto suo.

Buffy si voltò verso di lui, come se lo stesse realmente fissando negli occhi.
“Si, William. Sposiamoci” rispose sorridendogli.
William doveva avere più timore della sua risposta di quanto ne dimostrasse perché appena ebbe parlato la strinse così forte da farle quasi male. “Sarai mia per sempre, Buffy?” le chiese
Buffy lo baciò “La sono sempre stata”

* * *

Il pomeriggio seguente, Rupert Giles sentì bussare e andò ad aprire la porta. Non fu sorpreso di trovare William Darcy davanti a se.
“Salve signore” gli disse abbassando la testa. Era a disagio in modo più che evidente.
Rupert sorrise “Aspettavo una tua visita, entra” lo invitò.

William si mosse a piccoli passi verso il soggiorno, seguendo Rupert che si sedette su una poltrona indicandogli di fare lo stesso. Sedette, e rimase a guardare le proprie mani intrecciate cercando le parole.
“Non essere timido con me, chiedimi quello per cui sei venuto” disse Rupert per incoraggiarlo.
William alzò la testa sorpreso, poi capì che Rupert invece non lo era affatto. Sospirando, aprì la bocca “Signor Giles… sono venuto qui per chiederle… di poter sposare sua figlia Buffy…”

William ormai si aspettava una risposta immediata, da quell’uomo evidentemente così sicuro di se. Invece Rupert rimase immobile, come in contemplazione. Si chiese come mai, visto che evidentemente sapeva già la domanda, in teoria avrebbe dovuto preparare la risposta. Quello che William non poteva sapere, era che si, Rupert era più che lieto di concedergli la mano di sua figlia, ma un ondata di emozioni che da tempo non sentiva lo aveva attraversato sentendogli pronunciare il nome di Buffy, nome che la moglie usava per la sua Elisabeth e che dalla sua morte non aveva più sentito. In quel momento si rese realmente conto di quanto William tenesse a lei, e non avrebbe potuto essere più rassicurato e orgoglioso di così.
“Signore, si sente bene?” gli chiese William preoccupato.
Rupert si distolse dai propri pensieri “Uhm… si, si, sto bene”
“Allora… che cosa mi risponde, signore?” chiese William timoroso.
Rupert sorrise “Rispondo, che ora dovresti chiamarmi Rupert. O papà, se preferisci” rispose.
William emise un sospirò di sollievo. Era stato accettato.

* * *

Elisabeth rientrò in casa assieme alla sorella, dopo essere state insieme a guardare gli orari delle lezioni universitarie per l’anno successivo. Harmony stava squittendo qualcosa nel suo orecchio, quando entrando percepì la presenza di William nel salotto.
D’istinto si tese, chiedendosi se qualcosa non andasse. Poi comprese il motivo per cui era venuto, e rimase sulla soglia del soggiorno in attesa.
“Tesoro” iniziò il padre “credo che tu e il tuo fidanzato dovreste decidere la data delle nozze ormai” le disse lui sorridente.

Elisabeth rimase ferma un momento, godendo della felicità che la pervase, prima di correre verso il padre saltandogli al collo per un abbraccio. Rupert indicò a William di avvicinarsi, prese le mani di entrambi e le unì.
Harmony mantenne il silenzio per una decina di secondi al massimo, prima di gridare quasi “Cosa? E io non ne sapevo niente? Tu e Darcy? Fantastico! Corro a dirlo a tutti!!” squittì uscendo di casa e iniziando a gridare la novità.

I tre all’interno della casa non le prestarono nemmeno attenzione. Qualcosa, che da molto tempo era stato perso per tutti loro, si stava ricostruendo.

* * *

“Allora William, Jenny è a casa? Penso che io e lei dovremmo iniziare a parlare della nuova situazione” sorrise Rupert mettendo una mano sulla spalla di William.
“Uhm, a dire il vero… lei lo sa già, ora è a casa di mia nonna a dirle la notizia” disse impacciato.
“Però! La vecchia Drusilla. Sono anni che non la vedo, da quando eravamo ragazzi. Cosa ne dici se vado direttamente a raggiungerla là? Sarebbe carino rivedere anche lei” disse Rupert.
“Oh mi sembra una magnifica idea. Di sicuro ne sarà lieta” sorrise il ragazzo.
“Meraviglioso! Elisabeth, puoi pensare da sola alla cena? Se non ricordo male la nonna di William abita piuttosto lontano e non penso di tornare in tempo” chiese alla figlia.
Buffy sorrise “Non c’è nessun problema papà”
Rupert l’abbracciò “Allora io vi saluto ragazzi miei, ci vediamo presto. E… William? Benvenuto in famiglia” gli disse, prima di uscire dalla porta.

Rimasti soli, Buffy e William si strinsero immediatamente in un forte abbraccio.
“Sta succedendo, succede davvero!” disse Buffy incredula.
William le accarezzò i capelli “Si, amore mio, si…” si spostò per guardarla in viso. Era la cosa più bella che avesse mai visto.
William si chinò a baciarla, ma Buffy rispose al bacio più appassionatamente.
“William… adoro il nostro bosco ma… cosa ne dici se… stiamo su un letto questa volta?” chiese lei maliziosa.
William sorrise, le prese la mano e la guidò fuori dalla porta. Buffy rimase un momento stupita, pensava sarebbero semplicemente saliti nella sua camera. Poi ricordò che Harmony probabilmente avrebbe finito presto il giro di notizie e sarebbe tornata a casa, William doveva averci pensato prima di lei.
La condusse a casa sua, una volta entrati la prese in braccio caricandola su per le scale fino alla propria camera, dove Buffy si sentì appoggiare a un materasso morbido. Non dovette attendere per averlo su di lei intento a togliere i vestiti per amarla, come ogni giorno, per il resto della loro vita.

* * *

Rupert e Jenny sedevano su due poltrone opposte a un tavolino da caffè, nel soggiorno di nonna Drusilla, diversi minuti più tardi. Mentre quest’ultima era in cucina intenta a preparare del te, i due cercavano di distogliere gli occhi dal pavimento, ma la tensione era più forte di quella che pensavano.
Fu Rupert il primo a parlare “Sai… quando… mi hai spiegato il motivo per cui hai rifiutato la mia proposta… credevo fosse una scusa. Credevo fosse un modo, per evitare di dirmi che non provavi per me quello che provavo per te. E’ stata la cosa più brutta che mi sia successa dopo la morte di Joyce”, prese un sospirò.
Jenny aveva alzato gli occhi per guardarlo, mostravano compassione per il suo dolore. Ma prima che potesse aprire bocca, lui continuò.
“Ma negli ultimi tempi, quando tuo figlio ha iniziato a camminare sempre più spesso davanti al nostro portico, e soprattutto oggi quando mi ha chiesto la mano di Elisabeth… chiamandola Buffy…” sospirò di nuovo “Ho capito. Ho capito cos’avevi visto, cose che io non potevo vedere e che certamente si sarebbero rovinate se tu avessi… accettato di sposarmi. Ti chiedo di perdonarmi se non ti avevo creduta. E voglio che tu sappia, che ammiro davvero il sacrificio che hai fatto per la felicità dei nostri figli” concluse.

Ci fu un lungo, ma non pesante, momento di silenzio, prima che Jenny rispondesse. “Ti sono grata di quello che dici. Non sai il dolore che ho provato ogni giorno per non esserti vicina, e ancora di più sapendo che tu non mi potevi capire. Ma ho visto William innamorarsi di Buffy, l’ho visto smettere di tenerle la mano per cercare di negarlo, ho visto lei fingere di cadere perché lui tornasse a tenerla… non ero sicura di quello che facevo, ma il futuro che si prospettava a loro sarebbe stato infinitamente migliore del nostro, e se fossero diventati fratellastri non sarebbe accaduto nulla. Mi dispiace Rupert, sai che non ho mai smesso di amarti” confessò.

Rupert alzò gli occhi, i loro sguardi mandarono dolcezza e conforto per un lungo momento. Poi nonna Drusilla tornò con il vassoio del te. “Allora, parliamo di questa cerimonia!” disse gioisa.

* * *

Era da poco scesa la sera. William era appena tornato in casa dopo aver accompagnato Buffy nella propria. Avrebbe voluto stare con lei quella sera, ma lei giustamente gli aveva ricordato che doveva parlare con la sorella, così tornò in casa chiudendosi la porta alle spalle.

Fece in tempo a fare poco più di un passo prima di sentire bussare alla porta. Voltandosi, l’aprì.
“Buongiorno William”

Capitolo 15

Elisabeth era appena tornata a casa. Avrebbe tanto voluto parlare con la sorella, ma Harmony era tornata a casa solo un secondo dicendole che avrebbero parlato il giorno dopo perché ora aveva un appuntamento. Di nuovo. Non le piaceva molto stare in casa da sola e aveva pensato di tornare da William, ma non voleva pressarlo e si aspettava che tornasse da lei anche quella notte, così aveva fatto un giro per il vicinato ma pare che quella sera fossero a casa solo i vecchi coniugi Snyder, non particolarmente amichevoli.

Sospirò, pensando a come tenersi occupata senza pensare ogni minuto al suo William e al loro matrimonio, quando sentì bussare alla porta.
“Ciao… Elisabeth…” la salutò Angel.
Elisabeth notò il suo tono triste “Angel… immagino che le urla di mia sorella siano arrivate anche a te, giusto?” disse dispiaciuta. Avrebbe dovuto far tacere la sorella per parlarne di persona almeno con lui.
“Si…” rispose lui.
Elisabeth sospirò “Mi dispiace non avertene parlato io. Ma sai com’è fatta Harmony, appena saputa la notizia non l’ha fermata più nessuno. E avrei voluto parlartene fin dall’inizio ma William è così schivo nei confronti della gente, temevo che se la notizia si fosse sparsa si sarebbe chiuso in se ancora di più.” cercò di spiegarsi.

Angel non le rispose. Lo sentiva solo respirare forte. Molto forte.
Buffy si preoccupò “Angel, cos’hai? Te l’ho detto mi dispiace sul serio, sai che non avrei mai fatto nulla per mettere a rischio la nostra amicizia se non ci fosse stata una ragione…” si scusò.
Angel respirò ancora “Tu… tu lo ami?” le chiese
“Si… si, lo amo tantissimo” sorrise. Angel non rispose. Continuava a respirare in quel modo irregolare, Buffy si preoccupò sul serio “Angel, ma cos’hai?” gli chiese dolcemente.
“Mi… mi dispiace Elisabeth…” si sforzò di dire.

Elisabeth non capì. Aggrottando la fronte, tese una mano per prendere la sua cercando di consolarlo. Ma la mano di lui tremava, ed era coperta di qualcosa, qualcosa di liquido, qualcosa di ancora caldo.
Una morsa d’acciaio le strinse il cuore, e la mente le si annebbiò mentre non voleva credere a quello che aveva compreso.
“Angel…” sussurrò.
“Mi… mi dispiace…” ripetè con voce strozzata.
Buffy smise di pensare. Iniziò a correre più veloce che potè, verso casa di William. Angel non la seguì nemmeno.

* * *

La porta era aperta e Buffy l’attraversò in un istante, “William!” chiamò.
Per la fretta aveva lasciato il bastone a casa e ora era costretta ad agitare le braccia davanti a se per non scontrarsi con gli oggetti. Urtò il mobile dell’ingresso ma ignorò il dolore al fianco come non fosse accaduto e continuò ad avanzare. “William!” gridò di nuovo, senza ottenere risposta.

Aveva quasi raggiunto il soggiorno quando urtò qualcosa con le scarpe. Qualcosa di morbido. Il cuore le batteva così forte da annebbiarle la mente, mentre si chinava e toccava il suo William steso a terra. Fu un attimo, poi la razionalità prese il sopravvento e iniziò a tastare il suo corpo fino a raggiungere la gola. Il battito c’era. Lui non le rispondeva, ma era vivo. Iniziò a frugare nelle tasche della gonna per il cellulare. Dannazione, anche quello era a casa. Il telefono, doveva trovare il telefono. Si alzò in piedi e si fiondò di nuovo verso l’ingresso, ma tastando tutto il tavolino non riuscì a trovarlo. Se non era lì avrebbe perso tempo a tastare tutta la casa prima di trovarlo, perché non aveva idea di dove potesse essere. Doveva riflettere. Papà era via, così come la madre di William, Harmony era uscita, i vicini avevano deciso di cambiare dimensione in quella maledetta serata!
Era sola. Peggio, era con William che dipendeva da lei. E lei per la prima volta in tutta la vita maledisse la sua cecità.

Ma ora non aveva tempo per quello. Non aveva tempo per niente. Corse da lui inginocchiandosi accanto alla sua testa. “William” iniziò a chiamarlo prendendolo per le spalle e squassandolo. Lo sentì gemere. Era un inizio. “William ascoltami! Non sforzarti di parlare, ma adesso ti prego, usa tutta la forza che ti è rimasta perché non sono abbastanza forte per trasportarti da sola. Quindi aiutami e resta sveglio” ordinò.
Non sapeva nemmeno fino a che punto era ferito, gli avrebbe fatto male se avesse iniziato a toccarlo. Trovò le sue spalle e cercò di alzarlo. Era molto più pesante di quello che pensava, ma ora non poteva andare nel panico. Ma sentiva i suoi muscoli tendersi, segno che l’aveva sentita e che stava reagendo. Bravo William.
Con non poca fatica riuscì a farlo alzare in piedi e mettesti il suo braccio intorno alle spalle. Mai come in quel momento fu grata a sua madre per aver scelto la casa in base alla vicinanza dell’ospedale, era a due passi e avrebbe potuto farcela. Fece tutto ciò che era in suo potere per impedirsi di pensare che non aveva idea di come lui stesse in realtà.

Continuò a parlargli per motivarlo, e in breve tempo riuscirono a uscire di casa. Uno… due… tre… i passi per l’ospedale erano i più difficili che avesse mai fatto. La strada era silenziosa, quasi surreale. Era come se il resto del mondo fosse scomparso, e fosse rimasta sola. Diciotto… diciannove… venti… William era pesante, la corporatura di un uomo era troppo per lei che non riusciva neanche a sollevare se stessa per uscire dall’acqua della piscina. “William, amore mio, ci siamo quasi, so che ci siamo quasi”. Trenta… trentuno… trentadue… andare dritto ancora due passi e poi a sinistra, e poi cinquanta passi fino al pronto soccorso, e ce l’avrebbero fatta, il suo William sarebbe stato bene. Quarantasei… quarantasette… quarantotto… pregava di non starsi sbagliando, sarebbe stata la prima volta ma in questo momento poteva succedere di tutto. Cinquantacinque… cinquantasei… cinquantasette… il silenzio intorno a lei la stava uccidendo, le sembrava di non riuscire a mantenere l’equilibrio, doveva essere forte. Settanta… settantuno… settantadue… parlargli diventava più difficile, iniziava a mancarle il fiato. “William… manca poco…” aveva la vista annebbiata dallo sforzo, iniziava a non farcela più. Ottantadue… ottantatre… ottantaquattro… ormai c’erano, sentiva sempre più distintamente rumori di auto, addirittura qualcuno che parlava. William riusciva ancora a tenersi in piedi, barcollava sempre di più, ma ce l’aveva fatta.

“Mi serve aiuto qui!!” gridò con tutta la voce che le era rimasta.
Fece ancora qualche passo prima di sentire che il peso di William le veniva tolto di dosso, e qualcuno la stava sostenendo per un braccio. “Signorina, signorina” una voce gentile la chiamava “Venga con me, venga, stiamo portando il suo compagno in ospedale” chiunque fosse era una mano santa, e doveva essersi accorto che era terrorizzata “Non si preoccupi, ora è in buone mani, su venga…” la incitò.
William era arrivato, e ora si sarebbero presi cura di lui. Era tutto quello che voleva sapere. Ora, stremata e senza fiato, svenne.

Capitolo 16

“Signorina… signorina…” una voce gentile l’aiutò a riprendere conoscenza.
Elisabeth si tirò su di scatto, non sapeva nemmeno se aver più paura di non sapere dov’era, di chi l’avesse chiamata o di non sapere come stava William.
“Si calmi signorina… si trova nel corridoio del pronto soccorso. Mi dispiace non averle trovato una sistemazione migliore. Sono il dottor Weber, ma può chiamarmi Ben” disse il dottore cercando di essere rassicurante.
Elisabeth ansimava “Io…” tentò prima di coprirsi il viso con le mani cercando di trattenere i nervi dall’esploderle.
Sentì il dottore metterle una mano sulla spalla, aveva così bisogno di conforto che si rilassò leggermente “Il suo compagno, il ragazzo che ha portato qui, ora si è stabilizzato. Non ha ancora ripreso conoscenza, ma per il momento non c’è da preoccuparsi” le spiegò.
A sentire quelle parole Elisabeth tirò un enorme sospirò di sollievo. Immediatamente seguito da una serie di singhiozzi mentre si chinava in avanti ansimando come se non riuscisse a respirare. Il dottore riconobbe l’attacco d’ansia, e appoggiandole una mano sulla schiena le ripetè di fare lunghi respiri.
Dopo qualche momento, Elisabeth riuscì a fare un sospiro e mettersi in piedi.
“Si sente meglio?” chiese il dottore.
“Si… grazie… senta… posso andare da lui?” chiese Elisabeth.
“Uhm, veramente Elisabeth, sarebbe meglio che prima parlassimo un momento se non le dispiace” disse il dottore “Potrebbe dirmi cosa sa di quello che è successo?” le chiese.

Quello fu il momento. Il momento in cui Elisabeth fu indotta a ripensare a tutto quanto. Angel era andato da lei… era andato da lei a scusarsi, e lei aveva iniziato a parlare ininterrottamente come sempre senza prestare attenzione. Finchè non aveva sentito nelle sue mani il sangue, il sangue di William. E poi era corsa. Angel dov’era ora? Che doveva fare? Doveva denunciarlo? E suo padre, e la madre di William…
“Signorina?” la chiamò il dottore.
“Mi chiamo Elisabeth” rispose, recuperando la sua consueta sicurezza. Doveva farlo, la situazione lo richiedeva. “Il mio fidanzato si chiama William. Dovrei chiamare mio padre… e sua madre. Può aiutarmi a raggiungere un telefono?” chiese.
“Certamente. Ma prima che li chiami penso che dovrei dirle come sta lui…” iniziò.
Un brivido percorse la schiena di Elisabeth. Inconsciamente sperava di avere accanto suo padre mentre le veniva detto. Ma il dottor Weber aveva ragione, doveva saperlo prima di chiamarli. “Mi dica”
“Vede, il suo fidanzato ha ricevuto… tre coltellate all’addome. Fortunatamente non è stata necessaria un operazione, e con una terapia di antibiotici, venticinque punti e molto riposo si rimargineranno. Lo ha portato qui in tempo e, per quanto possa significare, l’ammiro molto per quello che è riuscita a fare.”

Elisabeth avrebbe voluto ascoltare, ma la sua mente si era fermata al punto in cui diceva che Angel aveva accoltellato William. Angel. Aveva accoltellato William. Era una cosa folle. Folle da pensare, folle da dire, come poteva essere successo? Perché?
“Capisco come può sentirsi, ora se vuole la accompagno al telefono” il dottore interruppe il flusso dei suoi pensieri.
“Certo” rispose Elisabeth “Certo…”

* * *

“Elisabeth!” la chiamò suo padre, correndo verso di lei e stringendola. “Dio mio piccola, come ti senti?” le chiese terrorizzato.
“Io sto bene papà. Signora Darcy?” chiamò. La madre di William le strinse la spalla, ed Elisabeth si voltò verso di lei abbracciandola. “Mi dispiace molto per quello che è successo” disse sinceramente.
“Tesoro, non sei tu che te ne devi dispiacere, è chi ha fatto questo” disse Jenny tranquillizzandola.
Ma non fece che inquietarla maggiormente. Al telefono non se l’era sentita di dire tutto. E sinceramente non se la sentiva neanche ora. Ma doveva.
“Papà… Signora Darcy…” iniziò, prendendo un sospirò.
“Tesoro, sono Jenny…” le disse, forse comprendendo la sua tensione.
Ma Elisabeth sapeva bene quale sarebbe stata la loro reazione alla notizia, anche se non sarebbe minimamente stata comparabile alla propria. E a quel punto non sarebbero più stati capaci di tranquillizzare neanche se stessi.

* * *

“Ho chiamato il distretto, Angel non era a casa sua, lo stanno cercando” annunciò Rupert tornando dalla telefonata.
Jenny ed Elisabeth erano rimaste sedute in sala d’attesa aspettando il suo ritorno, o il ritorno del dottore che le autorizzasse ad entrare da William. Quando Rupert arrivò, si tesero entrambe, tenendosi la mano. Lui si sedette accanto a loro, togliendosi nervosamente gli occhiali e iniziando a pulirli. Elisabeth non aveva bisogno di vederlo per capire che lo stava facendo.
“Sinceramente, non sono nemmeno sicuro di quello che ho fatto. È così assurdo. Jenny, voglio bene a William come fosse figlio mio lo sai, ma Angel… se non era come un figlio, era come un nipote…” disse Rupert a voce bassa.
Jenny sospirò “Credo che come madre dovrei essere più sicura, ma non riesco a capire… William non frequentava più nessuno da molto tempo, ma da bambini lui, Angel ed Elisabeth erano così legati…” si asciugò la lacrima che le scendeva incontrollata da un occhio.
“E’ evidente che Angel deve avere qualche disturbo, Jenny. Il ragazzo che conosciamo non sarebbe mai stato capace di fare una cosa simile. Qualcosa deve averlo disturbato al punto da perdere completamente la testa e…” s’interruppe improvvisamente.
E all’improvviso tutti e tre si svegliarono da quel torpore che si dice sia dato dallo shock e compresero.
Quella grande amicizia che sembrava esserci sempre stata tra Angel ed Elisabeth, era evidentemente più che un amicizia per lui.

“Signorina Elisabeth, signora Darcy… potete entrare a vederlo, ma vi avverto che non ha ancora ripreso conoscenza.”
L’improvvisa distrazione permise ai tre di non nominare quello che avevano pensato. Ma purtroppo non smisero di pensarlo.

* * *

“Elisabeth, cara. Ti lasciamo sola con lui un momento con lui mentre sentiamo dal distretto se hanno novità, poi però dovresti andare a casa a riposare” le disse Rupert, prima che lui e Jenny uscissero.
Elisabeth rimase sola in quella stanza, seduta su una sedia accanto a William, mentre gli teneva la mano. Avrebbe voluto parlare. Avrebbe voluto dirgli qualcosa, anche se dormiva ancora. Diceva dormire, perché la parola coma non le entrava in testa. Il suo William. Cos’avrebbe fatto se non si fosse ripreso? Non poteva neanche pensarci.
Doveva uscire.
Era abituata al silenzio di William, ma QUEL silenzio, il silenzio di quando William non poteva scegliere di stare in silenzio ma ne era costretto, quello, la uccideva. Doveva uscire.
Uscì.

Passando per la sala d’attesa congedò il padre con un cenno, indicandogli che voleva andare a casa da sola. Non le creò problemi, non c’era certo bisogno di creargliene altri.

Capitolo 17

Uscì dal pronto soccorso stringendosi le braccia al petto, sentiva freddo pur essendo in piena estate. Passando accanto a un gruppo di persone le sentì parlare “Non è incredibile? Quella ragazza cieca si è fatta chissà quanta strada con il suo fidanzato in spalla per portarlo qui, non so nemmeno se ci riuscirei io…” raccontava una donna. Ma in quel momento non si sentiva orgogliosa, né soddisfatta, né contenta.
Percorse i passi che la separavano da casa. Non aveva timore di incontrare Angel, se la polizia non l’aveva trovato non poteva essere nel quartiere, sentiva le loro auto e qualcuno di loro parlare alla radio lungo la via. Entrò in casa, salì le scale e senza nemmeno spogliarsi si infilò a letto.
Aveva sinceramente sperato di potersi addormentare, che una volta sdraiatasi nella calma della sua casa la dose di adrenalina che l’aveva sostenuta se ne andasse lasciandola così stanca da non poter pensare. Infondo era sveglia da molte ore, sentiva l’alba arrivare.
Invece, appena sdraiata da sola la sua mente si riattivò più di prima. Angel, il suo amico, il suo sostegno. Non avrebbe mai potuto sospettare che provasse qualcosa per lei viste tutte le ragazze con cui usciva, e mai lo avrebbe creduto capace di una cosa simile. Ma come poteva odiarlo? Come poteva dimenticare gli anni passati insieme per un solo gesto, per quanto atroce? Poteva solo immaginare il dolore che l’aveva spinto a un atto così brutale. Si sentiva profondamente dispiaciuta per lui. E nonostante tutto non aveva idea di come affrontare l’idea che lui finisse in prigione, chissà per quanti anni, per aver perso la lucidità per un minuto. Ed era stato solo un minuto, perché subito dopo e con le mani ancora sporche di sangue era corso da lei, da lei a dirle che gli dispiaceva, e forse sperando che lei ancora potesse riparare, come alla fine fortunatamente aveva fatto. E dov’era ora? Si era nascosto o se n’era andato? L’avrebbe più rivisto? E se lo avesse rivisto lo avrebbe perdonato?

Si alzò dal letto. Tentare di dormire era inutile. Aveva bisogno di aria, aveva bisogno di uno spazio aperto. Fuori il sole stava sorgendo, poteva sentire i passeri del mattino iniziare a cantare.
Aveva ancora i vestiti della notte precedente addosso. Sentiva l’odore del sangue di William su di se, ma per ora non riusciva a toglierseli. Prese il telefono, voleva essere pronta a ricevere qualunque notizia dall’ospedale, poi scese le scale e uscì di casa.

Forse avrebbe dovuto restare sul portico, o ancora meglio svegliare Harmony e raccontarle tutto, anche se non se la sentiva ancora di parlare. Ma i suoi passi la guidarono oltre la sua volontà verso un posto che ormai conosceva come la sua casa. Il bosco.

* * *

Pochi passi e il fresco della flora iniziò a riempirle i polmoni. Sentiva l’erba solleticarle i piedi attraverso i sandali, e il lieve vento muoverle i capelli. Strinse le braccia al petto, come per abbracciarsi. Le veniva quasi da sorridere. Quel posto era suo e del suo William, e aveva visto troppi momenti felici per potervi essere triste. Il suo William che l’amava da quando erano piccoli, che in quel posto l’aveva amata, in quel posto le aveva promesso di amarla per sempre. In quel posto le aveva raccontato l’alba, e la foschia del mattino, quando tutto sembra azzurro come il cielo, come doveva essere ora. Lì sentiva che tutto si sarebbe sistemato, che William presto si sarebbe svegliato e sarebbero andati avanti come se non fosse successo nulla, che avrebbero continuato ad amarsi per il resto della loro vita.

E poi qualcuno le toccò la spalla.

Elisabeth si voltò ti scatto facendo un passo indietro, e perdendo l’equilibrio finì seduta sul terreno. Così assorta nei suoi pensieri non aveva avuto la minima percezione che qualcuno si stesse avvicinando.
“Chi è?” disse col panico nella voce.
Sapeva la risposta. Perché chiunque altro l’avrebbe chiamata prima di toccarla.
“Elisabeth…” le disse Angel, quasi in un sussurro.
Il suo tono di voce era così impaurito che avrebbe voluto abbracciarlo e dirgli che tutto si sarebbe risolto. Ma non poteva. Perché la sua sensibilità coi suoni le fece intuire che non era solo paura la sua. Non era ancora lucido del tutto.
“Angel…” iniziò cercando di essere rassicurante, ma troppo confusa per alzarsi da terra “… ti stanno cercando… temo che peggioreresti la tua situazione se scappi… posso accompagnarti io se vuoi…” tentennò.

Lo sentiva camminare nervosamente avanti e indietro, e non osò alzarsi. Dopo qualche lunghissimo momento lui parlò, ma la sua voce aveva un intonazione isterica, quasi folle.
“Io…” iniziò “… non so come ho fatto. Non ci vedevo più. Tu… sei sparita per settimane e poi sento urlare per strada che ti sposi!” disse continuando a camminare di fronte a lei.
“Angel…” tentennò lei anche se le tremava la voce “… mi dispiace. Io avrei voluto parlartene prima ma…”
Lui la interruppe “Perché lui? Perché? Quando hai avuto l’incidente lui si è allontanato e io sono sempre rimasto! Perché dal nulla torna e tu ti getti tra le sue braccia? Sarebbe cambiato qualcosa se ci fossi stato io e non lui a toglierti di dosso Parker?” le chiese, ma non era certa che stesse parlando con lei o alla propria testa.
“No!” sussurrò Elisabeth, con gli occhi lucidi di lacrime “No Angel… era da prima… non centra quello… io lo amo Angel…”
In un attimo si trovò alzata da due forti mani che le tenevano le braccia, sollevata da terra come fosse una foglia, e gridò terrorizzata mentre Angel urlava “Io amo te Elisabeth! In tutti questi anni nessuna mi ha mai fatto sentire bene come quando sono con te! Io non posso lasciare che lui ti porti via!”

Elisabeth piangeva. La verità era stata svelata, e ora lei era sollevata a un indefinito numero di centimetri da terra, sostenuta da un uomo che aveva quasi ucciso l’amore della sua vita, mentre erano troppo lontani perché qualcuno la sentisse gridare.

Fu un attimo, e con tutta la forza che aveva diede un calcio al suo aggressore, al suo amico. Non credeva di avergli fatto davvero male, fu probabilmente per la sorpresa che la lasciò cadere a terra, e lei fu pronta a tirarsi in piedi, voltarsi e iniziare a correre. “Elisabeth!!” le gridò chiamandola, ma lei non si fermò.
Corse più veloce che potè anche se non aveva calcolato la direzione. Sperava di seminarlo tra gli alberi, o che smettesse di inseguirla. Ma i passi dietro di lei si facevano sempre più vicini, lui era allenato, molto più veloce di lei. Una morsa le strinse il cuore, l’ultima volta che aveva fatto questo era per gioco con il suo William, il suo William che non c’era perché Angel lo aveva accoltellato, e per quanto ne sapesse poteva farlo anche con lei. Corse, ed era un miracolo già non inciampare tra i rami a terra, ma non sapeva dove andare e lui non smetteva di inseguirla. L’unico rumore nell’aria era il suo respiro affannato e lo spezzare dei rami dietro di lei al suo passaggio. Vicini, più vicini, più vicini…

E poi cadde a terra. Non cadde inciampando, cadde perché lui l’aveva spinta, perché l’aveva raggiunta. E ora le era addosso. Elisabeh gridò con tutto il fiato che aveva, ma se avesse potuto vedere la follia negli occhi di Angel avrebbe saputo che non serviva a nulla. Quello non era lui, non lo era più, quello era un mostro che aveva preso il controllo della sua testa.
La girò sulla schiena e si mise a cavalcioni su di lei per tenerla ferma, bloccandole le braccia con le mani.
“Elisabeth… non scappare… ti prego ho bisogno di te… non posso stare senza di te…” le disse con voce spezzata, chinando il viso per appoggiarlo al suo, mentre lei non riusciva a trattenere le lacrime.
“Ti prego Angel… lasciami andare… se dici che mi ami lasciami andare…” pianse.
“Non posso, non capisci?” le disse alzando il viso per guardarla “Io non posso lasciare che torni da lui!” gridò. Rimase un istante solo a guardarla piangere “Ti prego… perdonami per quello che ti sto facendo… ma non posso vivere se tu non sei con me…” confessò.
“Angel… io sarei sempre con te… tu sei come un fratello per me, non me ne sarei mai andata” pianse lei.
La voce di Angel si addolcì, ma c’era ancora qualcosa di maniacale nel suo tono “Non è un fratello che voglio essere per te…” disse con voce più bassa, prima di chinarsi a baciarla.
Elisabeth si staccò come se si fosse bruciata “No! No ti prego non farlo…” implorò capendo le sue intenzioni.
“Non sai per quanto tempo… quanto ho desiderato…”
“No… no… smettila di parlare così…” disse.
Angel le lasciò andare una mano per accarezzarle il viso. Fu quello il suo errore, ed Elisabeth fu pronta a prendere il primo ramo spesso che trovò a terra e scagliarglielo contro la testa.

Angel urlò di dolore tenendosi la testa con le mani, e lei riuscì a scivolare via da sotto di lui ricominciando a correre.
Ebbe pochi attimi di vantaggio prima che lui riprendesse a inseguirla, e questa volta se l’avesse presa sarebbe stata finita.

Continuò a correre finché non andò a sbattere contro qualcosa che la colpi all’addome. Era un tronco, un grosso tronco d’albero caduto a terra. Lo tastò. E capì come salvarsi.

Rimase in piedi, immobile accanto ad esso, aspettando che Angel la raggiungesse. E quando lo sentì dietro di lei, si spostò di lato perché la superasse. E poi ci fu il silenzio.

Aveva trovato il tronco in cui lei, Angel e William giocavano da piccoli. Quello davanti alla fossa, la fossa in cui lei stessa era quasi caduta perché non la ricordava. Nemmeno Angel l’aveva ricordata.

Capitolo 18

“Angel!” gridò. Era caduto, era certa che fosse caduto, quanto era profonda quella fossa? La ricordava enorme, ma era una bambina e i bambini vedono tutto enorme… “Angel!” gridò di novo.
“Uhhng… Beth…” sentì gemere.
“Angel! Sei vivo!” gridò isterica. Qualunque cosa potesse meritare per quello che aveva fatto, non era morire. “Stai fermo, immobile, io chiamo aiuto!” gli disse. Allontanandosi di qualche passo prese il cellulare dalla tasca e chiamò i soccorsi.

* * *

Poche decine di minuti dopo, Elisabeth era avvolta in una coperta, con suo padre che abbracciandola le ripeteva quanto stupido era stato a lasciarla tornare a casa sola, mentre Angel veniva portato in ospedale dai paramedici scortati da due poliziotti. Dopo averlo informato dell’arrivo dei soccorsi lo aveva lasciato solo per tornare alla strada, o in mezzo a quel bosco non li avrebbero mai trovati. E questo le veniva a favore perché non voleva essere a portata di voce in quel momento. Qualunque cosa avesse da dirle, voleva solo poter passare qualche minuto riuscendo a odiarlo.
Mentre veniva caricato sull’ambulanza, lo sentì dirle “Mi dispiace”. Lo aveva detto a voce talmente bassa che si chiese se l’avesse sognato. Si sentì fortunata per non essere obbligata a rispondergli

* * *

“Lizze! Sorellina! Dio quanto ero preoccupata, papà mi ha telefonato e mi ha detto tutto!” l’accolse la sorella abbracciandola stretta.
Rupert sospirò “Elisabeth, se non ti dispiace, io torno all’ospedale. Ma tu ora devi riposarti, sul serio” le disse, abbracciandola un ultima volta prima di uscire.
“Tesoro, vieni ti accompagno di sopra” Harmony la prese dolcemente per un braccio conducendola al piano di sopra.
L’aiutò a svestirsi e ad entrare nella doccia, “Ti farà sentire meglio” le aveva detto.
Elisabeth non aveva ancora più detto una parola.
Harmony l’aiutò a infilare la vestaglia e le asciugò i capelli, poi l’accompagnò al letto.
Dopo un tempo infinito, Elisabeth si addormentò tra le braccia di sua sorella che le accarezzava i capelli, sussurrandole che non doveva più preoccuparsi.

* * *

Angel si svegliò. Era in ospedale.
Nello stesso attimo in cui si chiese perché era in ospedale, ricordò esattamente tutto quello che aveva fatto. Quello che aveva fatto a William, quello che aveva fatto a Elisabeth. Come diavolo era potuto succedere, com’era arrivato a quello?
Si guardò intorno. Era in una stanza vuota con due poliziotti all’entrata. Avrebbe solo voluto scusarsi, sarebbe impazzito di nuovo se non avesse potuto farlo.
Era nervoso da giorni, e quando aveva sentito la notizia di Elisabeth, la sua Elisabeth, che si sposava… qualcosa dentro la sua testa di era incrinato, il sangue aveva iniziato a pompargli più forte nelle tempie e in meno di un secondo si era ritrovato a bussare alla porta di William con il coltello da cucina di sua madre in mano. In quel momento credeva di non aver visto il viso spaventato di William mentre affondava il coltello, ma ora era impresso nella sua mente. E ancora quella domanda, che lo tormentava, come era successo…

Vide i due poliziotti allontanarsi. Dovevano pensare che stesse ancora dormendo. Fortunatamente per lui sbagliavano.
Aspettò che fossero abbastanza lontani e scese dal letto.
Tutto il suo corpo era dolente per la caduta, ma solo il polso era rotto quindi poteva camminare. Uscì dalla porta. Sapeva esattamente cosa fare ora.

Angel aspettò che Jenny uscisse dalla stanza e si allontanasse prima di entrare. L’aveva sentita dire al telefono che non si era ancora svegliato. Entrò nella stanza e si avvicinò al suo letto.
Non seppe quanto tempo realmente era rimasto a fissarlo.
“William… mi dispiace” disse a quella sagoma immobile. “Sei stato l’amico migliore che ho avuto, e quando te ne sei andato mi è rimasta solo Elisabeth. È come una sorella per me. E non ho idea di come ho potuto credere che fosse qualcosa di diverso, ma non finirò mai di chiedere perdono perché tu ci sia finito in mezzo” confessò.
Con quelle parole, si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla, chiudendo gli occhi e pregando silenziosamente che il suo errore potesse trovare rimedio.
“…huh…” lo sentì sussurrare. Si stava svegliando. Curioso no? Apriva gli occhi trovandosi davanti l’uomo che l’aveva quasi ucciso. E gli occhi li aprì. Puntandoli immediatamente su di lui, come avesse sempre saputo che era lì.
Angel lo vide iniziare con paura, e passare immediatamente a un misto di dispiacere e compassione.
“Angel…?” sussurrò.
Angel lo guardò. “Trattala bene, amico” disse, voltandosi per andarsene.
William lo fissò mentre zoppicando lentamente tornava verso la porta, e uscendo la chiudeva dietro di se.

Angel percorse la strada verso la propria stanza. Dopo aver visto William, sapeva che si sarebbe odiato per tutta la vita.
Ad un tratto una donna gli attraversò la strada, e riconoscendolo si fermò davanti a lui. Era anni che non la vedeva, ma capì immediatamente chi fosse dal dolore con cui lo fissava. Era Jenny. E le tremava il mento, dalla rabbia o dal dolore. Sapeva dov’era stato.
Angel la guardò, chiedendo perdono con gli occhi. “Si è svegliato…” disse, superandola, e andando direttamente verso i poliziotti a costituirsi.

Capitolo 19

Elisabeth si svegliò diverse ore più tardi, quando Harmony le portò un tentativo di colazione fatta in casa.
“Ciao sorellina!” le disse gioiosa “Ho pensato che è da un po’ che non mangi e non ti fa per niente bene” la raggiunse con il vassoio.
“Grazie Harm… in effetti iniziavo ad avere fame” disse Elisabeth alzandosi a sedere, mentre la sorella le porgeva il vassoio e si sedeva accanto a lei.
“Allora…” iniziò Harmony “non abbiamo ancora fatto in tempo a parlare del fatto che ti sposi prima di me!” disse sorridente, era ovvio che cercava di tirarla su di morale.
Elisabeth abbozzò un sorriso “Già… se non contiamo che William… è…” tentennò con voce spezzata.
“Oh, ma non pensare a questo! È ovvio che si sveglierà! E vedrai che in meno di quello che pensi starà bene e vi dimenticherete di tutto quello che è successo! Avevate già scelto una data?” squittì lei.
“Uh… no… veramente a me l’aveva chiesto solo la sera prima…” poi decise di farsi contagiare dall’entusiasmo della sorella, non poteva che farle bene “Ma a me piacerebbe in primavera” disse.
La sorella fece un salto battendo le mani “Ah!! In primavera! E voglio farti da damigella d’onore! E voglio anche aiutarti a scegliere il vestito! Vuoi farlo in chiesa o chiamiamo il prete qui nel giardino? Sarà una cerimonia fantastica!” gridò la sorella entusiasta.
Elisabeth per ora non riusciva a pensare neanche alla metà di quelle cose, ma l’entusiasmo della sorella le fece tornare un po’ di tranquillità, e fiducia che magari più avanti sarebbe successo davvero.

Poi sua sorella le disse una cosa che la sorprese.
“Lizzie… hai mai pensato… di farti operare agli occhi?” abbozzò timidamente.
Elisabeth spalancò gli occhi “Come?”
“Vedi…” iniziò la sorella “… papà mi ha chiesto di non parlartene, perché prima non se lo poteva permettere e gli interventi non erano sicuri. Ma ora hanno fatto non so quali scoperte in più e io e lui stiamo risparmiando da molto tempo in caso un giorno l’avessi voluto fare. Ora che stai per sposarti… non pensi che vorresti… tornare a vedere?”

Elisabeth smise quasi di respirare. Sua sorella aveva certamente le migliori intenzioni del mondo, ma probabilmente non si rendeva conto dell’importanza di quello che stava dicendo. Tornare a vedere… dopo tutti quegli anni. Vedere William, vedere i loro bambini. Se avesse avuto la possibilità di vedere si sarebbe accorta subito delle mani sporche di sangue di Angel, avrebbe trovato il telefono a casa di William…

Per fortuna in quel momento lo squillo del telefono la distolse dai suoi pensieri. Raggiunse la tasca ed estrasse il cellulare.
“Pronto?” disse ancora emozionata.
“Elisabeth?” era suo padre “Ci sono novità” disse, apparentemente sollevato.
“Quali novità? E’ successo qualcosa di grave?” chiese comunque allarmata.
“Non proprio. Qualche ora fa Angel ha confessato, ha ammesso tutto quello che ha fatto e l’avvocato d’ufficio che gli è stato assegnato voleva chiedere momentanea infermità mentale. Però c’è dell’altro…” disse
“Altro?”
“Si. Quando è stato in ospedale gli hanno fatto alcuni esami, tra cui quello tossicologico. Pare che Angel facesse uso incontrollato di steroidi per lo sport, e i medici pensano che siano stati quelli a causare lo squilibrio ormonale che ha portato alla perdita del controllo per stress” disse
“Cosa?” gridò Elisabeth “Angel non usa quella roba! Non l’ha mai fatto!”
“Lo penso anche io, e anche lui nega. C’è un indagine in corso per vedere se ne faceva uso senza saperlo” spiegò.
“Quindi, Angel potrebbe non essere responsabile di quello che ha fatto? Potrebbe non finire in galera?” chiese speranzosa. Sarebbe stato come svegliarsi da un brutto sogno.
“Pare di si. E, tesoro, William si è svegliato” sussurrò il padre.

Elisabeth spense di colpo il telefono “Harm, ti prego, accompagnami in ospedale, si è svegliato”

* * *

Nemmeno dieci minuti più tardi Elisabeth stava irrompendo nella stanza di William. Finalmente vedeva di nuovo il suo colore. Non attese nemmeno di capire chi c’era nella stanza, corse verso il suo letto e lo abbracciò. Il cuore le batteva così forte che avrebbe potuto squarciarle il petto, quando lui ricambiò l’abbraccio.
“Vi lascio soli” disse quietamente Jenny posandole una mano sulla spalla.

Non appena sentì la porta chiudersi, Buffy allungò una mano verso il viso di William, accarezzandone ogni centimetro, e si avventò sulle sue labbra.
“Dio… Buffy…” sussurrò lui, ricambiando il bacio con tutta la passione di cui era capace.
Sentendolo gemere di dolore, Buffy si spostò “Scusami! Ti ho fatto male?” chiese allarmata.
William le rispose con calma “E’ tutto a posto, solo, le ferite fanno male anche ora che hanno messo i punti” sussurrò.
Buffy gli accarezzò i capelli “William… non sai la paura che avevo…” sussurrò mentre le guance iniziavano a rigarsi di lacrime “Angel è venuto da me e…”
William la interruppe brutalmente “Cosa? È venuto da te??” si allarmò.
Buffy cercò di rassicurarlo “Dopo averti fatto questo, è venuto a casa mia, ma non per farmi del male. Era confuso, non era lucido, mi ha praticamente detto cos’aveva fatto perché potessi venire da te” spiegò.
William non sembrò sollevato “Lo hai più visto?” chiese, pregando non fosse così.
Buffy rimase un momento a riflettere su cos’era meglio dirgli, ma capì che mentire non era giusto “Si… dopo averti portato qui sono tornata al bosco, lui penso mi stesse aspettando là… ma prima che potesse farmi del male l’ho fatto cadere nella fossa” disse
William si era palesemente irrigidito “Ecco perché era qui anche lui oggi”
“William…” iniziò accarezzandogli il viso “… Angel non sapeva quello che faceva. Hanno detto che era come drogato, non era lucido. So che è difficile pensarlo, ma non era davvero responsabile di quello che stava facendo…” tentò
Lo sentì sospirare “Lo so… me lo hanno già spiegato… ma Buffy, piccola…” disse con voce strozzata “… non è questo che mi terrorizza…” singhiozzò.

Buffy si allarmò. Non lo aveva mai sentito fare così. “Cosa c’è? Dimmelo” chiese
Prese un grande sospirò “Quello che mi ha fatto… io non l’ho potuto fermare. Non ci sono riuscito” disse piangendo.
“Hey…” sussurrò lei abbracciandolo stretto, ma attenta a non fargli male “… ora stai bene, non devi più preoccuparti” cercò di rassicurarlo.
“Non sono preoccupato, non per me. Se ci fossi stata tu? Se non sono stato in grado di proteggere me stesso, come potrò proteggere te!” gridò quasi, scosso dall’emozione.

Buffy spalancò gli occhi. Non ci aveva nemmeno pensato, e non trovava le parole. Non sapeva come rassicurarlo.
“William… io mi fido di te… tu non potevi aspettarti quello che è successo…” cercò di spiegare
“E cosa conta? Non sono pericolose le cose che puoi aspettarti! Io non posso… non posso pensare che tu ti fidi di me quando nemmeno io posso fidarmi di me!” pianse.
“Ma William…”
“No…” sussurrò “… no… ti prego va via…” stava singhiozzando forte “… ti prego… vai via, dimenticati di me… non sono la persona che ti meriti di avere vicino…” la sua voce era ovattata, si era coperto il viso con le mani.

Buffy rimase in piedi, completamente sconvolta e pietrificata.
“William…” sussurrò con gli occhi lucidi.
“VAI!” urlò, spaventandola.
Aspettò che lei corresse fuori e chiudesse la porta, prima di lasciarsi veramente andare, e pianse.

Capitolo 20

Rupert vide Elisabeth uscire correndo dall’ospedale, evidentemente sconvolta. Si alzò pronto a seguirla, ma Jenny lo trattenne per un braccio.
“Lasciala andare Rupert, sono cose che devono sistemare loro due” disse
“Sai qualcosa che io non so?” chiese lui
“So che lui è molto confuso ora. Gli serve solo un po’ di tempo” rispose, sperando di avere ragione.

* * *

Elisabeth corse fino a casa. Aprì la porta e la richiuse immediatamente dietro di se, appoggiandovisi contro, e piangendo. Scivolò su di essa fino a sedersi a terra, incrociando le braccia sulle ginocchia e nascondendovi il viso. Che sarebbe successo se non fosse riuscita a tranquillizzare William? Lui davvero se ne sarebbe andato da lei? E lei che avrebbe fatto dopo? Le faceva così male il cuore che temeva non sarebbe sopravvissuta a quel dolore.

“Lizzie, ma che succede??” gridò allarmata la sorella correndo verso di lei “Sorellina??” disse mentre si sedeva accanto a lei e l’abbracciava.
Elisabeth si aggrappò alla sorella, appoggiando la testa alla sua spalla “William…” disse tra i singhiozzi
“Cosa? Che è successo a William?” si allarmò Harmony.
“Lui non mi vuole più…” pianse disperata
“Cosa?? Ma è impossibile! Cosa ti ha detto??” gridò allibita

Elisabeth non riuscì a spiegarsi. Era successo tutto troppo in fretta, nella sua testa le cose si confondevano, tutto era annebbiato. In questo momento era davvero cieca. Così, continuò semplicemente a piangere, stringendosi alla sorella quasi disperatamente.

Non seppe quanto tempo esattamente fu passato. Capì che aveva smesso di piangere per sfinimento. E improvvisamente capì anche un'altra cosa. Una cosa che data l’attuale situazione la terrorizzava, quando avrebbe dovuto esserne felice.
Ora doveva smettere di piangere. Doveva alzarsi, chiarirsi le idee e sistemare le cose. William era palesemente confuso, ma lo conosceva abbastanza da sapere che il motivo della sua confusione era troppo serio per sperare che facesse semplicemente marcia indietro. Aveva bisogno di parlare con qualcuno, e per quanto le volesse bene quel qualcuno non era Harmony.

D’un tratto si alzò in piedi. Capì cosa doveva fare. “Harm, per favore, potresti accompagnarmi in un posto?” chiese alla sorella.
Harmony si riscosse per lo scatto improvviso “Uhm, si, certo, dove?”

* * *

Circa trenta minuti dopo erano arrivate. Harmony l’aiutò ad entrare, ma arrivata a destinazione Elisabeth fu lasciata sola. Una guardia l’aiutò a trovare la sedia, e il telefono con cui parlare dall’altra parte. Qualche minuto dopo le disse che poteva parlare, la stanza era insonorizzata per questo non aveva sentito arrivare nessuno.

Prese un profondo respiro, “Angel?” chiamò.

Inizialmente non sentì nulla. Poi ci fu più che altro un sussurro “Buongiorno Elisabeth…” quello era il suo Angel.
Sospirò sollevata “Buongiorno a te… come ti senti ora?” chiese lei.
Dall’altra parte arrivo una leggera risata ironica “Non è assurdo che sia tu a chiederlo a me? Dopo tutto quello che ti ho fatto…”
“Angel, so che non è stata colpa tua, lo ha detto anche il medico, non potevi controllarti, non sei responsabile!” disse lei, per rassicurarlo.
“Elisabeth… sei sempre stata una ragazza molto dolce, e lo sei anche adesso, ma la responsabilità è comunque mia. I sentimenti che provavo non li ho inventati… anche se me ne vergogno molto” confessò.
Elisabeth prese un respiro, cercando di ignorare le implicazioni di quello che le stava dicendo “Angel… senza quelle cose che avevi in corpo non avresti mai fatto del male a William o a me. L’unica cosa di cui dovresti preoccuparti ora è di come le hai prese” disse sinceramente
“Ah beh, quello è già stato risolto. Hanno scoperto che è stato Parker, voleva che non passassi i controlli antidoping per tornare a essere lui il quaterback appena rimesso dalla scazzottata” fece una smorfia “se tutto va bene non potrà nemmeno finire il college” spiegò
Elisabeth era allibita “Parker? Mio Dio… ma se sanno già che è lui perché sei ancora qui?” chiese
“Mi hanno spiegato che devo comunque sostenere il processo, sarà un giudice a decidere se sono o non sono un pericolo per la società”

Seguì un momento di silenzio. Quelle erano informazioni facili da dire, era il resto il problema. Fu Angel a iniziare.
“Beth… perché sei venuta qui?” chiese sinceramente.
Elisabeth sospirò “E’ egoistico da parte mia… ma avevo bisogno di parlare con qualcuno. William è confuso, dice che vuole lasciarmi, io non so che fare…” disse trattenendo i singhiozzi.
Angel si allarmò “E’ per me? È a causa mia?”
“No… cioè non proprio. Lui dice che non ha senso stare insieme se lui non è riuscito a proteggere se stesso, perché significa che non può proteggere neanche me. Io non so… non so come fargli capire…” tentennò prima di mettersi una mano davanti alla bocca, e chiudere gli occhi perché le lacrime non uscissero.
“Elisabeth… tu non hai bisogno di nessuno che ti protegga” disse Angel sorpreso
“Come?” chiese lei, senza capire cosa intendesse.
“Guardati… guarda quello che hai fatto. Tu sei una giovane donna piena di vita, non hai mai avuto bisogno di aiuto da parte di nessuno. Ieri notte sei stata tu a salvargli la vita, tu da sola hai fatto tutto il necessario per salvarlo. E quando… quando io ho tentato… mio dio… tu da sola mi hai sconfitto. Prova per un momento a non considerare che fossi io, ma a guardare dall’esterno. Tu eri lì, sola e indifesa, in mezzo a un bosco, con un uomo che ti inseguiva, e lo hai mandato all’ospedale. Non vedere non significa nulla per te, sei più forte di molti altri. È questo che William deve capire” disse.

Mentre parlava Elisabeth non era riuscita a trattenere le lacrime. Ascoltò con attenzione ogni parola, e capì perfettamente tutto quello che intendeva. E sorrise. Sorrise sinceramente.
“Grazie Angel. Grazie. E non mi importa di quello che dicono, non mi importa quello che hai fatto, io ti conosco e so che ieri non eri tu. Mi fido di te, mi fiderò sempre” disse, e dopo un breve saluto uscì.

Tornò dalla sorella, e si fece portare in ospedale.

* * *

William guardava la finestra della sua stanza d’ospedale, completamente senza emozioni, quando la sua Buffy irruppe nella stanza chiudendo la porta dietro di se.
William sospirò “Ti prego no, già così è difficile… già senza averti davanti…” la pregò.

Buffy lo ignorò “Devi ascoltarmi William, e fidarti di quello che dico” iniziò, avvicinandosi a lui e sedendosi sul letto mentre gli prendeva la mano. “Io non ho bisogno di te. Non ho bisogno della tua protezione. Io ti amo, ed è questo il motivo per cui ti voglio per il resto della mia vita. So badare a me stessa perfettamente, e ti ho già dimostrato che posso essere io a prendermi cura di te. Quello su cui ora dovresti riflettere sul serio, è se sei disposto ad accettarlo. Mi hai sempre vista come una ragazza fragile, da difendere, ma non è quello che sono veramente. Devi capire, e dirmi, se mi ami perché vuoi qualcosa da difendere, o se mi ami per quello che sono. Perché io ti amo per quello che sei, e voglio passare con te tutta la vita”

William rimase immobile, fissandola, per un tempo infinito. Buffy lo sapeva, sentiva i suoi occhi su di se. Ma non si sarebbe mossa finchè non avesse avuto una risposta. E dopo un eternità, William rispose.

“Buffy… Buffy…” sussurrò. E poi si alzò di scatto, prendendole il viso tra le mani e baciandola quasi con disperazione. “Buffy, sciocca, è te che amo. Ti amo da una vita, e ti amerò finchè respiro” le disse contro le labbra, con voce rotta dall’emozione.
“Oh, William, mi hai fatta spaventare a morte” disse lei abbandonandosi tra le sue braccia.

* * *

“Vedi, che ti dicevo? Era solo questione di tempo” disse Jenny sorridendo, mentre assisteva alla scena dalle finestre del corridoio.
“Oh, lo vedo. Dici che quei due ce la fanno ad aspettare la prima notte?” chiese Rupert ironico.
“Temo che ormai sia andata” rise lei.

Rupert si unì alla risata, finalmente sollevato.

* * *

Qualche decina di minuti più tardi, Buffy si era sdraiata accanto a William, accoccolata a lui nel piccolo letto. Nessuno dei due parlava, erano così stremati dagli avvenimenti che alla prospettiva di potersi finalmente rilassare si erano quasi addormentati.

“William…” sussurrò Buffy, destandolo dalla dormiveglia.
“Mmmh?”
“Io non voglio operarmi” disse lei a voce bassa
“… di cosa parli?” le chiese, senza capire.
“Harmony mi ha chiesto se voglio operarmi agli occhi, dice che ci sono nuove tecniche che mi permetterebbero di vedere di nuovo. Ma io non voglio farlo. A me non importa vedere. Amo la tua voce, amo toccare la tua pelle, amo sentire le vibrazioni del tuo corpo quando ti tocco, amo la foschia azzurra che emani, amo percepire quando mi stai guardando o quando sei vicino a me. Sono cose che non sono disposta a rischiare di perdere” disse Buffy.
“Amore, io amo i tuoi occhi. Mi perderei nei tuoi occhi. Ucciderei chiunque tenti di cambiarli, anche se è tua sorella”
Si lasciarono andare a una leggera risata, per poi tornare nel confortevole silenzio.

“Buffy?” sussurrò lui un momento dopo
“Mmmh?”
“Grazie per avermi detto il mio colore, alla fine” sorrise lui.
Buffy pensò un momento a cosa stesse dicendo, poi rise “Mi è sfuggito. Volevo mantenere il segreto ancora per un po” sorrise, tornando ad accoccolarsi contro di lui.

“William?” sussurrò lei di nuovo qualche minuto più tardi.
“Mmmh?”
“… credo che dentro di me stia nascendo qualcosa” disse.
William spalancò gli occhi, improvvisamente del tutto sveglio, e si voltò verso di lei “Ne sei sicura?”
“Beh ecco, non ho ancora fatto alcun esame. Ma oggi… l’ho sentita. La sento ancora. Ne sono certa. Aspetto un figlio, William” disse sorridendo.

William rimase pietrificato per un istante, quasi preoccupandola. Poi la strinse con tutta la forza che riusciva a trasmettere senza farsi male.
“Mia Buffy… mia piccola… come mi rendi felice ogni istante che passa…” disse riempiendole il viso di baci.

Epilogo

Tornavano a casa, nella loro casa, finalmente sposati. Si erano sempre appartenuti, ma ora avevano potuto gridare al mondo che sarebbero rimasti insieme per sempre. Le sensazioni di Buffy sulla creatura che portava in grembo erano state confermate dalle analisi, lei era certa fosse una bambina e William voleva chiamarla Dawn, come l’alba che le aveva descritto la mattina della loro prima volta insieme.

Angel era stato dichiarato non colpevole per momentanea infermità mentale indotta dagli steroidi, ma era costretto a seguire una terapia durante la disintossicazione per essere certi che tutto tornasse alla normalità. Parker era stato arrestato e tutti si auguravano lo stesso verdetto. William, per rinsaldare l’amicizia perduta e dimostrare che comprendeva la situazione senza portare rancore, aveva fatto di Angel suo testimone di nozze.

Rupert e Jenny avevano ricominciato a frequentarsi. Dicevano che fosse per via dei loro figli, ma l’amore tra loro era palpabile e ora non avrebbero più causato danni a renderlo pubblico, dovevano solo convincersene.

E ora William e Buffy erano lì, davanti al portone della loro casa e davanti alla loro nuova vita insieme. William la prese in braccio mentre varcava la porta, e non la rimise a terra finchè non ebbe raggiunto la camera da letto, facendola ridere per l’improvvisa assoluta mancanza di quella timidezza che lo aveva sempre caratterizzato.
Adagiandola sul letto rimase a contemplarla, nel suo abito da sposa che Harmony le aveva scelto, e che la faceva sembrare una creatura tanto perfetta che il mondo avrebbe dovuto essere grato di averla su di se.

E fu lei a distoglierlo dalla sua visione, raggiungendolo per un appassionato bacio ed attirandolo a se perché la raggiungesse sul letto. Fu sufficiente per destarlo, perché un attimo dopo le aveva già tolto i vestiti, rotolandosi con lei per averla sopra di se, a contatto con la propria pelle. Nonostante avessero tolto i punti, non aveva ancora terminato la riabilitazione e lo stomaco era un punto fragile per lui. Ma grazie a lei, questa momentanea fragilità non lo spaventava più. Sapeva che lei lo amava comunque. E glielo confermò di nuovo, spingendolo perché rimanesse sdraiato mentre lei, a cavalcioni su di lui, lo accarezzava dal viso al torace fino a scendere per accarezzare il suo membro pulsante in attesa di lei. Con un fluido movimento scese su di lui, facendolo sussultare per il calore che improvvisamente lo circondava.
Mentre Buffy iniziava a muoversi lentamente, in modo da farlo uscire e rientrare in lei, lui le afferrò i fianchi.

“Apri gli occhi Buffy…” supplicò con un sussurro “Fammi vedere… i tuoi occhi…” disse, e lei eseguì.

Le intense emozioni che li percorrevano e l’amore da cui derivavano furono troppo da sopportare. William la sentì iniziare a stringersi intorno a se e a contrarre involontariamente i muscoli mentre veniva.
“Voglio perdermi…” ruggì, prima che il suo seme la inondasse e lei si accasciasse su di lui, ansimando contro il suo collo.

“… nei tuoi occhi…”

Fine


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